«Arabi, cinesi, tedeschi o russi, pensate se una multinazionale si aggiudicasse le gare per la gestione di tutte o di una gran parte delle spiagge liguri» – ha detto il consigliere regionale della Lega Nord Alessandro Piana.

E perché no?

L’arrivo delle multinazionali potrà dispiacere agli attuali concessionari ma a noi, a più di un milione e mezzo di liguri, e ai milioni di turisti che vengono da queste parti, che male può fare? Se arabi, cinesi, tedeschi o russi ci offrissero un buon servizio perché non dovremmo approfittarne? I gestori liguri hanno l’esperienza, la specificità, la qualità, ecc…. che gli altri non hanno? Giudicheremo noi, utenti, consumatori. Non abbiamo bisogno della Regione, di Ascom o di Confesercenti per decidere dove andare alla spiaggia.

L’allarme di Piana, condiviso dal centrodestra, e dal Pd, riguarda la direttiva dell’Unione europea 2006/123/CE conosciuta come direttiva Bolkestein. Emanata nel 2006, recepita dall’Italia con decreto legislativo nel 2010, la direttiva si concentra sui servizi del mercato unico europeo e prevede, per quanto riguarda in particolare le attività dei balneari, la possibilità per tutti, anche per operatori di altri Paesi dell’Ue, di partecipare ai bandi pubblici per l’assegnazione delle concessioni demaniali. Il gestore di uno stabilimento balneare non è proprietario di un pezzo del litorale, per continuare la sua attività dovrà partecipare alla gara e vincerla. Altrimenti gli subentrerà un altro gestore.

Un decreto legge Milleproroghe di fine 2009 in pratica ha prorogato in maniera automatica e generalizzata le concessioni demaniali marittime su tutta la costa italiana fino al 31 dicembre del 2020. Questa proroga (sarebbe stata la terza) è stata bocciata dalla Corte Ue il 14 luglio scorso. Come era prevedibile. Già in febbraio l’avvocato generale Maciej Szpunar aveva dato parere negativo, alla luce della Bolkestein, alla proroga automatica dell’Italia.

«Il diritto dell’Unione – si legge nel comunicato della Corte – osta a che le concessioni per l’esercizio delle attività turistico-ricreative nelle aree demaniali marittime e lacustri siano prorogate in modo automatico in assenza di qualsiasi procedura di selezione dei potenziali candidati. Tale proroga prevista dalla legge italiana impedisce di effettuare una selezione imparziale e trasparente dei candidati».

Apriti cielo.

La direttiva, secondo le associazioni di categoria, le Regioni, e vari enti pubblici, in Italia non si può applicare. Perché? Per la specificità, dal punto di vista storico, culturale e economico ecc… dei nostri stabilimenti balneari, in genere a gestione famigliare, capaci di offrire una qualità che all’estero neanche si sognano. E perché gli attuali gestori hanno investito negli stabilimenti, che spesso hanno in concessione da più generazioni. E per l’indotto. E per i dipendenti.

Ma sulla qualità del servizio, che ora sarebbe garantita e domani chissà, giudicheremo e sceglieremo noi. Per quanto riguarda l’occupazione e l’indotto, anche se sembra poco probabile che una società si porti in Liguria i bagnini dal Golfo Persico o dalla Russia – dovendo applicare i contratti vigenti in Italia – si possono inserire specifiche nei bandi per tutelare l’occupazione locale. Lo stesso vale per l’indotto. Norme del genere esistono in altri paesi europei per le opere edili, si potrebbero applicare anche nei servizi balneari. Anche l’eventualità che un’unica società si aggiudichi tutte o gran parte delle nostre spiagge, non lasciandoci così la possibilità di scegliere, può essere scongiurata con norme anti trust.

(Rivedendo le norme in materia si potrebbe anche prendere in considerazione la percentuale di spiagge libere e spiagge libere attrezzate nel totale delle zone balneabili. Secondo alcuni, sarebbe troppo bassa. Ma restiamo alle concessioni).

Si dice anche che i nostri attuali concessionari nel corso del tempo hanno speso per costruire o ammodernare le loro strutture e non sarebbe giusto se perdessero il denaro investito. E questo è vero. Ma non sembra un’impresa sovrumana riuscire a inserire nel bandi delle clausole di risarcimento. E valutare oggettivamente il valore degli investimenti. Se la famiglia Parodi ha investito 100 mila euro nei bagni Mariuccia, i suoi concorrenti nell’asta dovranno mettere una somma x + 100 mila euro. La famiglia Parodi, ovviamente, metterà soltanto x o y, e se perderà la gara riceverà dal vincitore i 100 mila euro.

Adottare questi accorgimenti sembra più fattibile che ottenere delle proroghe. Non si può mai dire, perché la politica riserva sorprese e produce bizzarrie non soltanto in Italia, ma che senso ha, di fronte a una direttiva che imponeva di mettere a gara le concessioni nel 2015, chiedere, come vorrebbero certe associazioni di categoria e la Regione Liguria, una proroga automatica trentennale? Dopo che la Corte ha bocciato quella fino al 2020? Una richiesta del genere equivale a chiedere l’abrogazione della direttiva.

Anche chi non prova particolare trasporto verso l’Ue, apparato burocratico impegnato a produrre volumi di specifiche sulle misure di zucchine e melanzane, pensando alle amministrazioni nostrane si sente riscaldare il cuore di gratitudine e simpatia nei confronti dei burocrati di Bruxelles.

In Liguria il vento sarà anche cambiato (#) ma non abbastanza.

2 COMMENTI

  1. , un esempio per tutti della gestione da parte della stessa famiglia , basta vedere a Genova il degrado e l’immagine dei bagni lido di Corso Italia, qualunque straniero potrebbe fare meglio ..per Genova

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