Ha collaborato Alessandra Rossi

AlluvioneSestresi e varazzini dovranno avere molta pazienza, ma nella disgrazia devono anche ritenersi “fortunati”. I dieci milioni promessi per l’alluvione del 4 ottobre scorso sono una positiva inversione di tendenza alla luce di quello che è successo nelle scorse calamità. Andando indietro nel tempo si scopre che negli ultimi dieci anni il rapporto tra i danni calcolati e i finanziamenti arrivati da Roma è diminuito da un quarto a un centesimo. A farne le spese sono state sempre le imprese colpite, che hanno avuto a disposizione solo fondi regionali, ma la coperta è corta anche per i contributi necessari per le cosiddette somme urgenze (pagare chi ha spalato fango e terra, ripristinare le strade e i ponti, ridare una casa a chi è sfollato). La memoria storica regionale delle calamità è Stefano Vergante, del settore Protezione civile ed emergenza della Regione Liguria. Vergante, in carica dal 1999, racconta tutte le tappe della distruzione e i relativi contributi a partire dalla mareggiata del 31 dicembre di quell’anno: «La forza delle onde aveva colpito quasi tutta la Liguria, soprattutto il Levante, ma all’epoca le cose funzionavano in un certo modo, si riusciva a dirottare qualche soldo anche per la prevenzione. Poi è arrivato il 2000». Per le emergenze il 2000 è stato uno spartiacque perché nel corso di quell’anno la Liguria ha dovuto subire ben tre eventi eccezionali concentrati tra ottobre e novembre: il primo ha colpito tutto il territorio regionale, il secondo ha incrementato il danno soprattutto in alcune zone e il terzo ha dato il colpo di grazia. «Non appena le attività ricominciavano – ricorda Vergante – arrivava un’altra calamità. Francamente non sapevamo più come fare. Non si riusciva a trovare il bandolo della matassa per gestire le operazioni». Il danno fu enorme: 2 mila miliardi di lire, un miliardo di euro. La zona più colpita era stata in provincia di Imperia, soprattutto il territorio di Ceriana e dintorni, in valle Armea: due milioni di tonnellate di terra e pietrisco sconvolgono la zona. Altre venti frane colpiscono la campagna circostante, mettendo in ginocchio l’intera popolazione. Nel mezzo anche una mareggiata. «Per far fronte a quell’emergenza erano arrivate risorse per 500 milioni di euro, il 50% della stima – ricorda Vergante – una cifra che aveva messo a dura prova il nostro ufficio. Era stato difficile gestire tutto, abbiamo aperte ancora adesso alcune pratiche». Per far fronte ai danni di quei due mesi la Regione ha prodotto due delibere per le somme urgenze e tre piani di messa in sicurezza, più un piano per i soggetti privati e innumerevoli decreti attuativi. Diversa la situazione nel 2002, che aveva colpito la provincia di Genova, soprattutto parte della Val Fontanabuona con un’intensità che un habitué delle calamità come Vergante definisce elevatissima. Anche qui, come nel 19702000, non solo danni materiali, ma anche la perdita di vite umane. «Questa volta la stima si fermò a 500 milioni, non perché l’alluvione fu meno intensa, ma più concentrata». I contributi arrivati da Roma furono 70 milioni, il 16% del danno. Per questo la Regione dovette operare facendo filtro: priorità al ripristino in somma urgenza delle opere pubbliche e dei servizi essenziali, alla rimozione delle situazioni pericolo e a restituire la casa a chi era stato evacuato. Il periodo di tranquillità nel 2003 e nel 2004 venne interrotto parzialmente nel 2005, con eventi alluvionali ad agosto, settembre e dicembre che però non vennero racchiusi nello stato di emergenza. In questo caso la Regione varò il piano degli interventi soltanto nel 2008 dopo lunghe vicissitudini. Le risorse disponibili ammontavano a 3,2 milioni a fronte di danni per oltre 8 milioni. Nel settembre 2006 ecco un’altra alluvione a Bordighera e nel territorio circostante: danni per 270 milioni circa e risorse arrivate pari a 20 milioni, utili soltanto per le somme urgenze, con grande filtro a discrezione della Regione. Negli ultimi tre anni ancora devastazione: nel 2008 la mareggiata storica del 30 ottobre, le alluvioni di novembre e le nevicate di dicembre (la Regione stanziò ulteriori 200 mila euro per l’acquisto di sale). «Una situazione mai vista prima – dichiara Vergante – con la Liguria inserita nelle emergenze a livello nazionale e stima del danno intorno ai 270-300 milioni di euro. Le risorse trasferite invece si sono fermate a 5 milioni. Non riuscivamo a fare nulla. Così abbiamo iniziato a fare economie, vedere dove avanzava qualcosa nei precedenti piani di messa in sicurezza». Con una scarsità tale di risorse i danni da mareggiata passano in secondo piano. Per le emergenze tra l’ottobre 2008 e l’aprile 2009 (7 calamità) furono 198 gli enti danneggiati in tutta la regione tra Comuni, Province e Comunità montane. Le segnalazioni di danno per la somma urgenza ammontavano a 36,3 milioni, quelli per la messa in sicurezza a 152,9 milioni e per il completamento a 108,8 milioni. Sul lato dei beni immobili privati il totale per la regione era di 34 milioni, con prevalenza, di cui 18,4 solo per la provincia spezzina. Per la ripresa delle attività produttive ed economiche le segnalazioni di danno arrivarono a 33,5 milioni.

