Squinzi: «Burocrazia blocca voglia di fare impresa»

Squinzi: «Burocrazia blocca voglia di fare impresa»

«Voglia di fare impresa bloccata dalla complessità delle norme e dalla mole di vincoli». Parole di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, che ha chiuso il 45esimo convegno dei Giovani Industriali di Santa Margherita Ligure. «Bene le riforme istituzionali e parlamentari, ma quello che sta mancando davvero è una forte spinta alla semplificazione della burocrazia e delle norme, un complesso farraginoso di vincoli con cui gli imprenditori hanno a che fare tutti i giorni». Un esempio preso dalla sua esperienza personale: «Ci sono voluti otto anni per ottenere le licenze edilizie per costruire due impianti in Italia, e nello stesso tempo, con la mia azienda, ne abbiamo costruiti 14 in tutto il mondo. Di questa situazione non incolpo di certo l’attuale governo, ma di sicuro non può che essere l’attuale governo a incaricarsi di disincrostare questo sistema».

Ma non è solo la burocrazia l’unico ostacolo all’impresa, avverte Squinzi: «Siamo 140 mila aziende e sei milioni di lavoratori in Italia, che pagano le tasse nonostante un sistema fiscale estremamente complesso ed elevato: pago le tasse in molti Paesi del mondo, ma nessun altro è come l’Italia. È facile chiedere di diminuirle, ma mi rendo conto che bisogna considerare la situazione del debito pubblico del Paese, che non permette grande flessibilità». Portavoce di una richiesta riguardante l’atteggiamento della pubblica amministrazione verso le imprese, il presidente di Confindustria lancia un appello e chiede «meno accanimento verso chi internazionalizza, innova e ottiene risultati. Ma anche verso quelle imprese che al momento non hanno la capacità economica di pagare le tasse».

Nonostante alcuni aspetti condivisi, Squinzi condivide con cautela l’ottimismo del governo espresso dal ministro Maria Elena Boschi, che lo ha preceduto nel penultimo intervento della giornata: «Non posso ignorare i dati positivi, ma bisogna guardare al lungo periodo, tenendo conto che i segnali di ripresa sono dovuti in gran parte al cambio dell’euro, che si è indebolito, e dalla diminuzione del costo del petrolio. Elementi che ci hanno dato una grossa mano.Ci viene chiesto di investire: noi siamo pronti a farlo, ma non possiamo investire senza un mercato. Che senso ha farlo senza sapere dove mettere le nostre produzioni? Personalmente, da imprenditore, ho fiducia nella ripresa. Ma non posso non tener conto, nel mio caso, di un mercato di riferimento, l’edilizia, che oggi sta viaggiando al 45% dei volumi produttivi del 2007».

Nella due giorni si è parlato molto di Europa, spesso con accenti critici rispetto alla sua conduzione e alla moneta unica: «Credo fortemente nell’Europa. Ma questa Europa non mi piace. Troppo burocratica, punta a produrre solo regolamentazioni: non è quello che ci aspettiamo da una realtà in cui l’unica istituzione politica ad avere una visione del futuro è la Bce. Deve esserci una visione politica condivisa. Quel che è certo, è che sarebbe devastante uscire dall’Europa e dall’Euro, scelta ormai irreversibile. Ma questo non vale solo per noi, vale per qualsiasi altro Paese dell’Ue».

Ma per uscire dal tunnel serve anche una punta di ottimismo: «Dobbiamo combattere questa diffusa cultura anti-impresa: devo dare atto al governo dell’atteggiamento positivo che sta assumendo e dell’impegno che sta mettendo nel voler invertire la rotta. Siamo pur sempre il secondo Paese manifatturiero europeo, quinti come esportazioni e ai primi posti fra le economie mondiali». Pur sempre un «Paese incredibile», come torna a sottolineare, in conclusione, il presidente dei Giovani Industriali Marco Gay: «La classe dirigente siamo anche noi, che dobbiamo tornare a confrontarci per costruire le politiche per il futuro: il confronto è alla base della crescita e lo portiamo avanti oggi giorno dentro e fuori dall’azienda. Saremmo degli irresponsabili se non lo chiedessimo. Ecco perché “ci interessa“: i giovani imprenditori vogliono riprendere un ruolo politico e riscattarsi per fare impresa in un grande Paese». Giovani, ma non solo: l’età non c’entra quando c’è la voglia di mettersi in gioco: «Una disponibilità totalmente condivisa – sottolinea Squinzi – la mia preoccupazione più grande è quella di lasciare ai nostri figli e nipoti un Paese in grado di ritrovare la crescita e di giocare un ruolo adeguato in Europa e nel mondo».

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