Una giunta di centrodestra il cui leader, Giovanni Toti, non governa ed è stato depotenziato dalle scelte di Berlusconi, un M5S già in difficoltà sul banco amministrativo più importante, quello di Roma, e un Pd in ripresa, più unito, anche grazie al buon lavoro del suo gruppo consiliare in Regione, ma con un nodo spinoso da affrontare, il giudizio sul sindaco di Genova, e quindi la decisione sul candidato da sostenere alle prossime elezioni amministrative nel capoluogo ligure. Una decisione che non può essere rimandata e bisognerebbe rendere pubblica alla prossima Festa dell’Unità, tradizionale occasione per il Pd per proporre le proprie strategie politiche. È questa l’analisi dell’ex presidente della Regione Claudio Burlando, che dal suo “buen retiro” di Marzano, nel Comune di Torriglia, ha rilasciato un’intervista a Liguria Business Journal.

«Vedo un Pd in ripresa – dichiara Burlando – più unito rispetto a un anno fa, e questo è essenziale, non dimentichiamo che la sconfitta alle regionali è stata causata almeno per il 90%, se non di più, dalle nostre divisioni interne, anche se hanno agito altre concause. Ora noto un rilancio dell’attività del partito, il segno più chiaro appare in Regione, dove il gruppo consiliare sta facendo un ottimo lavoro di squadra. Paita e Lunardon hanno saputo mettere da parte rivalità politiche consistenti per incalzare l’amministrazione, il che, del resto, è il compito dell’opposizione. Se a questa attività aggiungeremo in tempi ragionevoli l’elezione del segretario regionale, avremo partito e gruppo regionale ben funzionanti. Del resto i nostri amministratori in Liguria sono ancora tanti, c’è un Pd ben radicato sul territorio».

Il Pd, però, secondo Burlando, deve affrontare a breve un nodo tanto spinoso quanto ineludibile, la scelta sul candidato alle prossime amministrative genovesi e quindi un giudizio sull’operato del sindaco uscente, Marco Doria

«Non c’è dubbio – precisa l’ex presidente della Regione – che il caso è difficile che il Pd non può rimandare una decisione. Mi pare che si orienti verso le primarie, comunque il problema non è se il sindaco è del nostro partito o no ma se ha amministrato bene e se riscuote la fiducia dei cittadini. Negli anni scorsi abbiamo amministrato con tre sindaci arancioni: Pisapia, Doria e Zedda, a Milano, Genova e Cagliari. Pisapia non ha voluto ricandidarsi ma ha amministrato bene e ha posto le basi per il successo di Sala, Zedda è stato riconfermato, vincendo addirittura al primo turno. Evidentemente a Milano e a Cagliari l’esperienza dei sindaci arancioni è stata giudicata positiva. A Genova c’è dibattito sulla vicenda Doria e non c’è dubbio che il clima sia diverso da quello che si era formato intorno a Pisapia. Ora il Pd non può eludere un giudizio su come è stata amministrata la città in questi anni. Non si può sfuggire a questo nodo politico. Doria ha tutto il diritto di candidarsi, e il Pd dovrà prendere posizione dopo la pausa estiva. Condivido il percorso avviato da Terrile, bisogna usare questi mesi per portare a termine i progetti avviati e dopo la pausa estiva il partito dovrà dare un’indicazione, non potrà perdere tempo».

Secondo Burlando il momento giusto per annunciare una decisione potrebbe essere la Festa dell’Unità. «Tradizionalmente – spiega – per noi la festa dell’Unità avvia la stagione politica. Ricordo che Berlinguer non parlava con giornalisti nel mese che precedeva la Festa dell’Unità proprio per concentrare l’attenzione su quel momento. Io presentai le mie due candidature alle regionali alla Festa dell’Unità».

L’ex governatore ligure ritiene che la ripresa del Pd in Liguria sia facilitata da una deludente esperienza della giunta di centrodestra e dalle difficoltà incontrate dall’M5S nell’importante esperienza amministrativa dell’M5S.

«Toti – spiega – non è venuto qui per occuparsi della Liguria, pensava di usare la nostra regione come palcoscenico. Intendeva riproporre a livello nazionale il suo modello politico, che prevede un ruolo determinante della Lega Nord, era venuto qui per questo ma dopo un anno ha scoperto che Berlusconi non punta su di lui e sul suo modello ma su Parisi. La rinuncia di Berlusconi a Bertolaso in favore di Marchini a Roma e la scelta di Parisi a Milano comportano la scelta di un modello che non è quello proposto da Toti ma quello di una coalizione in cui la Lega può essere presente soltanto entro gli indirizzi politici del Ppe. In sostanza Toti era venuto qui per fare altro e poi gli hanno detto: “lascia perdere”. Allora si occupi un po’ di più della Liguria».

