Cristina Lodi

Di Cristina Lodi

Genova è stata negli ultimi venti anni una delle aree metropolitane europee maggiormente interessate da un forte processo di terziarizzazione, e di massiccio spostamento della forza lavoro impiegata dal settore industriale a quello dei servizi.

Il processo è ovviamente regionale e i dati da questo punto di vista sono chiari: se nel 1995 gli addetti del settore industria (e la crisi del comparto non data certo dalla metà degli anni ’90) era “ancora” pari a 144.000[1],  passano a 137.000 nel 2003[2], e arrivano a 119.200 nel 2015 dopo aver toccato il minimo storico nel 2012 con 115.900 unità[3].

Di converso, gli addetti al terziario e ai servizi passano dai 405.000 del 1995, ai 463.000 del 2003[4], per toccare i 480.000 nel 2015, con un forte recupero rispetto al minimo della serie storica recente, ovvero i 466.700 del 2014[5].

Di fronte a questo chiaro processo, abbiamo davanti un bivio: scegliere di piangersi addosso e rimpiangere un passato industriale che non tornerà, o rimboccarsi le maniche e scegliere la strada di uno sviluppo originato dalla economia della conoscenza.

Certamente sarebbe fuorviante metterla come se fossimo “all’anno zero”: in realtà questa città si è già “naturalmente” orientata verso una “economia mix” fatta di terziario avanzato, Ict, turismo e cultura. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e vanno dalla presenza di tante Pmi nell’hi-tech avanzato alla fortissima crescita delle presenze turistiche in città.

Però se faccio un bilancio di politiche pubbliche organiche fatte in questa direzione io vedo tre cose:

·       L’operazione Porto Antico e quelle “a pezzi” del Centro Storico (dove molto resta da fare), agli investimenti sui musei statali, civici, e privati, a un rinnovato tessuto della ricezione alberghiera. Su questo i numeri del 2016 sono evidenti, passando Genova da 1.435.141 di presenze nel 2015  a 1.543.636 del 2016, mentre il sistema dei musei è cresciuto dal 2012 del 40%.

·       L’Iit di Morego, una importante operazione di insediamento nella media periferia di un centro di ricerca di rilevanza internazionale. Lo dico con un po’ di genovesissimo “magone”: mi piange il cuore quando verifico quanto poco questo straordinario luogo, vissuto quotidianamente da centinaia di “cervelli-non-in-fuga” poco sia integrato nella vita sociale e civile della città, quanto poco venga valorizzato nella mente dei genovesi: quanti di noi sono orgogliosi di questo centro? Quanti di noi passando con degli amici non genovesi sotto quella collina gli diremmo: “quello è il famoso Iit” e, se non lo conoscessero, gli spiegheremmo perché è importante? Ma, soprattutto, quanti investimenti si possono ancora fare per meglio integrare queste centinaia di persone con il tessuto sociale e relazionale della Val Polcevera?

·       Erzelli: la grande scommessa. Su questo progetto voglio dire che finalmente è palese che non si tornerà indietro. Con l’accordo tra Ght e Università per portare il Politecnico, anche l’ultimo “diaframma” è stato abbattuto, sperando che non sorgano le tante difficoltà, e resistenze, che abbiamo visto in questi anni. Anche perché Erzelli è già una realtà: una area coesa ove hanno sede: Carestream, Ansaldo Energia, Liguria Digitale, Sedapta, Fincantieri, Ericsson, Siemens, Abb, Esaote (e non aggiungo altro incrociando le dita per quanto – di molto grosso – potrebbe accadere nelle prossime settimane).

Tuttavia quello che mi pare sia mancato, soprattutto negli ultimi cinque anni, sono state delle scelte politiche che strutturino in via definitiva questo modello di sviluppo.

Siamo onesti: in questa città non è stata fatta ancora una scelta, consapevole, organica, completa e definitiva in tal senso.

Non è stata fatta dalle parti sociali e imprenditoriali, tutte, probabilmente timorose di vivere un riorientamento dei destini produttivi della città come un “abbandono” di culture, insediamenti, valori, e persino di persone. Ovviamente nessuno deve restare indietro. Ma non si può ulteriormente scegliere di non salpare verso una nuova rotta, per una città che della esplorazione del futuro ha fatto nel passato la sua carta vincente.

La politica può e deve fare di più, anche se quelle tre cose prima descritte sono cose concrete, visibili, e tutte interamente e solo ascrivibili al centro sinistra genovese.

Eppure i vantaggi di un orientamento allo sviluppo in tal senso sono evidenti. Puntare allo sviluppo economico derivante dalla conoscenza, dai saperi, vuol dire un’economia più sostenibile, perché assolutamente eco compatibile, vuol dire una economia più ricca, perché installata nella parte alta dei processi produttivi, quelli legati alla innovazione e alla ricerca, vuol dire una economia più solidale, perché migliori saranno le ricadute sulla città, vuol dire una economia per una migliore qualità della vita, perché spesso l’innovazione si sposa con crescita della qualità dei servizi.