Per lo sgombero neve tra il novembre 2008 e il febbraio 2009 la cifra segnalata fu di 1,8 milioni. Il 2009 è l’anno dell’esondazione di Natale del fiume Magra, nello spezzino, con circa 300 milioni di danni, a cui è seguita una mareggiata a capodanno che ha colpito soprattutto il Ponente. Anche in questo caso le risorse messe sinora a disposizione sono stati 5 milioni, ma la Provincia della Spezia è ancora in attesa degli altri 24 previsti da tempo e che “giacevano” sulla scrivania di Tremonti. Dopo un rimpallo lungo mesi pare che i fondi siano finalmente in arrivo, ma nel frattempo la Regione, non avendo liquidi per anticiparli «a fatto un’operazione di recupero e riutilizzo di risorse da vecchi eventi alluvionali – racconta Vergante – siamo andati a finanziare solo in parte sia la somma urgenza e i servizi essenziali sia il rientro degli evacuati, come nel 2008». Nel 2010 ecco l’alluvione del 4 ottobre, qui tutto è ancora aperto (51 sfollati, di cui 37 a carico del Comune. 13 mila tonnellate di fango e materiale residuo rimosso e una spesa preventiva certificata dalla Protezione civile di 180 milioni di euro) anche se i 10 milioni sono già qualcosa in più rispetto a ciò che è arrivato gli anni scorsi. «Questi eventi hanno ottenuto lo stato di emergenza, una dicitura da non confondere con lo stato di calamità – sottolinea Vergante – che non ha niente a che vedere con la Protezione civile. Lo stato di calamità si riferisce per esempio ai danni agricoli dovuti a una grandinata, ma ora con la normativa europea è stato dimenticato. Non ci sono più le norme che lo tengono vivo e di conseguenza i finanziamenti». Tuttavia ci sono eventi che, pur non raggiungendo il livello di stato di emergenza vengono comunque seguiti dagli enti locali con risorse proprie, «sempre più contenute – dice Vergante – circa un milione all’anno». Per esempio il recente nubrifragio con frane a Portovenere. Sulla tempistica dei contributi post alluvioni non c’è una regola. I primi fondi di solito arrivano entro un mese, il tempo necessario per mettere a fuoco tutti i problemi. «Non è detto che prima arrivino meglio si spendano. Rispetto a 20 anni fa siamo comunque più rapidi. A un anno di distanza arrivano i fondi per le situazioni meno urgenti». Sul sito della Regione Liguria, nella sezione dedicata al dipartimento Ambiente e al settore della Protezione civile, sono presenti i dettagli di tutti gli stanziamenti per somme urgenze e altri interventi dal 2005 in poi.

Imprese e danni

1993Quella del 2010 è tuttavia la terza emergenza nel giro di poco più di un anno in cui la Regione stanzia cifre per le attività produttive con una legge speciale (la n.1/2010, attuata con delibera del 9 febbraio). Francesco Caso, che per la Regione Liguria si è occupato di questi interventi per le imprese, spiega: «Secondo la legge avevano diritto ad accedere ai contributi le aziende danneggiate dal 22 al 25 dicembre 2009 e dal 31 dicembre al 2 gennaio 2010 e che si impegnavano in investimenti per il ripristino delle condizioni di operatività». I fondi sono stati messi a disposizione da Filse, la Finanziaria regionale.

