La scorsa settimana i mercati azionari hanno chiuso in generale in territorio negativo. Gli indici cinesi sono stati tra i pochi in avanzamento, sostenuti anche dalla decisione che sarà presa il prossimo mercoledì relativa all’inclusione delle azioni di classe A nell’indice Msci Emerging Markets.

A oggi gli investitori stranieri rappresentano meno del 2% di questo mercato, ma i fund manager che hanno come riferimento l’Msci Emerging Markets dovranno inevitabilmente confrontarsi con l’eventuale ampliamento dell’indice. La chiusura dell’Eurozona è stata invece pesante, poiché ha risentito dell’avvicinarsi del referendum in Gran Bretagna. L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue avrebbe una ricaduta politica molto rilevante e supporterebbe il risveglio dei nazionalismi indebolendo ulteriormente la già fragile Eurozona: i sondaggi riferiti al 9 giugno hanno visto il 53% delle probabilità a favore della Brexit. Diversamente le quotazioni fatte dai bookmaker favoriscono ancora il Bremain a cui assegnano una probabilità del 76%. In questo clima di incertezza la volatilità dell’indici dell’Eurozona ha subito un netto balzo in avanti, portandosi a 30.2 da 23.5 della scorsa settimana, nettamente al di sopra del livello di 25.9 della media a 200 giorni.

Sempre in Eurozona, sul fronte obbligazionario sono cominciati la scorsa settimana gli acquisti di Corporate bond da parte della Bce. Per la seconda volta il rendimento medio delle obbligazioni Corporate IG europee è sceso nell’intorno dell’1%. Poiché l’anno scorso si erano toccati questi minimi poco prima dell’inizio del QE della Bce ma successivamente i rendimenti avevano invertito la tendenza, molti operatori si stanno interrogando sulla continuazione di questa tendenza e sulla possibilità che si sia creata una bolla speculativa anche sul comparto dei corporate bond.

Un altro tema di grande rilevanza che sta occupando le analisi degli esperti è relativo all’andamento del tasso decennale americano. Dopo il dato oltremodo debole relativo alla creazione di nuovi posti di lavoro nel mese di maggio la Yellen, durante il discorso a Philadephia della scorsa settimana, ha fatto un passo indietro sulle possibilità di alzare i tassi a giugno e, in minor misura, anche a luglio: i mercati stanno prezzando a zero la data di giugno e attribuiscono solo il 17.6% di probabilità a luglio dal 54.8% riferito al giorno precedente la pubblicazione del job report.

Due sono le considerazioni che possono fare gli esperti: i tassi a lungo termine continuano a scontare un lungo periodo di crescita molto debole e l’incertezza determinata dall’indecisione della Fed che continuerà ad alimentare la volatilità sui mercati.

Quella che ci attende sarà la settimana delle Banche Centrali. Il mercato si attende un nulla di fatto per la Fed. La decisione del Fomc sarà seguita dalla conferenza stampa dove saranno rese note le proiezioni aggiornate della crescita economica americana. L’attenzione potrebbe inoltre tornare sulle aspettative di rialzo dei tassi dei membri del Fomc, il cosiddetto dot plot, dove diversi operatori si aspettano già un numero di rialzi in lieve calo per il 2016 ma anche il 2017 e il 2018. Un nulla di fatto è atteso anche per la Bank of England, in stand-by in attesa dell’esito del referendum. Anche per quanto riguarda la Bank of Japan le aspettative sono per nessuna variazione della politica monetaria, ma diversi operatori si attendono annunci nella direzione di ulteriori azioni a sostegno dell’economia.

Infine, gli esperti segnalano alcuni dati in pubblicazione in settimana che si profilano come interessanti o market mover: United States: vendite al dettaglio (martedì 14 giugno), indice dei prezzi al consumo (giovedì 16 giugno) e mercato immobiliare (venerdì 17 giugno). Eurozona: produzione industriale e disoccupazione (martedì 14 giugno), indice dei prezzi al consumo (giovedì 16 giugno). Giappone: produzione industriale (martedì 14 giugno), ordinativi macchinari (mercoledì 15 giugno). Cina: produzione industriale e vendite al dettaglio (lunedì 13 giugno).

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