Ma come per tutte le economie, anche per quella della conoscenza servono investimenti, partendo dalla valorizzazione di quelli che sono gli asset e le potenzialità latenti e persistenti sul territorio: la sua “cultura”, appunto.

Certamente quelli infrastrutturali, ritardo cronico di Genova, per rendere la città meglio raggiungibile, forse più dalle persone che dalle merci. Poi quelli in tutti i capitali dell’economia della conoscenza.

Innanzitutto il capitale umano, l’investimento in sapere e nelle nuove generazioni. Poi il capitale sociale: non esiste area di sviluppo dell’economia della conoscenza (penso alla Silicon Valley) ove agli investimenti nella crescita delle persone non si affianchino investimenti per la crescita delle relazioni. Qualità della vita, servizi, rete, associazionismo, accoglienza, contaminazione con culture diverse sono i semi da cui germoglia una tessuto sociale migliore, indispensabile perché i “coltivatori del sapere” e il loro lavoro possano trovare l’humus per piantare e veder crescere i loro frutti: le idee innovative. Perché l’economia della conoscenza è innanzitutto economia della creatività, economia della sfida, economia di quello che ancora non si vede, ma ci sarà.

Allora io mi sento di fare una proposta forte ai miei concittadini: facciamo della economia della creatività l’asse portante di tutte le politiche di sviluppo, facciamo di Genova e del genovesato il più grande e importante distretto culturale evoluto d’Italia.

Un distretto culturale evoluto:

  • crea capacitazione” nel tessuto economico-produttivo sul valore della cultura, della creatività e della formazione continua come fattori di sviluppo e competitività
    rafforza “un’atmosfera” orientata all’innovazione, creando luoghi all’interno del distretto dove la partecipazione collaborativa, naturale e spontanea, genera nuove idee. La creatività non nasce con il genio chiuso in uno stanzino, ma quando due ricercatori prendono un caffè allo stesso bar.
  • Investe con opportune politiche fiscali e di incentivazione sul settore delle industrie culturali e creative

E ottiene questi effetti:

  • Valorizza l’identità del territorio per quello che è, ovvero l’ambiente dove vive una comunità con i suoi saperi, le sue tradizioni, la sua storia
  • Network e collaborazione tra gli attori del territorio: imprese – associazioni di categoria – mondo della ricerca – enti di formazione
  • Crea posti di lavoro e attrae nuove competenze, talenti

Avanzo immediatamente alcune proposte concrete, che attengono alle competenze specifiche del Comune, anche se va da sé che un progetto di questo genere dovrebbe vedere anche le altre amministrazioni far convergere le loro energie, Regione in primis:

–  Abolizione totale della tassazione comunale per tre anni per le startup, insediate presso Erzelli e presso ulteriori incubatori individuati già dalla corrente amministrazione, nonché presso il Bic di Cornigliano

–  Contributo una tantum per le start up riconosciute innovative ai sensi di legge

–  Cruscotto dei fabbisogni formativi Ict, redatto periodicamente in collaborazione con Direzione scolastica, Università, Enti di Formazione.

–  Rafforzamento dello Suap (Sportello unico per le attività produttive)

–  Accordo quadro con Soprintendenza e Polo museale per la incentivazione della realizzazione di azioni di valorizzazione realizzate da startup innovative sul patrimonio storico e culturale di Genova.

Sarebbe contraddittorio pensare alla creazione di un grande luogo di correlazione dei saperi e dell’innovazione pensandolo strutturato in maniera dirigista e burocratica. Per questo credo che tale progetto andrebbe costruito in un luogo di lavoro comune. Creiamo un tavolo di concertazione tra le parti sociali, gli operatori economici, i portatori delle esperienze positive sopra citate e di altre, gli amministratori pubblici. Un tavolo che non dimentichi l’entroterra, che molto può dare in questa direzione.

Un tavolo permanente con un solo scopo: armonizzare le scelte, risolvere i problemi, trovare le strade, individuare le best practice.

Tuttavia l’investimento più importante noi genovesi dovremo farlo sulla nostra mentalità: uno scatto d’orgoglio e di coraggio che le nuove generazioni hanno già deciso di fare intraprendendo tante start up innovative sul nostro territorio:  verso una maggiore cultura dell’investimento nel futuro, prima ancora che nell’innovazione; e nella collaborazione, prima ancora che in noi stessi.

Perché, come diceva George Bernard Shaw: “Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.”

[1] I quaderni dell’OML – Agenzia Liguria Lavoro – n° 5 – 2004, p.39
[2] ibidem
[3] Tendenze del I trimestre 2016 – Liguria Ricerche – slide n. 5 (http://www.liguriaricerche.eu/upload_news_allegati/372_Indicatori_ML_Itrim2016.pdf)
[4] cit. Agenzia Liguria Lavoro 2004
[5] cit. Liguria Ricerche 2016

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