La dotazione è di 4,6 milioni. L’agevolazione è stata pensata a fondo perduto e prestito rimborsabile a tasso agevolato dello 0,5% annuo e viene concessa sino al 30% nel limite massimo di 30 mila euro dell’investimento, con una quota di prestito rimborsabile pari almeno al 50% dell’agevolazione. «Facendo le divisioni per provincia – afferma Caso – le domande accolte positivamente sono state 12 per Genova, 20 per La Spezia, altre 20 nell’imperiese e un massimo di 12 per il savonese». Sulla provincia di Savona la Regione non ha ancora la certezza della cifra esatta perché le 12 pratiche sono ancora in istruttoria.

Gli importi concessi ammontano a quasi 2 milioni, divisi a seconda dell’incidenza dei danni segnalati dalle imprese a ciascuna Camera di Commercio: quasi 249 mila in provincia di Genova, 433 mila in quella della Spezia, 393 mila alle aziende dell’imperiese e un massimo di 217 mila nel savonese. È proprio dal 2000, l’anno terribile per le alluvioni, che le Camere di Commercio sono state incaricate ufficialmente dalla Regione di raccogliere le domande di contributi e di gestire le pratiche per le imprese colpite da eventi eccezionali. L’ufficio genovese, diretto da Deborah Saverino, era stato pensato già dopo l’alluvione che aveva colpito il capoluogo ligure nel 1992, ma è stato reso ufficialmente operativo con la legge regionale n.9/2000. La Camera di Commercio è solo lo strumento di raccordo tra chi stanzia i fondi e le imprese. Sono centinaia le pratiche arrivate sulla scrivania di Saverino e del suo staff per gli eventi eccezionali del 1999, del 2000, del 2002 e del 2009-2010. E se sono ovviamente aperte ancora le pratiche dell’ultimo biennio, la Camera genovese fa sapere che sinora sono state chiuse e liquidate soltanto quelle del 1999 e del 2000, nonostante ci siano ancora dei contenziosi. Per l’alluvione del 2002 invece non sono stati stanziati fondi. L’evento del 4 ottobre ha portato 500 richieste di contributo. Per questo la legge è stata estesa a copertura anche di questa calamità. Anche l’ufficio della Camera spezzina conferma le difficoltà delle aziende a trovare finanziamenti per ripartire: «I soldi che arrivano da Roma – sottolinea Gabriele Boni, referente dell’ufficio incentivi – vanno ai Comuni per le opere pubbliche. Quindi, se non ci pensano gli enti liguri, le imprese non avranno un euro di aiuto. Per l’ultima esondazione del Magra abbiamo approvato 19 richieste su 29». E per trovare i fondi a livello regionale bisogna fare i salti mortali: «Abbiamo usato – ammette Caso – fondi residui di precedenti bandi comunitari che erano destinati a scopi di investimento non solo produttivo, ma anche nel commercio e nei servizi».

I contributi richiesti nel corso di tutto il 2009 solo in provincia della Spezia ammontavano a 21 milioni, la somma di 185 aziende. Sono soprattutto i piccolissimi imprenditori a navigare nell’incertezza e qualcuno si affida

1970anche a Facebook per cercare di capire se i soldi arriveranno oppure no: Marzia Salvestrini ha visto distrutto dall’ultima piena del Magra il suo laboratorio artigiano e danneggiato il bed & breakfast del piano superiore. «Ho già speso 50 mila euro tra il cercare di ripristinare l’attività e il pagamento delle perizie per la stima dei danni, ma ora non riesco più a pagare l’affitto di mille euro, così mi sono iscritta a un gruppo “No alluvione fiume Magra”, per capire se altri sono nella mia stessa situazione, visto che non ho notizie da parte delle istituzioni». Vergante non è l’unico ad avere una buona memoria. Nicola Caprioni, segretario della Cna, ricorda: «Da 20 anni, con frequenza annuale, ci sono state frane, alluvioni, mareggiate, ondate eccezionali di maltempo che hanno richiesto l’intervento della Cna per aiutare le imprese colpite a risollevarsi. In casi come questi è d’obbligo attivarsi immediatamente, fotografare tutto prima che il danno sia ripristinato e attendere i tecnici per la redazione della perizia per quantificare i danni e permettere all’artigiano o all’imprenditore di attivare la richiesta alla Camera di Commercio». Per far fronte ai danni, una mano tesa arriva dall’Eblig, l’ente bilaterale nato nel 1994, che unisce le associazioni artigiane della Liguria e i sindacati (Confartigianato, Cna, Casa, Claai e Cgil, Cisl e Uil), frutto del versamento di un fondo di garanzia da parte delle imprese che vi aderiscono. Possono richiedere incentivi le imprese (escluso il settore edile) con dipendenti a carico. Il contributo di Eblig interviene nel caso di eventi eccezionali e calamità naturali che abbiano richiesto la sospensione delle attività. In queste circostanze l’incentivo erogato dall’ente è pari al 20% del danno subito sui danni a strutture e attrezzature e all’80% del danno alle scorte (fino a un massimo di 25 mila euro).

