La Liguria ha una tradizione antica di partecipazione femminile al mondo del lavoro, da cui derivano alcune caratteristiche strutturali e sociali: ritardo dell’età delle nozze e conseguente età più avanzata per la nascita dei figli nelle città già da fine Ottocento con conseguente diminuzione del numero degli stessi e tassi di fecondità e di natalità tra i più bassi d’Italia.

Nonostante ciò la crisi degli ultimi anni ha accentuato le difficoltà legate alla reale partecipazione femminile alla vita economica e sociale ligure.
Claudia Sirito, del settore Statistica e prezzi della Camera di Commercio di Genova, rileva che gli ultimi dati relativi alle diplomate all’età di 19 anni, pur non essendo particolarmente brillanti, fermandosi al 77,1%, dato superiore solo a quelli della Valle d’Aosta, della Lombardia e di Bolzano (inferiore di 3,6 punti percentuali rispetto alla media nazionale), rispetto ai coetanei, la situazione è comunque favorevole, visto che i maschi registrano il 9,4% di diplomati in meno. Le femmine, quindi, sono più brave dei maschi alle superiori, ma con una partecipazione complessiva al sistema formativo inferiore.

La situazione si capovolge per quanto riguarda la frequenza universitaria, anche se i dati liguri sono inferiori alla media nazionale: le percentuali di immatricolate e iscritte a corsi di laurea di primo livello sono rispettivamente il 53,7% contro il 54,6% nazionale per le immatricolate e il 54,5% contro il 54,7% italiano per le iscritte; più elevata la differenza rispetto al dato italiano nel caso delle iscrizioni a lauree specialistiche/magistrali biennali dove si registra in Liguria il 52,8% di iscritte a fronte delle 56 su 100 in Italia; per quanto riguarda le lauree specialistiche annuali la percentuale di femmine sul totale sale al 60,5% in Liguria (contro il 62,2% della media nazionale).

I migliori risultati ottenuti alle superiori spiegano la maggiore propensione delle ragazze a iscriversi all’Università, anche se le disparità di genere nella nostra regione sono meno evidenti rispetto alla media nazionale del fenomeno.

Considerando i giovani di 25 anni, le studentesse confermano le migliori perfomance rispetto ai maschi: il 42,2% delle femmine e il 27,5% dei maschi hanno ottenuto il titolo universitario per la prima volta nell’anno accademico 2012-2013, confermando le divergenze degli anni precedenti (a livello generale si nota un peggioramento complessivo delle percentuali che stanno progressivamente diminuendo, anche questo fatto è probabilmente legato all’inasprirsi della crisi economica che ha sicuramente inciso sulla qualità della frequenza e dello studio, costringendo a rallentare se non ad abbandonare il corso di laurea), mentre il 26,2% delle femmine ottengono la laurea magistrale contro il 16,9% dei maschi: le percentuali di successo nel giungere alla laurea magistrale sono in miglioramento negli ultimi anni.

A quattro anni dal termine degli studi (nel 2011, ultimo dato disponibile) si nota una maggiore percentuale di maschi che lavorano, con differenze minime tra i laureati triennali (inferiore all’1% e con circa i ¾ dei giovani di entrambi i sessi che lavorano) che crescono in maniera esponenziale nel caso delle lauree magistrali dove il 79,8% delle femmine e l’89,2% dei maschi lavora; le difficoltà femminili nel trovare un lavoro riguardano inoltre la diversa tipologia di contratti come si evidenzia osservando i dati relativi al lavoro continuativo dopo la laurea all’aumentare del livello della laurea: mentre nel caso delle lauree triennali le percentuali femminili e maschili si aggirano entrambe intorno al 55% (con differenze non significative), per le lauree magistrali la percentuale femminile rimane abbastanza simile ed è pari al 53,5% mentre per i maschi raggiunge un livello decisamente più soddisfacente (82,2%).

Nel caso femminile quindi la laurea magistrale non comporta un vantaggio sostanziale in termini di impiego, ed in particolare di impiego stabile, determinando una prima indicazione del maggiore livello di precarietà che contraddistingue la partecipazione femminile al mondo del lavoro; ciò comporta una maggiore tendenza allo scoraggiamento che porta anche le laureate ad abbandonare la ricerca di un lavoro: nel caso delle lauree triennali a quattro anni dal conseguimento ben 14 femmine che non lavorano su 100 non cercano lavoro (ma in questo caso il dato è simile a quello maschile e in parte è legato per entrambi i sessi alla frequenza di un ulteriore corso di laurea), mentre 11 su 100 nel caso della laurea magistrale rinunciano alla ricerca (per i maschi il dato risulta 4 punti percentuali inferiore, vale a dire solo 7 laureati magistrali che non lavorano su 100 non cercano lavoro a quattro anni dalla laurea).

La popolazione ligure è contraddistinta da un elevato livello di istruzione sia a livello maschile sia femminile: il 14,7% delle liguri è laureata (nordovest 13,3% e Italia 12,9%) e il 28,1% diplomata (14,4% e 30,8% rispettivamente per i maschi); questi valori confermano la tradizione di una forte presenza di elevate professionalità nella forza lavoro regionale (figlia in particolare della presenza delle imprese a partecipazione statale e comunque legata alle specializzazioni industriali presenti sul territorio), anche nella componente femminile.
Nonostante ciò la struttura produttiva tende tuttora ad avere un assetto a forte preponderanza maschile in alcuni ambiti, consentendo alle imprese una altrimenti non giustificata differenza nei livelli salariali che cresce al crescere del livello/qualifica e un maggior utilizzo del partime proprio per le addette, che pertanto si trovano a ricevere (molto spesso involontariamente) porzioni ridotte delle retribuzione possibile.

Ciò vale anche nel caso dell’imprenditoria, dove la componente femminile è limitata all’incirca a un’impresa su quattro e con una specializzazione settoriale molto codificata su attività “tipiche”, vale a dire quelle riconducibili con maggiore facilità alle caratteristiche di genere: agricoltura, servizi alle persone, sanità, istruzione e turismo, con una propensione maggiore rispetto ai maschi a fondare società di persone.

In conclusione si può affermare che nella condizione femminile in ambito lavorativo non è solo un problema di tempi di vita a determinare gli squilibri (anche se sicuramente la cura parentale determina condizioni dispari) e che quella attuale non è una situazione figlia della crisi (anche se le difficoltà degli ultimi anni ne hanno aggravato la portata), essendo insita nella realtà quotidiana da sempre.

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