Come far ripartire Genova? È ancora possibile? Parlare di rilancio in una città dove un abitante su cinque ha più di 65 anni, necessiterebbe di una capacità enorme da parte della politica di far ragionare tutti nell’interesse comune. A Genova questo non avviene. La città è stretta fra la paura per l’ordine pubblico e la necessità di non perdere posti di lavoro, che di fatto – oggi – sono tenuti in vita solo dalla cassa integrazione e non dalla produzione. In mezzo c’è davvero molto poco. Non c’è quella voglia di fare che, da sola, è in grado di rimettere tutto e tutti in gioco. Una politica sterile non serve a nulla.

Genova non è attraente per la nuova impresa, è poco accogliente per i suoi cittadini, è solidale con chi strilla e non ascolta chi chiede piccole cose logiche. Un arretramento costante, che la crisi manifestatasi nel 2008 non ha fatto che acuire. Oggi Genova sta cercando di ripartire. Vorrebbe farlo nella proprio interezza, cioè in tutti i settori economici che la compongono.

Nessuno vuole rinunciare alle proprie peculiarità, ma nessuno vuole rendersi conto che la città, qualcosa, per strada, dovrà lasciarlo. Nessuno, se pensa di farlo, dovrà per forza arrendersi

Ma una città anziana, stanca, prostrata deve porsi delle domande.

E se Genova non fosse più in grado di sostenere la grande industria? O peggio, se non fosse mai stata in grado di sostenere un’industria propria, autoctona, diversa da quella pubblica?

Senza rivolgersi alla memoria storica di imprenditori, sindacalisti o politici, basta rileggere alcuni passi del Sistema Archivistico nazionale (emanazione del Ministero dei beni e delle attività culturali), sezione Archivi di Impresa. Parliamo di quel decennio (tra i primissimi anni 80 e l’inizio dei 90) in cui nacque e si rafforzò la deindustrializzazione della città. Di quel periodo in cui si avviò il processo del sostegno all’esodo e dei prepensionamenti a raffica, di accorpamenti di imprese pubbliche in scatole cinesi piene di debiti, di perdita di occupazione. Occupazione che peraltro, come dicevano i conti economici di allora, vera produzione e sano fatturato industriale ne aveva prodotti ben pochi. Dicono gli Archivi di Impresa che il decennio cui si fa sopra cenno, nella Superba, fu «caratterizzato da un forte processo di deindustrializzazione. Il censimento industriale del 1981 rileva 92.841 occupati nel settore manifatturiero in provincia di Genova; nel 1991 se ne contano solo 59.102. Entrano in crisi aziende private operanti in settori maturi e si accentuano le difficoltà dei grandi gruppi pubblici». Genova di allora, aveva – su masse maggiori – gli stessi problemi di oggi. Ma la lettura della memoria industriale, ricorda che «ulteriori riorganizzazioni interessano il raggruppamento Ansaldo, la cui strategia complessiva deve essere radicalmente rivista dopo che l’incidente occorso alla centrale ucraina di Chernobyl nel 1986, e il successivo referendum svoltosi in Italia nel 1987, bloccano e accantonano ogni progetto di costruzione di centrali nucleari. Deve così cambiare il baricentro di attività: si acquisiscono aziende, si rivolge l’attenzione a nuovi settori (segnatamente, ferroviario e dei sistemi di trasporto). Nel complesso la presenza delle imprese Finmeccanica a Genova rimane consistente: nel 1987 esse assorbono oltre 8.000 dipendenti».

Cause anche esogene, dunque, ma Finmeccanica, da allora, ha iniziato a non trovare più ragioni per vivere Genova come proprio primo polo nazionale. Una strategia di alleggerimento delle posizioni, che in città si legge ogni giorno.

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