Un mondo, quello del risparmio italiano, incomprensibile nel resto di Europa.

I tedeschi dicono che gli italiani – pur di trattenere in cassaforte le ricchezze familiari – abbiamo preferito sommergere di debito lo Stato. Debito che oggi affligge Italia ed Europa. I francesi, con spocchia, dicono che gli italiani risparmiano, ma non sanno consumare e quindi, un giorno, rimpiangeranno di aver affossato il proprio paese per contare i soldi che tengono sotto il materasso. Gli altri partner continentali, invece, ai titoli di Stato nostrani ricominciano a guardar, certi che la ripresa dell’Italia coprirà presto il loro rischio di scelta.

In quello che fu il territorio della ex Repubblica di Genova il rapporto con il denaro è diverso che altrove. Qui non si vende in perdita: si aspetta che il soldo torni al proprio valore.

E il sapersi muovere sui mercati con pazienza, come tipico dei liguri, è una dote rara. Il rapporto con gli altri italiani lo conferma. Risposte interessanti si leggono in una delle ultime serie di pubblicazioni delle “note regionali” prodotte con grande cura dalle sedi territoriali della Banca d’ Italia negli ultimi anni. Ovvio, i numeri dell’ Istituto non possono tenere conto anche dei tantissimi “liquidi” che, nel panico da crisi finanziarie in serie degli ultimi anni, gli italiani hanno prelevato dai conti e affidato ai nascondigli più svariati o alla cassetta di sicurezza, elevati a luoghi cult del non si sa mai. Ciò che comunque si legge, regione per regione, è che i depositi sono ovunque in aumento.

Con più fatica (Calabria) o con risultati brillanti (Emilia Romagna), praticamente dappertutto le “riserve” familiari dei privati italiani crescono. Con percentuali di macroregione medie tra il 3% e il 6%. Dunque il risparmio; anzi, l’ accumulo per affrontare il contingente. E le scelte sul come tutelarlo e farlo rendere.

Un dato su tutti: le famiglie del Belpaese si “fidano” sempre di più dei depositi a scadenza (anche vincolata), sostenuti da remunerazioni elevate, spesso a scapito del mondo dell’ obbligazionario privato, penalizzato, tra l’ altro, da un sistema fiscale più pesante. A prima vista potrebbe sembrare un ritorno alle scelte dell’ Italia contadina degli anni 60. Torniamo al risparmio e alle masse, per territorio, che lo compongono. Alcune osservazioni generali aiutano.

Nelle grandi regioni del nord e nel Lazio è in portafoglio oltre il 70% delle scelte in azionario nel Paese; i titoli di Stato piacciono ancora parecchio lungo tutto lo stivale, le gestioni patrimoniali si ripropongono a macchia di leopardo. Così come i fondi comuni.

Quello che fu il prodotto di punta degli anni  90, il “pronti contro termine” si è ridotto a tal punto da rappresentare, nel quadro complessivo di tutti e 20 i fascicoli delle “note regionali”, un cameo, quando non un epitaffio all’ Italia del guadagno veloce che fu. Alcune cifre relative alle regioni più piccole offrono uno spaccato interessante, fatto di numeri che fanno ragionare e non poco sul pro capite delle disponibilità.

La Liguria, primo esempio, si staglia.

A fine anno scorso il totale delle attività finanziarie liguri nella più ampia accezione ammontavano a circa 129 miliardi di euro. Tra questi 36,8 erano rappresentati da “biglietti, monete, depositi bancari e risparmio postale”, cioè la forma di giacenza liquida per eccellenza. Altri 66,3 miliardi erano invece leggibili tra le voci titoli, prestiti soci a cooperative e quote di fondi di investimento. Ma ciò che colpisce di più sono le percentuali che queste masse rappresentano sui totali e come e quanto sono cambiate rispetto al passato. In 10 anni la liquidità immediata (i “liquidi”) è diventata il 28,6% delle scelte di giacenza dei liguri dal 20% che erano nel 2005. I titoli (oltre a, prestiti alle coop, azioni e fondi) che nel 2005 erano il ricovero del 66,3% dei risparmi, sono scese in percentuale a circa il 51%. Diminuzione della fiducia? Calo della propensione al rischio? Semplice paura?

