La veranda, insieme alla baracca da giardino e al forno da esterni, sono argomento di discussione da decenni. Le sempre più stringenti normative di gestione del territorio e del decoro, le puntuali prescrizioni degli strumenti urbanistici locali, hanno demonizzato quelle che erano le prerogative abitative della vita rurale. Se il barbecue e il forno da giardino, sono stati “derubricati” da qualche anno perfino dall’iperprescrittivo Comune di Genova, che non richiede più l’autorizzazione edilizia purché si rispettino alcune regole che potremmo definire di buon vicinato, diverso è l’approccio urbanistico nei confronti delle baracche e delle verande. È facile intuire che la baracca da giardino, spesso realizzata con materiali di recupero e generalmente di dimensioni non marginali, sia un vero è proprio volume edilizio, più difficile è per il normale cittadino sapere che anche la veranda viene trattata nella stessa maniera.

La copiosa giurisprudenza in materia è fortemente contradditoria, non è possibile ottenere un orientamento nazionale uniforme su questo tema. L’intrico si complica ulteriormente con il recente avvento delle serre solari, ovvero quelle costruzioni vetrate, tipiche del Nord Europa, utili per concentrare il calore solare nella stagione fredda e quindi finalizzate al risparmio energetico mediante il riscaldamento della facciata e la conseguente minimizzazione della dispersione termica dell’edificio.

Le serre solari in Italia non sono meno utili che nei paesi nordici, ma non sono altrettanto ben viste, vuoi per la minore utilità effettiva, vuoi per la secolare abitudine nazionale di pensare sempre che l’intento primario del cittadino sia quello di evadere tasse, imposte e gabelle. In definitiva, ad oggi, soltanto otto regioni si sono adoperate per definire i criteri costruttivi delle serre solari, ovvero delle verande. Non possiamo di certo prescindere dalla valutazione estetica, di sicuro una veranda in alluminio anodizzato nel centro storico non può essere considerata accettabile, ma una normativa esageratamente repressiva, come ad esempio quella ligure, non incentiva l’innovazione tecnologica ed estetica dell’abitato. Scegliere di cristallizzare un patrimonio edilizio come quello ligure, spesso caratterizzato da sanatorie, difformità progettuali e scarsa qualità costruttiva, eliminando ogni valutazione discrezionale e rimandando la trasformazione del territorio soltanto gli interventi di ampio respiro, non può che diminuire l’interesse del cittadino medio alla conservazione del territorio e dell’abitato.

Il divieto generalizzato di installazione delle verande, che peraltro vengono normalmente prodotte, pubblicizzate e installate da qualche impresa residuale nel mercato, non è un deterrente efficace, che peraltro incentiva l’abusivismo endemico di questo paese. Sarebbe di certo più efficace, e auspicabile, una normativa meno repressiva con contenuti prescrittivi tali da incentivare le installazioni esteticamente gradevoli ed energeticamente virtuose.

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