La giunta attuale, nel giudizio di Burlando, si distingue per la sua incosistenza. «Anche soltanto a leggere i giornali – dice – ti rendi conto della debolezza di questa amministrazione. Toti inaugura cose che abbiamo fatto noi, non costruisce nulla di nuovo. Questa giunta si è trovata seduta su una montagna di investimenti, qualcosa come 10 miliardi di euro, e sulle sole due opere che ancora mancano, la Finale- Andora e il tunnel della Fontanabuona non sta facendo nulla. Ma, dico io, volete fare qualcosa anche voi o no? Sui fondi europei il ritardo è clamoroso. Riguardo ai casi Piaggio, Bombardier, Tirreno Power, Ilva, Ericsson il disinteresse degli attuali amministratori è sconcertante. Noi, a suo tempo, sulla vicenda Fincantieri ci siamo scontrati con un governo sostenuto dal Pd, abbiamo ricoperto un ruolo da protagonisti assoluti, io ho avuto uno scontro durissimo con Bono. Abbiamo esercitato un’azione fortissima. Ho portato Napolitano che era in visita in Liguria, a pranzo a Portovenere con il consiglio di fabbrica di Fincantieri. Bono era furioso. La cosa ha avuto un effetto politico. E i risultati della nostra azione sono stati rilevanti. Anche su Ansaldo Energia siamo intervenuti, con un successo che è evidente».

Quanto a M5S «questo partito sta scontando un’esperienza problematica a Roma. Non c’è dubbio che Roma sia difficile da amministrare per chiunque ma se vai avanti a demagogia e populismo, se hai sempre cavalcato la protesta ti è difficile governare. Con la demagogia la rumenta rimane per strada. E se dici no a tutto, poi finisce che no lo dicono anche a te. I grillini inoltre dovranno decidere sulle Olimpiadi e in questo caso dire ancora una volta no sarà problematico. Le Olimpiadi sono un costo ma anche un’opportunità».

Sullo sfondo, l’attività del governo guidato da Matteo Renzi, un governo che ha esercitato un ruolo propulsivo ma ha anche diviso lo stesso Pd e a breve in qualche misura dovrà confrontarsi con l’esito del referendum

«Abbiamo un presidente del consiglio –   osserva Burlando –   molto giovane che con molto coraggio ha affrontato nodi che prima di lui non erano stati affrontati, ha realizzato riforme come il jobs act, quelle che riguardano i diritti civili, l’assetto costituzionale. Da quando Renzi è a Palazzo Chigi abbiamo avuto 600 mila posti di lavoro in più, di cui moltissimi stabili. Una crescita dell’occupazione in cui i provvedimenti del governo hanno giocato un ruolo fondamentale. Renzi però – precisa Burlando – ha sbagliato, e del resto lo ammette, a personalizzare il referendum, a farne un voto sulla sua figura e sul suo governo. Questa è la critica maggiore che gli si può fare».

«È chiaro che, considerato il suo impegno nella riforma costituzionale, il voto al referendum trascina un giudizio politico ma questo è diverso dal proporre il referendum come un giudizio politico. Avendo personalizzato il referendum, Renzi ha lasciato intravedere una possibilità di rivincita a un mondo politico che non ne vedeva alcuna. Se gli elettori votassero secondo le indicazioni dei partiti vincerebbe il no: voterebbero no gli elettori di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, M5S, sinistra radicale, e anche una parte di quelli del Pd. Perché una parte del Pd sta giocando sul referendum il ruolo che ha giocato alle elezioni regionali in Liguria».

«Ha fatto bene Elena Boschi – sottolinea Burlando – a ricordare che il voto al referendum riguarda il futuro del Paese e va deciso a prescindere dalla simpatia che si può avere per questo governo. Ha detto che si tratta di decidere se si vuole cambiare passo al Paese e ha detto bene. Confindustria, per esempio, si è schierata nettamente in favore delle riforme ma il suo sì al referendum non è un sì nei confronti di Renzi. Le elezioni politiche si terranno un anno e mezzo dopo il referendum. È in quella occasione che si deciderà chi governerà il paese. Comunque ci sono ancora due o tre mesi per spiegare bene i termini del confronto, l’esito rimane molto incerto ma si vedono segnali incoraggianti, il sì ha raccolto le forme il no non ci è riuscito e i sondaggi con il passare del tempo diventano sempre più equilibrati».

Secondo l’ex presidente della Liguria, «tra i meriti del presidente del consiglio c’è quello di usare la leva della finanza pubblica, anche attraverso la riforma costituzionale, per favorire lo sviluppo del paese. Questo ci ha dato maggiore credibilità in Europa. Ricordo che in una delle occasioni in cui ci eravamo sentiti al telefono per l’assegnazione dei lavori sulla Concordia Renzi mi aveva detto: “posso ottenere più flessibilità dall’Unione europea e dalla Merkel se faccio vedere che questo paese cambia. Quello che certi non capiscono è che le riforme non soltanto sono importanti di per se stesse ma anche per l’effetto che producono sull’atteggiamento delle istituzioni e dei partner europei. Le regole europee, in realtà, non sono rigidissime, c’è spazio per ottenere qualcosa se si dimostra che si è in grado di cambiare”. Merito di Renzi è avere fatto cambiare atteggiamento all’Europa e non soltanto nei confronti dell’Italia, averla resa più sensibile verso l’esigenza della crescita non solo verso il rigore. Il suo è stato un tentativo riuscito di tenere il paese sopra la linea di galleggiamento. La situazione è difficile. Il petrolio costa troppo poco, e quindi diminuisce la capacità di import di paesi come Brasile, Russia, paesi arabi, e la loro minore capacità di spesa frena il nostro export. Aggiungiamo a questa congiuntura di mercato la crisi in Ucraina, con le sanzioni che costituiscono un altro limite alle nostre esportazioni e l’incertezza determinata dalla Brexit. Se a tutto ciò si dovesse sommare un comportamento ottuso da parte dell’Ue ci troveremmo in difficoltà serie. La credibilità che Renzi ha ottenuto in Europa è determinante».

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