Stadio di proprietà e merchandising, oltre ai diritti televisivi, sono gli strumenti che possono assicurare risorse indispensabili ai club calcistici, in una fase in cui l’appeal del calcio per gli imprenditori è sceso intorno allo zero. La figura del mecenate che investe miliardi in questo sport è sempre più rara. E il denaro conta sempre di più per il successo di una squadra.

La campagna acquisti e vendite calciatori, quest’anno, ha dato un segnale definitivo. Anche in Italia il campionato di calcio nazionale smette di avere interesse. Almeno quello principale. Si sa già chi lo vince. La sorpresona sarebbe il contrario.

D’altronde il fatto che una squadra che per acquistare “di forza” un giocatore da una diretta concorrente spenda in un’unica soluzione la somma dei ricavi di due squadre storiche della massima divisione come Genoa e Sampdoria significa che l’interesse per il calcio come l’abbiamo conosciuto fino ad ora andrà lentamente a diminuire.

Sul mercato dei contratti pluriennali, le due genovesi si stanno muovendo. Tanti giovani, tanti giri di plusvalenze, cessioni a sorpresa, acquisti che sanno più di dogma che di certezza. Però, nel calcio di oggi, basta che un paio di ragazzini sfondino, che li si possa cedere per bene, ed ecco che la partecipazione anche alla prossima serie A e alla corsa ai diritti televisivi è cosa fatta.

A Genova si guarda spesso al passato. Forse troppo. Ma in questo caso, ora che il disincanto verso il pallone sta lentamente aumentando, ricordare alcuni episodi di football “diverso” fa anche bene. Il presidente Spinelli il bilancio lo leggeva più e più volte prima di pubblicarlo. Era una sacrosanta stella polare per uno tra i primi – se non il primo – presidente di società di calcio che, ai tempi del Genoa, metteva per iscritto sui resoconti il valore effettivo di ogni singolo calciatore al netto degli ammortamenti. È rimasta storica la valorizzazione civilistica di 500 mila lire (circa 250 euro, una cenetta per tre persone) per il portiere Ielpo. Altro che giochino di plusvalenze. Ora tutto cambia in città, aspettando.

Una volta (anni 50 o 60) si entrava nel mondo del calcio per passione. Negli anni 70 per farsi conoscere. Negli anni 80 e 90 per farsi notare o per farsi pubblicità, anche politica.

Dal 2000 è subentrata la cosiddetta gestione della disillusione. Il calcio diverte sempre meno, nella pulizia delle partite ci credono sempre in meno. Troppo spesso gli esiti dei campionati, le classifiche li riscrivono la magistratura (ordinaria o sportiva), la Guardia di Finanza. Perché oggi qualcuno dovrebbe decidere di buttarsi a fare il presidente di un club di pallone? Cosa potrebbe spingere, in tempi difficili come quelli odierni, a decidere di assumere il controllo azionario di un club? Per gli imprenditori italiani l’appeal è quasi nullo.

L’ultimo ricco per davvero è stato Squinzi con il Sassuolo. Veicolo pubblicitario per altre candidature? Potrebbe anche darsi. Ma anche un “inserto” pubblicitario per il proprio nome ha dei limiti di spesa. Con il fair play finanziario alle porte, poi. Ma come si è arrivati al “chi può scappare dal calcio, lo fa” di oggi?

Cos’era il calcio non mille anni fa, ma prima che entrassero i miliardari veri, lo si può ricordare rileggendo quelli che erano bilanci di una società come la Sampdoria. Partiamo da lontano. È la fine della stagione 78/79. Paolo Mantovani non aveva ancora preso le redini della società. La relazione al bilancio si apriva con un commosso ricordo dei soci defunti. Venivano elencati per cognome e nome, come si fa sotto le armi. E il mesto raccoglimento continuava nel riepilogo di un’ennesima stagione difficile, nell’elencazione di numeri piccoli, di ricavi risicati. La Sampdoria, allora, era solo quello: un piccolo scrigno per il cuore dei tifosi, poco di più. D’altronde botteghino e abbonamenti garantivano a stento un miliardo (di lire) e i soli stipendi superavano gli 800 milioni. Non dimentichiamo che eravamo nella preistoria del mercato dei diritti televisivi.

Da qui inizia il periodo dell’influenza prima e della guida poi dei Mantovani. Il dopo lo conoscono tutti. Torniamo a oggi.

Dunque, a chi potrebbe interessare l’acquisto di una società? Solo a chi ha la capacità di far rendere gli “a latere”.

Come lo stadio di proprietà (ovviamente ancora da costruire), la certezza di disporre di contratti televisivi congrui da potersi scontare per fare cassa un anno sull’altro. E infine un merchandising che possa andare oltre il fenomeno calcistico, che ne rappresenterebbe tuttavia un veicolo. Chi non ha interesse e capacità in questi mondi, dal calcio se ne sta ben lontano. Come infatti sta accadendo. Uno stadio, oltre allo spettacolo, porta lavoro. E raddrizza i bilanci delle spa del calcio. Tutti i principali club europei che vincono hanno uno stadio di proprietà. Nella struttura dell’impianto hanno negozi, ristoranti, punti di attrazione, pensino supermarket alimentari, aperti anche durante lo svolgimento della partita. Un esempio: l’Arsenal da quando ha uno stadio proprio così strutturato, ha triplicato gli incassi da botteghino e merchandising. Gli spalti sono sempre pieni (come i negozi sotto il rettangolo di gioco) e gli introiti medi per spettatore/consumatore ammontano a circa 51 euro medi a partita contro i 16 dell’Italia. Nel nostro Paese, a oggi, un ragionamento del genere lo ha fatto solo la Juventus. In una evidenza di ragionamento, la disponibilità di maggiori introiti può permettere una programmazione diversa anche nella costruzione della squadra. Il migliorarne la composizione, in termini di giocatori di qualità, diventa non solo un motivo di orgoglio per avere una squadra vincente, ma anche il motore principale per creare interesse e richiamo attorno alla società.

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