Giovedì 9 ottobre, ore 22.30. I lampi continuavano a rimbalzare sulla finestre della nostra mansarda in via Borgo Incrociati. Sembravano le luci psichedeliche di una discoteca. Il rumore della pioggia era assordante e veniva amplificato dal velux. Stavamo quasi per addormentarci, quando abbiamo cominciato a sentire le urla dei vicini e a quel punto abbiamo capito che per spostare la macchina (parcheggiata in piazza Raggi, all’uscita della Metro), era ormai troppo tardi. Per fortuna, aggiungo. Perché pochi minuti dopo sotto casa nostra si è scatenato l’inferno.

Borgo incrociati post alluvione
Borgo Incrociati nei giorni immediatamente successivi all’alluvione

Il nostro vicino che abita al primo piano ammezzato è uscito dalla finestra, per poi arrampicarsi sulla ringhiera e raggiungere il primo ballatoio del palazzo. Il suo dirimpettaio, abbiamo scoperto il giorno dopo, è andato a “salvare” la macchina guidando contromano nel Borgo inseguito dall’onda, per poi tornare a casa, privo di buon senso, quando ancora c’era un metro e mezzo d’acqua. Altri abitanti del primo piano hanno trovato ospitalità dai vicini: «Ho visto l’onda arrivare al mio davanzale e il cancello del nostro palazzo – due metri e più – era completamente sommerso dall’acqua, non si riusciva a vedere», mi ha raccontato l’inquilina del primo piano.

Non abbiamo dormito molto quella notte: clacson che suonavano all’impazzata, le sirene del tunnel di Brignole che strillavano e il rumore della pioggia che non dava segni di cedimento.

Ad alleggerire il tutto, la mancanza di corrente elettrica dalle ore 23 che non ci ha più permesso di seguire le notizie su Primocanale o sui siti di informazione locale. Telefoni quasi scarichi, due telefonate ai genitori per tranquillizzarli e la sveglia alle 6.50 per vedere che diavolo aveva combinato quel maledetto fiume, ancora una volta.

Venerdì 10 ottobre. Il giorno dopo ricordo solo la puzza di fango, quell’odore che – ancora dopo dieci giorni – ci accompagna ogni volta che torniamo a casa. Dal nostro cancello una macchina aveva sfondato la citofoniera, dall’altro lato un camioncino ci impediva di uscire a nord del Borgo. Fortunatamente esiste via Carrozzino che ci ha permesso di pattinare in 30 centimetri di fango, fino a raggiungere piazza Raggi. Ed eccola lì, la nostra macchina rossa: 4 anni, 40 mila chilometri e l’idea che di lì a qualche anno insieme a noi avrebbero viaggiato due o tre marmocchi. In quel momento si blocca tutto, il futuro della nostra piccola famiglia – al momento siamo solo due – viene sospeso.

L’unico mezzo di locomozione che avevamo è incastrato fra il muro del vecchio palazzo delle poste e un camioncino verde chiaro che lo ha tenuto lì, apparentemente ben parcheggiato.

Si lavora per ripulire strade e negozi dal fango
Si lavora per ripulire strade e negozi dal fango

Se non altro, non l’abbiamo vista schiacciata all’imbocco del tunnel pedonale di Brignole, o arrampicata sulla scalinata che porta a corso Monte Grappa. Non cambia nulla, la macchina non partirà lo stesso, ma forse agli occhi fa meno effetto.

Torniamo a casa, prendiamo le valigie già pronte (dovevamo partire per il weekend) e andiamo dai miei suoceri che fortunatamente abitano vicino.

Verso sera cerchiamo di ritornare a casa, avendo sentito da un’amica che era tornata la luce.

L’approdo al Borgo è stato qualcosa di indescrivibile. Solo le immagini di un buon film potrebbero trasmettere il senso di solitudine che abbiamo provato in quel momento: la strada era buia, i mobili degli antiquari riversati sulla strada, per terra ancora fango, il cancello del nostro palazzo spalancato e un silenzio che metteva freddo, anche se in quei giorni il termometro segnava cifre primaverili.