Genova alluvione 1970«Sono circa 3 mila le imprese artigiane liguri che aderiscono a Eblig – spiega Claudia Tomassetti, responsabile politiche del lavoro di Confartigianato Liguria – lo strumento offre un sostegno importante e in momenti critici purtroppo sempre più frequenti». L’altro intervento che l’Eblig permette è l’ottenimento della cassa integrazione in deroga per i propri dipendenti. «Ad esempio – precisa Caprioni – se ho un negozio pieno di fango e devo tenerlo chiuso per alcune settimane per bonificarlo, non posso far lavorare i miei dipendenti. Grazie all’Eblig non sono costretto a licenziarli o a lasciarli senza stipendio, ma con la cassa in deroga, posso assicurare loro l’80% della retribuzione mensile per un periodo che può arrivare al massimo a un anno». Nel 2009, i danni provocati dal maltempo tra genovese, spezzino e imperiese, hanno portato all’apertura di istruttorie presso la Cna per 1,9 milioni. I procedimenti, secondo quanto sostiene la Confederazione, sono ancora aperti, quindi le aziende non hanno ancora ricevuto nulla. «Certo – dice Caprioni – esistono anche Artigiancassa e le banche: mettono a disposizione risorse per fare investimenti a tassi senza dubbio vantaggiosissimi. Ma l’impresa danneggiata, per esempio da un’alluvione come quella dello scorso 4 ottobre, è a terra. Più che investire, ha bisogno di risollevarsi. Necessita di contributi per ricominciare, per questo l’intervento delle istituzioni, primo fra tutti quello del governo, è indispensabile». Aiuti alle imprese possono arrivare anche dai Confidi. A livello regionale esiste il Confart che ultimamente lavora in parallelo con la genovese Coarge per fornire risorse immediate a tasso agevolato per le imprese che hanno necessità di liquidi. Nel caso poi venga accordato lo stato di emergenza, per le imprese danneggiate si può anche profilare la deroga nei pagamenti dei contributi previdenziali, assicurativi, o per esempio, i versamenti Iva, ma è un caso molto raro.

E la prevenzione?

Se i contributi da Roma per lo stato di emergenza sono stati in costante diminuzione negli ultimi dieci anni, non va meglio per le risorse per la gestione e la difesa del suolo nella fase ordinaria e della prevenzione.

