Un referendum che con le trivelle non ha nulla a che vedere, nonostante i suoi promotori si chiamino “No Triv”, che rischia di produrre danni in cambio di nessun beneficio, ed è il risultato di una cultura antiscientifica pericolosa per il Paese. Così Federico Garaventa, presidente di Ance Liguria, giudica il referendum che il 17 aprile ci porterà a votare per decidere se abrogare l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.52 “Norma in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, ecc…

«Intanto – premette Garaventa – il referendum non ha nulla a che fare con le trivelle. Le trivellazioni sono state fatte una quarantina d’anni fa. Oggetto del voto saranno le attività delle piattaforme collocate davanti alle nostre coste entro le 12 miglia marine, circa 20 km. Queste estrazioni, nel nostro caso di gas metano e non di petrolio, si badi bene, vengono effettuate dalle compagnie sulla base di una concessione che ha la durata iniziale di 30 anni e può essere prolungata per due volte, cinque anni ciascuna. Dopo i 40 anni, secondo la legge vigente prima della nuova norma inserita dal governo Renzi, la concezione scade e l’estrazione finisce. La nuova norma stabilisce che quando il periodo di concessione termina l’attività possa proseguire fino all’esaurimento del giacimento. I referendari chiedono che questa nuova norma sia cancellata. Sia chiaro che per continuare a produrre non occorre nessuna attività di trivellazione aggiuntiva. Le concessioni sono state rilasciate negli anni Settanta, quindi verrebbero a scadere nei prossimi anni. Se vincessero i sì le aziende cesserebbero l’attività e gli idrocarburi rimasti resterebbero inutilizzati. In caso di vittoria del no o di mancato raggiungimento del quorum, le ricerche e le attività petrolifere già in corso proseguirebbero fino a esaurimento del giacimento. Nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, secondo la legge in vigore, non potrebbero in ogni caso essere rilasciate».

«Non vedo – prosegue Garaventa – quale giovamento verrebbe dalla cessazione dell’attività di queste piattaforme. Non inquinano, e, anzi, in genere vengono popolate spontaneamente di faune e flora. Sono un modello nel mondo per il rispetto ambientale grazie alla loro altissima tecnologia. Sicuramente è più pericolosa una petroliera in transito, che può subire una perdita, rispetto a una piattaforma dove si estrae gas».

Il referendum, però, non riguarda le estrazioni al di fuori delle 12 miglia dalla costa, che continuerebbero. E la maggior parte delle piattaforme italiane sono collocate oltre le 12 miglia. Entro le 12 miglia sono soltanto 21: 7 in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata, 2 in Emilia Romagna, 1 nelle Marche, 1 in Veneto. Il danno sarebbe contenuto.

«Il metano che estraggono le piattaforme entro le 12 miglia – precisa il presidente degli edili liguri – copre meno del 10% del fabbisogno nazionale. Ma, poco o tanto che sia il metano estratto, a parte il danno arrecato alle aziende del comparto e ai loro lavoratori, perché farsi del male in cambio di nulla? Purtroppo, molti cittadini andranno a votare senza avere capito quale è la vera posta in gioco, come è successo per il nucleare e per l’acqua pubblica. C’è addirittura chi è convinto che esista un nesso tra le trivellazioni, l’attività delle piattaforme e i terremoti.

Secondo Garaventa, «è pericoloso che il governo sia condizionato da un’opinione pubblica così male informata e dall’istituto referendario gestito in questo modo. E qui veniamo al tema di fondo di cui fa parte il referendum del 17 aprile. Si sta affermando un paganesimo antiscientifico e antiumano che è pericoloso»

I promotori del referendum vedono nell’abrogazione della nuova norma l’occasione di smentire la strategia del governo e imporre una sterzata della nostra politica energetica in favore di un maggiore utilizzo delle energie rinnovabili.

«La sterzata – replica Garaventa – non può avvenire così, rinunciando a una fonte di energia in cambio di nulla. È una mossa da irresponsabili. Oltre tutto vorrebbe dire perdere del gas metano, che non inquina, per importare più petrolio. E non dimentichiamo che il prezzo del greggio ora è basso ma non sarà sempre così. Mentre le cosiddette energie alternative, a parte la loro effettiva fruibilità, quando sono convenienti lo sono perché finanziate dalle tasse sul petrolio».

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