Una scena surreale, tetra. Verificata l’assenza di luce anche nel nostro palazzo, abbiamo fatto dietrofront e siamo tornati a fare gli sfollati.

Sabato 11 ottobre. Armati di scarponi sudici e guanti da boscaiolo ci siamo diretti verso casa nostra per cominciare ad aiutare i negozianti alluvionati. Nemmeno il tempo di salire le scale del nostro palazzo per posare gli ombrelli, che subito sentiamo un fortissimo odore di gas.

Avvisiamo i pompieri e facciamo evacuare il palazzo, facendo staccare a tutti l’interruttore centrale della luce, casomai ripartisse.

Tutti tranne uno, o meglio, una. Alle 16 riparano il guasto e torna la luce nella via. Alle 16.30, con il borgo intasato dagli angeli del fango, comincia a uscire fumo dalle persiane di un’abitazione del nostro palazzo: l’appartamento sta andando a fuoco da mezz’ora.

Arrivano i pompieri, ci allontanano dall’incendio e cominciano a spegnere le fiamme, entrando dalla finestra. L’unica speranza in quel momento è che dentro non ci sia nessuno.

Verso sera, finalmente, i vigili del fuoco (le uniche “autorità” che abbiamo avuto l’onore di vedere in via Borgo Incrociati per tre giorni) ci dicono le cause dell’incendio: cortocircuito.

«L’appartamento era vuoto – ci spiega uno dei pompieri – la vostra vicina è imbarcata da due mesi, abbiamo chiamato i genitori. Probabilmente l’assenza di luce ha fatto sciogliere il freezer e l’acqua è andata nei cavi elettrici».

«Possiamo tornare a casa?», chiediamo noi, riferendoci anche alla fuga di gas del mattino.

Ebbene, nessuno si prende la responsabilità di dirci se è tutto a posto, oppure se il condominio non è ancora sicuro. Altra notte fuori casa.

Domenica 12 ottobre. Continua l’allerta, ma la voglia di tornare fra le mura domestiche è tanta, così ci riproviamo. Armati di santa pazienza – che dopo tre giorni così, comincia a scarseggiare – ci dirigiamo verso l’ormai famosa “Borgo Incrociati” e appena arriviamo troviamo pompieri in azione e vicini in lacrime. Ci risiamo. Un’altra fuga di gas che per le successive 24 ore non verrà individuata da nessuno. Nell’ordine ci sentiamo dire dai vigili del fuoco: è l’odore dell’alluvione; è l’odore della macchina sterilizzatrice dello studio medico; è l’odore di gas. Finalmente.

L'area nei pressi del tunnel di Borgo Incrociati
L’area nei pressi del tunnel di Borgo Incrociati

Altro problema, fra i problemi, non sappiamo più dove sia finita la vecchina che venerdì mattina voleva andare a lavorare, vestita di tutto punto. Né tantomeno dove siano gli altri inquilini da cui vorremmo sapere se hanno chiuso luce e gas, casomai scoppiasse un altro incendio.

E noi che alle 11 volevamo andare a messa nella nostra parrocchia, dove – scopriamo in seguito – celebrava Bagnasco, l’unico che ha avuto il coraggio di guardare i commercianti di Borgo Incrociati negli occhi, pur non avendo lui nessuna responsabilità per l’alluvione.

Continuiamo a spalare e, parallelamente, svuotiamo l’appartamento della nostra vicina alla quale adesso sono rimaste solo quattro pareti nere.

Lunedì 13 ottobre. L’ultimo giorno d’allerta noi lo passiamo a chiamare i vigili, il Comune, l’Assoutenti e tutti quelli che ci possono dare informazioni su quello che dobbiamo fare per ripartire. A più di dieci giorni dall’alluvione, per noi privati, le informazioni sono ancora vaghe e confuse.

Ironia della sorte, da bravi cittadini, avevamo appena pagato la Tari. Ma in confronto al ritiro della macchina dal carrozziere di giovedì pomeriggio, non è nulla.

Ci convinciamo che Murphy stia giocando con noi e, finita l’allerta, dopo cena torniamo finalmente a casa. Primo passo: rimuovere le tracce di fango da vestiti e pavimenti.

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