Una casa sommersa dalla franaConsiderando che sono 800 le frane di categoria R4 (rischio molto elevato per l’uomo e i suoi beni) secondo gli studi del settore assetto del territorio della Regione Liguria, la situazione è sotto controllo dal punto di vista teorico. Secondo uno studio regionale le frane attive sono 1803 (superficie complessiva 55,40 kmq), le frane in stato di quiete 2571 (119,53 kmq), quelle stabilizzate 918 (80,03 kmq) e quelle relitte, ossia inattive 317 (32,10 kmq). In particolare nella sola provincia di Genova ci sono 224 R4 (una ogni 5 kmq) e 1.494 R3 (1,35 ogni kmq). Nei 772 kmq di territorio provinciale genovese in ambito padano, invece, vi sono 875 frane classificate attive e 821 quiescenti. Il geologo Renzo Castello, direttore di questa sezione del dipartimento dell’Ambiente, svela: «Occorrerebbero un paio di miliardi per sistemare il rischio idrogeologico nella nostra regione, una cifra utopistica, anche alla luce del nostro budget annuale». Sono circa 6 milioni i fondi che il settore ha a disposizione per gli studi e per gli interventi, su un totale di 30 milioni, il 2,5% dei 900 statali (la ripartizione è in base alla superficie della regione). «Siccome la cifra è minuscola rispetto a quanto invece occorrerebbe, abbiamo deciso di concentrare le maggiori risorse in un’area particolarmente rischiosa all’anno. Nel 2010, per esempio, 5 milioni sono stati destinati a quella che per la nostra regione è la “bomba” più pericolosa, ovvero il Bisagno. L’altro milione per interventi minori». Scorrendo a ritroso i luoghi oggetto degli stanziamenti principali, si trovano i torrenti Varatella di Borghetto Santo Spirito, Borghetto di Bordighera, Teiro di Varazze («che ha risposto bene nell’alluvione dello scorso 4 ottobre», sottolinea Castello). «Una volta non era così – sospira Luca Berruti, altro membro dello staff del settore assetto del territorio – gli stanziamenti che arrivavano da Roma per le emergenze e lo stato di emergenza, bastavano non solo per il ripristino di ciò che era stato distrutto da frane e piene, ma anche per opere di prevenzione». Per le due grandi alluvioni genovesi degli anni Novanta lo Stato aveva destinato 100 miliardi di lire. I fondi per rifondere i danni effettivi non sono sufficienti per ridurre la pericolosità delle situazioni pregresse. «Uno degli ultimi stanziamenti che ha tenuto conto anche della mitigazione del rischio è stato dopo l’alluvione del 1998 – ricorda Castello – la legge n.267 del 3 agosto 1998 convertita nella legge n. 226 del 1999, ha stanziato 150 miliardi di lire, di cui 80 solo per ridurre i rischi». La situazione ligure è comunque monitorata grazie ai piani di bacino (redazione a cura delle Province, ma sui criteri fissati proprio dall’ufficio di Castello). In base alla gravità del rischio la Regione decide di privilegiare degli interventi finanziando i lavori con il budget a disposizione (legge n. 20/2006). Nel caso ci siano diverse aree R4 si privilegia la quantità di elementi umani a rischio. Da Levante a Ponente sono moltissime le località che hanno bisogno di un sostegno per l’assetto idrogeologico escludendo le zone già note del Magra e del Bisagno. Castello cita soprattutto le zone costiere, dove si concentrano gli abitanti e dove i torrenti e le frane possono fare molti danni: Sarzana, Lavagna, Chiavari, Rapallo, Santa Margherita Ligure, le delegazioni del Ponente genovese, Noli, Albenga, il Dianese, Sanremo e Vallecrosia.

La zona di Brignole nell'alluvione del 1970
La zona di Brignole nell’alluvione del 1970

In un periodo di incertezza sui finanziamenti destinati ai vari settori degli enti locali c’è una certezza: la Regione Liguria ha varato una legge che modifica l’articolo 101 comma 5 della n.18/1999: l’80% delle concessioni alle Province devono essere spese nella manutenzione ordinaria del territorio. Le cifre si aggirano intorno ai 4 milioni per ciascuna. Eventuali eccedenze devono essere destinate alla difesa del suolo. E se nell’emergenza le mareggiate vengono dimenticate, nella gestione ordinaria gli enti locali si sono occupati della difesa della costa, visto che il mare ciclicamente compie molti danni. Lpiù imponente del secolo scorso è quella del 19 febbraio 1955: colpì in particolare il porto di Genova abbattendo la diga foranea per circa 300 metri nella zona dove oggi sorge la Fiumara, con navi affondate e danni enormi. Nel 1970 una burrasca provocò l’affondamento della London Valour, ormeggiata davanti al porto, che si schiantò sugli scogli. Sei anni dopo, a Lavagna, le onde sradicarono un pezzo della linea ferroviaria. Nel 1989 una mareggiata investì Camogli, sollevando fino alla passeggiata tutte le barche ormeggiate nel porticciolo. Spettacolare poi fu la mareggiata che colpì il porto di Santa Margherita Ligure, il 6 novembre del 2000. Si passa al 30 ottobre 2008, con la mareggiata che investi il genovesato (famose le immagini del traghetto “Fantastic” che rischia di essere rovesciato dalle onde durante la manovra di ingresso nel porto di Genova). Quest’anno le mareggiate principali sono state due: quella del 2 gennaio e quella di maggio, quest’ultima meno “spettacolare” ma comunque più dannosa perché a ridosso dell’apertura ufficiale della stagione balneare. «In Liguria – spiega Stefano Gallino, del Centro meteo idrologico della Regione Liguria – possiamo contare due-tre mareggiate l’anno, anche se gli eventi storici” ricorrono circa una volta ogni cento anni». Non esiste una zona della Liguria più a rischio di altre, tutto dipende dal tipo di vento. «anche se le mareggiate più frequenti sono quelle da libeccio che colpiscono in particolar modo il centro-Levante, mentre quelle da scirocco colpiscono di più il Ponente. Tuttavia i porti turistici del Levante non sono protetti dai venti di scirocco e quando arriva una mareggiata da lì, i danni sono molto ingenti». Altro elemento, apparentemente impercettibile, che incide sull’imponenza di una mareggiata è la marea, che in Liguria ha un dislivello intorno al metro, che può cambiare non di poco l’effetto di un’onda. «Poi c’è l’impatto umano sul litorale che è sempre più forte e in molti casi crea più danni rispetto ai vantaggi. Ovviamente i ripascimenti sono fondamentali, perché se non si effettuano la costa rimane fragile, ma le opere a mare, dai pennelli ai porticcioli, rappresentano spesso un ostacolo per il naturale fluire delle onde, le cui conseguenze vanno valutate in modo scientifico» Nel 2010 la Regione ha stanziato un contributo di 300 mila euro ai Comuni costieri per i ripascimenti stagionali.

