A Genova la “Compagnia Unica” è sempre a rischio cancellazione per legge (o quantomeno per decreto). Un dramma sociale. La notizia, letta a Liverpool e in generale in tutto il Regno unito, sa di deja vù. Una storia lunga, infinita quella del lavoro sulle banchine italiane e inglesi. Ricordarla serve. Come altrettanto serve tuttavia il ricordare che gli inglesi, quando prendono una decisione di cambiamento, hanno già pronte – discutibili o meno – delle alternative sostenibili e soprattutto vere e realistiche. Da noi non si può certo dire lo stesso. Lo stato dei fatti, innanzitutto. Leggendo su Srm – Dossier Unione Europea, si trova un appunto rilasciato da Vic Annells, direttore dell’ente “Commercio e investimenti in Italia” del Regno Unito che ricorda come «negli ultimi decenni l’industria portuale (britannica ndr) ha subito una profonda trasformazione, in quanto il governo ha permesso la gestione indipendente o privata dei singoli scali, con investimento di capitali privati. Tutti i porti operano in base alle regole di mercato e in gran parte senza sussidi pubblici; inoltre il governo favorisce, ritenendolo positivo, il regime di concorrenza esistente».

Dunque un investimento nella serietà riconosciuta a chi i porti gestisce oggi, ma che arriva dalla volontà dello Stato della Regina di non investire più denari in settori che possono andare da soli. Autonomia a tutti i costi. Anche sapendosi differenziare visto che, dice ancora Annells: «Si riconosce inoltre il ruolo fondamentale dei porti per la produzione di energia dalle centrali eoliche in ambiente offshore, che devono poter disporre sulle coste anche di aree adatte alla produzione, l’assemblaggio e stoccaggio di attrezzature».

A Liverpool esiste un ente misto pubblico-privato, la Merseyside Partnership, che si occupa – con poteri – dello sviluppo economico e turistico del territorio. Questa authority ha lanciato già nel 2008 un progetto per il potenziamento delle attuali strutture portuali e dei relativi collegamenti stradali, ferroviari ed aerei. Una sorta di Singapore europea. La crisi mondiale che sta colpendo con particolare veemenza proprio il Regno Unito difficilmente permetterà nell’immediato il lancio di grandi opere. Ma gli inglesi, storicamente, le idee che hanno le portano fino in fondo. Intanto hanno studiato a fondo la loro portualità, ne hanno compendiato i numeri e hanno creato una sorta di “bilancio consolidato” delle banchine. I numeri sono evidenti: i porti del Regno Unito contribuiscono con circa 19 miliardi di sterline al pil britannico garantendo 340 mila posti di lavoro, di cui 112 mila diretti. Numeri imponenti, ma che vanno letti ricordando il sistema di welfare inglese, il sistema di protezione sociale per chi perde il lavoro e la garanzia di seria e naturale solidarietà che ogni cittadino inglese si sente di dovere ad ogni altro cittadino inglese. Senso dello Stato sano e robusto, senso che – purtroppo – da noi non è neanche in gestazione.

1 COMMENTO

  1. Per forza che noi non lo sentiamo: noi abbiamo l’immensa illegalità del sud Italia, dove i furbi e i disonesti abbondano come il riso abbonda nelle bocche dei cinesi. E questo porta a non fidarsi più del prossimo.

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