«Gli imprenditori italiani sono bravi in un Paese che non costruisce infrastrutture e che ha forti difficoltà logistiche. Cosa si può chiedere di più da noi?». Lo afferma Giuseppe Zampini, presidente di Confindustria Genova, nel corso della tavola rotonda organizzata ieri pomeriggio al Dipartimento di Economia dell’Università di Genova da Banca d’Italia. Parlando di deindustrializzazione e terziarizzazione del Nord Ovest e analizzando dati che presentano, negli ultimi 15 anni, un progressivo indebolimento della macroregione italiana rispetto agli altri cluster europei (regioni straniere che, per analogie imprenditoriali e Pil, vengono prese come termine di paragone), emerge che l’Italia spicca in Europa per un dato, quello relativo all’efficienza delle azioni di governo: il nostro Paese ha l’indice di dispersione maggiore d’Europa (dati 2013). Non certo un gran primato: fondi distribuiti a pioggia, lentezze procedurali che frenano lo sviluppo del territorio, dispersione delle risorse in ambito universitario e difficoltà logistiche e infrastrutturali, come sottolinea il presidente di Confindustria.

La tavola rotonda tra gli imprenditori invitati dal Dipartimento di Economia converge su un modello di sviluppo, quello italiano, che non è da loro considerato il più adatto a incentivare la produzione nel Paese: «Pensiamo solo al fotovoltaico – commenta Ugo Salerno, presidente e ad di Rina spa – In Italia abbiamo favorito l’utilizzo del pannello solare, invece di incentivarne l’industria produttiva: il risultato è che in Italia la produzione di pannelli solari è inferiore al 25%, mentre il 75% è comprato in Cina. È un esempio di miopia nella gestione dei fondi: occorre pensare a lungo termine per poter vedere risultati positivi per lo sviluppo del territorio». «L’Italia spende per l’innovazione, ma spende male» aggiunge Zampini.

Ma in chiave innovazione, Carlo Castellano, presidente di Dixet e consigliere superiore della Banca d’Italia, gira la medaglia e ne mostra l’altra faccia, quella positiva: «Non dimentichiamoci che abbiamo esempi positivi di innovazione: pensiamo alle 5 mila startup innovative nate grazie alla legge Monti del 2012. Contano 5.600 dipendenti e 20 mila azionisti. In Italia non sempre si fanno leggi sbagliate: un provvedimento come questo, su cui nessuno al tempo aveva scommesso, ha dato ottimi risultati. La stessa Legge di Stabilità di Renzi ha dei buoni contenuti. Cerchiamo anche di credere in questo Paese e nelle sue potenzialità. Io ci credo, e credo in queste 5 mila giovani startup e nei loro 20 mila azionisti».

Ma è anche vero, spiega Salerno, che «è più facile fare innovazione nelle grandi imprese, dove c’è più possibilità di investire grossi capitali, anche nella distribuzione». Ma non per questo « dobbiamo “demonizzare” le piccole imprese, che hanno invece molte caratteristiche positive, mancanti ai grandi colossi industriali: sono più snelle, in grado di diversificarsi e di svilupparsi nei settori di nicchia».

Dall’analisi di lungo periodo (tra 1960 e 2010) svolta da Banca d’Italia, emerge che il valore dell’industria nel Nord Ovest è passato dal 47% al 29% e quello dei servizi dal 44,8% al 70%. Un cambiamento ancora più evidente in Liguria, dove nel 2011 si tocca il 18,4% di industria e un 80,4% di terziario. E nella nostra regione si evidenzia anche il peggior andamento del Pil negli ultimi 15 anni, all’interno di una dinamica, quella del Nord Ovest, anch’essa peggiore rispetto alle altre regioni cluster. Città quelle del Nord Ovest, svantaggiate anche dal punto di vista del numero di laureati, inferiore (12,9%) a quello medio delle altre città europee (26%).

Parlando proprio di università, secondo Salerno «un altro esempio di dispersione di risorse si riscontra proprio negli atenei, per esempio con un numero troppo elevato di corsi, mentre si dovrebbe andare più incontro alle esigenze dell’industria». E aggiunge: «L’università è un valore importante. Spesso proprio noi industriali prestiamo poca attenzione al ruolo dell’università, mentre dovremmo lavorare di più insieme anche per capire su quali settori vale la pena spingere di più, anche la formazione».

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