Il piano di bacino genovese

17 anni fa, il 23 settembre 1993 il Ponente genovese, soprattutto Voltri e Pegli, è stato colpito da una devastante alluvione: quasi tre metri d’acqua hanno invaso il centro storico, gli appartamenti a piano terra, i box e i negozi. Moltissime automobili, posteggiate nella piazza del Municipio sono state trascinate in mare dall’impetuosità del torrente, ma anche sui suoi affluenti, fra questi il Fereggiano, il Casaregis e molti altri che scorrono sotto il tessuto urbano del quartiere San Fruttuoso. Il Bisagno rientra nel programma nazionale di interventi di messa in sicurezza del territorio. Per il torrente genovese sono stati stanziati finora 108 milioni di euro. I primi soldi sono arrivati nel 2001 e con quelli è stato possibile portare a termine interventi alla foce e di sistemazione delle frane. Non basta: sono tuttora in corso gli interventi di copertura dalla Foce a via Barabino, che saranno completati entro il prossimo anno grazie ai fondi delle ex Colombiane (15 milioni e mezzo di euro). E dopo? «Servono altri 130 milioni di euro per finire la copertura – afferma Tizzoni – abbiamo inoltrato la richiesta al ministero dell’Ambiente, ma non c’è stato finora esito positivo. Vorremmo però far capire a Roma che quei 130 milioni non devono arrivare subito. Ogni anno per i lavori possiamo arrivare a spendere 15-20 milioni.

Anche le mareggiate provocano danni per milioni di euroL’importante sarebbe avere la certezza del finanziamento, poi il denaro può essere distribuito in 6-7 anni». La preoccupazione e l’urgenza degli esperti che da 17 anni monitorano il Bisagno è più che motivata: il torrente genovese rischia la piena ogni 50 anni e proprio questo ottobre ricorrevano i 40 anni dalla tragica alluvione del 1970. La possibilità che una consistente zona urbana, sede di insediamenti residenziali, commerciali e di servizio, sia soggetta a inondazioni con frequenza poco più che ventennale rappresenta, sia a livello italiano sia europeo, un caso limite di vulnerabilità alluvionale – si legge nel piano di bacino della provincia di Genova – il tronco più critico è quello terminale a causa della grave insufficienza del tratto canalizzato e coperto per il quale la portata di piena con periodo di ritorno duecentennale è stimata in 1300 m3/s, valore che supera ampiamente la sua attuale capacità di smaltimento, calcolata in 500 m3/s in fase di progetto. Valore superabile con periodo di ritorno ventennale/ cinquantennale com’è accaduto più volte, sia nel corso di questo secolo, sia in precedenza. «Per perfezionare il quadro completo dei lavori sui corsi d’acqua principali di Genova e sui secondari maggiori – dice Tizzoni – servirebbero altri 185 milioni. La spesa crescerebbe qualora si decidesse di intervenire anche sui rii minori, principali imputati nell’ultima alluvione». Oggi tutto il territorio regionale è coperto da piani di bacino relativi all’assetto idrogeologico e al bilancio idrico. I piani sono alla base della programmazione degli interventi per la mitigazione del rischio e per la pianificazione del territorio.

 

Tabella contributi post eventi calamitosi

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.