Sta di fatto che la gente per ora sembra aver deciso che è stanca di fare calcoli per far fruttare il proprio denaro e per ora, preferisce non far nulla. La visione generale è di brevissimo respiro e guardare al di là dell’oggi, alle opportunità che un mercato così volatile potrebbe invece offrire, per ora non esalta alcuno.

Se entriamo nello specifico degli investimenti in titoli dei liguri, le peculiarità – rispetto al risparmio del resto degli italiani – non mancano. I titoli di Stato si sono ridotti a solo 7,5 miliardi. Sono in gran parte Btp di vecchia emissione, dal valore di mercato altissimo, visto le cedole sontuose che portano. Chi ce li ha se li tiene stretti, visto che a ogni calar di spread aumentano di mercato. Le nuove emissioni di Btp, Cct e Bot sono di appetibilità bassa, visto che i rendimenti sono al limite del negativo. Fa specie il pensare che solo a inizio secolo i titoli di stato italiani erano quasi il triplo rispetto ad oggi. Altri 7,5 miliardi di euro sono ancora investiti in obbligazioni bancarie. Su questo “prodotto” ormai non va più nessuno, anche perché di nuove emissioni non ce ne sono più. Si aspetta solo che scadano per riorientarne il capitale altrove. Gli investimenti in azionario sono stabili a 3 miliardi. Non pochi, certo. Per quanto possa apparire incomprensibile per chi dei dati di borsa legge solo i risultati di fine giornata, qualche piccolo momento percentuale in rialzo, proprio sulle masse di azionario puro, si inizia a percepire. La parte più importante del risparmio è però orientata su fondi e bancassicurativo. Quasi 14,6 miliardi sono lì. Una scelta dettata da molteplici ragioni. I fondi investono su più mercati, su panieri di titoli, su titoli di stato, in buona sostanza suddividono il rischio. Escludendo alcuni momenti particolari (come nel 2008 o nel dopo Brexit) quando è inevitabile il pagar dazio, sostanzialmente tengono.

Al momento, leggendo la stampa specializzata ed ascoltando pareri di esperti, il risparmio cosiddetto “gestito” apparirebbe quello con, alla cintola, il salvagente più sicuro.

Una massa enorme di risparmi quella ligure? Probabilmente si, se raffrontata con la Sardegna, che di abitanti ne ha circa 1,6 milioni e “vanta” risparmi complessivi per poco più di 27 miliardi di euro (circa un terzo della Liguria), 22,5 in deposito e solo 4,4 in titoli. Tra i quali si iscrivono 1,5 miliardi di investimento in debito pubblico nazionale (contro i 9 della Liguria) e dove gli investimenti azionari non hanno quasi rilevanza. E che dire della piccola Basilicata, dove 576 mila abitanti (poco meno di un terzo del territorio con Genova capoluogo) si intestano solo 11,5 miliardi di risparmi, composti all’ 87% (probabile record italiano) da depositi bancari – soprattutto nelle forme di depositi a tempo – e dove gli 1,5 miliardi di titoli si compongono per quasi la metà (716 milioni) di titoli di stato. Riflessione attenta meritano le regioni autonome di Trento e Bolzano. Qui, pur a dati crescenti, la visione del risparmio ha orientamenti totalmente diversi e curiosità particolari, a secondo della cultura d’ origine (italiano o tedesco) di chi dei denari dispone. La somma delle riserve delle due provincie (poco più di un milione di abitanti) si quota a quasi 43 miliardi complessivi, equamente divisi tra il territorio trentino e quello altoatesino. Ma le due provincie, i soldi in banca, li lavorano in modo del tutto diversi, specie per quanto riguarda le scelte sui titoli. Se nel Trentino i 4,4 miliardi investiti nel comparto sono dedicati al 60% in debito pubblico italiano ed il resto in masse crescenti in obbligazioni (548 milioni), azioni (704) e fondi (876), in Alto Adige si ragione totalmente all’ opposto. I 4,4 miliardi di titoli in mano ai sudtirolesi si compongono solo per 800 milioni di btp e bot nostrani. Le obbligazioni rappresentano 500 milioni, mentre le preferenze finanziarie sono riservate ad azioni (1,6 miliardi circa) e fondi (1.4 miliardi). Una percezione del rischio diametralmente opposta negli 80 chilometri che distanziano Trento e Bolzano.

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