Ventotto milioni di euro come giro d’affari, di cui 15 milioni generati nello spezzino e cinque milioni in Italia, 150 dipendenti, per la metà circa italiani – tutti civili tranne sette o otto – ingegneri, fisici, scienziati, amministrativi, un’altra cinquantina di collaboratori esterni iperspecializzati: al Cmre – Centre for Maritime Research and Experimentation della Nato alla Spezia, si parla prevalentemente inglese ma i legami con il territorio sono forti

Con sede nel comprensorio del Centro di Supporto e Sperimentazione Navale della Marina Militare Italiana, alla Spezia in viale San Bartolomeo, il Cmre era stato costituito una cinquantina d’anni fa, come Nato Undersea Research Centre, per rispondere alla minaccia dei sommergibili sovietici. Il suo compito, in sostanza, era studiare come individuare un sommergibile sottacqua.

Finita la guerra fredda, il centro Nato di viale San Bartolomeo ha concentrato la sua attività nella ricerca scientifica e tecnologica a uso duale, sviluppando progetti dall’ideazione alla sperimentazione del prototipo in contesto operativo. Nei decenni ha offerto contributi di rilievo nell’elaborazione di modelli e simulazioni, in campo oceanografico, acustico e in altre discipline. I risultati delle sue ricerche sono stati spesso tradotti in realtà operative, in ambito Nato o da parte dei singoli paesi. Cmre conduce ricerche scientifiche e ingegneristiche direttamente a beneficio dei clienti Nato, che possono essere applicate in campo ambientale, biologico. È l’unico centro di ricerca internazionale in campo navale, ambientale e marittimo in cui nuove tecnologie, sistemi all’avanguardia e prototipi non solo vengono concepiti ma anche testati in mare con partner internazionali scientifici, commerciali e militari. Per la sperimentazione in mare il centro spezzino utilizza le navi da ricerca Nato Research Vessel Alliance e Coastal Research Vessel Leonardo. Le sue infrastrutture comprendono un’officina di 700 mq, aree tecniche per 600 mq, vasche di calibrazione e una biblioteca tecnica.

Tra le ultime realizzazioni del centro, la partecipazione al progetto Icarus (Integrated components for assisted rescue and unmanned search operations) per la costruzione di robot adibiti al soccorso in mare. all’interno di Icarus si occupa dello sviluppo della componente marittima e in particolare dell’interoperabilità dei veicoli. Cmre sta integrando nuovi software su una piattaforma Usv esistente, creata dall’azienda italiana L3 Calzoni. Grazie all’apporto tecnologico, assolutamente all’avanguardia, del Cmre – spiega Stefano Fioravanti , scientist in charge Cmre per Icarus – il sistema è in grado di portare a termine missioni di ricerca e soccorso con minima supervisione da parte dell’uomo. Tutte le componenti robotiche collaborano tra loro nel network Icarus».

Il sistema sarà pronto per l’uso a inizio 2016, quando ufficialmente il progetto verrà chiuso. Tra gli utilizzatori finali vi sono i team ricerca e soccorso della marina belga e di quella portoghese, che hanno espresso interesse per le future applicazioni.

Di recente Cmre ha messo a punto, nell’ambito del progetto europeo Perseus, sistemi robotici per la sorveglianza passiva in real-time dell’ambiente marino. Scienziati e ingegneri del Cmre hanno ideato, sviluppato e testato un sistema per la sorveglianza sottomarina passiva continua, in grado di elaborare i dati acquisiti e fornire risultati e allarmi in tempo reale. L’obiettivo è stato raggiunto integrando soluzioni tecnologiche innovative a bordo di piattaforme mobili senza pilota come i glider (veicoli autonomi sottomarini in grado di planare sott’acqua semplicemente mutando la distribuzione della massa interna) e i Wave Glider (veicoli autonomi di superficie, dotati di un sistema sommerso che, per muoversi, converte il moto ondoso in energia).

Il sistema ideato dal Cmre, costituito da un sonar passivo all’avanguardia, si è rivelato particolarmente efficace nella scoperta, localizzazione e classificazione delle imbarcazioni grazie alla capacità di monitoraggio continuo e in real-time dell’ambiente marino. La piattaforma ha dato prova di sapere operare anche in aree ampie, senza impatto ambientale, in modo affidabile e discreto.

I dati elaborati a bordo dei glider e dei Wave Glider, anche con nuovi algoritmi per la classificazione dei natanti, sono stati messi a disposizione non solo del Cmre ma anche dei centri di controllo nazionali previsti da Perseus, a scopo di visualizzazione e per ulteriori analisi. Il Wave Glider è stato inoltre adattato e testato per operare in acque costiere poco profonde, tramite integrazione di tecnologie a basso costo come normali videocamere ottiche o termiche e piccoli radar utili per le rilevazioni sopra la superficie. Si sono così fuse la percezione dello scenario sottomarino e quella sopra la superficie, soluzione tecnologica che potrebbe rivelarsi molto utile per una più efficace e veloce individuazione di anomalie nel traffico marittimo.

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