Della Iuc una cosa l’abbiamo capita chiaramente, l’imposta unica comunale non è unica, bensì trina. La tanto attesa rivoluzione della fiscalità immobiliare che avrebbe dovuto assimilare l’Italia agli altri grandi Paesi europei è naufragata nel solito accordo pasticciato. Le componenti della Iuc sono l’Imu, la famosa tassa sulla proprietà immobiliare (anche se la sigla ha il fuorviante nome di imposta municipale unica), la Tari ovvero la tassa sui rifiuti e la Tasi che viene destinata ai servizi indivisibili. Proviamo allora a paragonare la fiscalità immobiliare italiana a quella francese, Paese confinante da cui derivano la gran parte delle istituzioni italiane come peraltro buona parte della nostra Costituzione.

In Francia si hanno due tasse immobiliari, la taxe foncière che compete al proprietario e la taxe d’habitation che invece è a carico di chi realmente occupa l’immobile. Sono ovviamente previsti casi particolari, quali inagibilità temporanea, detrazioni per carichi familiari e altro. Il concetto semplice e chiaro è che una parte delle imposte competano a chi gode del diritto di proprietà, mentre una restante parte debba gravare su chi realmente vive in quel contesto. Da lì i Départements e i Communes attingono le risorse derivate dal patrimonio immobiliare esistente. Per completare il raffronto sulla tassazione italiana, quella che contiene due imposte uniche, dobbiamo quindi analizzare le componenti della Iuc. L’Imu, che ha una aliquota base del quattro per mille salvo addizionali comunali, è l’imposta dovuta dal proprietario dell’immobile, salvo che per le prime case che ne sono parzialmente esenti se non, nell’anno 2013 (per ora perché pare si potrà stornare parzialmente con la Iuc nel gennaio 2014) per la quota aggiuntiva deliberata da ciascun comune in quota del 40%. La quota dei servizi locali, quelli che la comunità garantisce agli abitanti, è giustamente identificata in una tassa separata, ma sdoppiata, non esiste quindi una “tassa di abitazione” come ci si sarebbe auspicato. La prima parte è la tassa dei rifiuti Tari che prende il posto della famigerata Tares nata a fine 2012, che deriva dalle Tarsu-Tia precedenti. Apparentemente non cambierà nulla tranne il nome, probabilmente per questione politica, vista la naturale avversione degli italiani per le imposte.

La Tasi, tassa per i servizi indivisibili, è una novità machiavellica. Una quota è a carico del proprietario, mentre un’altra è a carico dell’utilizzatore, si colloca a metà fra Tari e Imu. Appare evidente che questa componente, inutile dal punto di vista fiscale e contabile, serva soltanto quale paravento politico per rifinanziare la riduzione dell’Imu. La Tasi che nelle intenzioni doveva assomigliare alla taxe d’habitation francese o alla council tax britannica, finisce quindi con l’essere una patrimoniale mascherata a copertura del debito locale imperante generatosi con il federalismo. I Comuni sono sull’orlo del fallimento e lo Stato non può aiutarli se non aumentando le tasse.

L’Imu appare invariata, servirà a tassare le case oltre la prima, a tassare gli immobili che producono reddito, i magazzini e i posti auto non pertinenziali di abitazioni principali. Saranno esenti le prime case, i terreni agricoli e i fabbricati rurali. La Tari resterà invariata e pare che per l’anno venturo non potrà superare il totale 2013, mentre dovrà ridursi gradualmente negli anni seguenti. La Tasi avrà, salvo ripensamenti del governo, un tetto del 2,5 per mille per l’anno 2014 e sarà subordinata ad un tetto massimo del 10,6 in associazione con l’Imu (ovviamente per gli immobili che non sono abitazione principale).

La reale novità è che, data la cronica penuria di fondi dell’Amministrazione pubblica italiana, le scadenze sono aumentate nel numero. La Tari conserva le sue scadenze semestrali, così come l’Imu prevista a giugno e dicembre. La Tasi avrà scadenze determinate autonomamente da ciascuna amministrazione comunale.

La frammentazione delle rate, oltre a diminuire la percezione della spesa, costringerà il contribuente a versamenti pressoché mensili, inducendo le persone a versare un poco per volta per non rischiarne l’insolvibilità totale, ma generando di fatto uno stillicidio di scadenze fiscali. Di fatto la somma Imu+Tasi porterà una progressiva riduzione dell’aliquota della prima imposta e la relativa sostituzione con la seconda garantendo così un gettito costante anche sulle prime case e invalidando quindi, nel giro di pochi anni, la proposta demagogica di detassazione della prima casa. La riorganizzazione delle imposte e delle tasse, stante il fatto che qualcuno dovrà pur sempre pagare per il proprio benessere, appare elaborata nell’intenzione di mettere in atto il riordino dei capitoli di spesa, anche se con le vicende di questo Paese il condizionale è d’obbligo. Le ripercussioni che tale riforma avrà sugli immobili sono da misurare anche con la riforma del catasto, sicuramente foriera dell’aumento di valore delle abitazioni, moltiplicatore base per il calcolo delle imposte sulla casa. L’adeguamento dei valori, se non accompagnato da una riduzione delle aliquote, porterà a dei valori impositivi surreali per l’economia del Paese e assurdi se paragonati con la storia più che recente, ovvero fino al 2011, di questo Paese.

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