Tutti soddisfatti dopo che l’assemblea dei soci Carige del 20 settembre scorso ha approvato il piano di rafforzamento patrimoniale della banca. Passata la paura e preso atto dello scampato pericolo, possiamo adesso fare qualche considerazione a mente fredda.

Si dice che le logiche della finanza siano diverse da quelle dell’industria, e credo sia un’affermazione condivisibile in generale. La finanza si muove più sulle aspettative, su quello che un numero significativo di attori pensa sia vero, più che su ciò che è vero davvero, “buy on rumors sell on news”. L’industria, magari dopo che l’ufficio marketing ha fatto le sue stime con criteri assimilabili a quelli finanziari, agisce sulla base di freddi calcoli, organizza la produzione in termini logistici ed economici con la finalità di ottenere un utile stimato ex-ante.

Entrambe le prospettive hanno il loro campo di validità, ma ad accentuarne ulteriormente la differenza sono intervenute negli ultimi anni le nuove regole della Banca centrale europea che, con la nobile finalità di ridurre i rischi sistemici, hanno codificato per le banche soggette a vigilanza i criteri di erogazione e riclassificato i crediti a bilancio. Ne è derivato che nei bilanci delle banche sono comparse tante, troppe sofferenze – cioè crediti che i debitori hanno difficoltà a onorare, così come determinato dai testi sacri dell’Unione Bancaria e da Basilea 1-2-3-4 – e che, come si sente dire quasi tutti i giorni, bisogna “pulire i bilanci delle banche dalle sofferenze”.

Facendo riferimento al caso specifico di Carige, le regole della Bce prevedono, anzi impongono, la cessione – già incorporata nel piano approvato il 20 settembre scorso – di un ulteriore pacchetto di crediti che la Bce stessa ha battezzato “non performing loan” (npl), cioè crediti sui quali esistono dubbi di riscossione. Tale pacchetto di valore nominale di circa 3 miliardi, già parzialmente svalutato a bilancio, sarà ceduto ad Amco (ex-Sga, società di proprietà al 100% del ministero del Tesoro), per un valore di circa il 30% del nominale, cioè intorno al miliardo di euro. Il totale delle svalutazioni, già ampiamente scontato negli ultimi mesi di quotazione – al momento della sospensione dalle contrattazioni in Borsa il mercato attribuiva a Carige una capitalizzazione di appena 55 milioni di euro, a fronte di mezzi propri per 1,6 miliardi circa, e soprattutto dopo aumenti di capitale per oltre 2 miliardi negli ultimi 5 anni – concretizza una perdita a bilancio di un ulteriore mezzo miliardo. Va tenuto presente che lo stato patrimoniale di Carige è già stato ripetutamente soggetto a operazioni di questo genere, e che quindi il suo attivo negli anni si è “svuotato” di gran parte di quello che è il valore del business di una banca: i suoi crediti. Ed ecco perché, attendendosi nuove operazioni di cessione di crediti, il mercato ha attribuito a Carige un valore così lontano da quello contabile.

La cessione degli npl è un fatto quantitativamente rilevante, ha un impatto decisivo sul bilancio, ma nonostante l’accuratezza nella descrizione delle regole di classificazione, peraltro ripetutamente aggiornate di recente, resta un’operazione con margini di discrezionalità. È anche evidente che approcciare un’analisi di bilancio può comportare significative differenze se lo si fa in un’ottica più “finanziaria” o “industriale” perché può portare ad apprezzare in modo diverso le poste di bilancio. In particolare, l’obbligo di cessione degli npl implica di doverli alienare a un prezzo attraente per il compratore, che – basandosi per esempio su dati storici consolidati – stima la quota di recupero e si aspetta di ottenerne un profitto.

Il punto focale della questione sta proprio qui: l’approccio iper-regolatorio delle istituzioni sovranazionali che impone a una banca l’eliminazione dei rischi cedendo a prezzi bassissimi i suoi crediti, implica che tali crediti vengano trasferiti a chi – società ad hoc, spesso a capitale pubblico, o anche fondi speculativi o hedge funds – ritiene di ottenere proprio quello che la banca stessa aveva stimato come valore reale di quegli stessi crediti. La differenza tra questi due importi costituisce dunque un effettivo trasferimento di valore dalla banca alla società finanziaria che li acquista.

C’è a questo punto da augurarsi che l’operazione di “pulizia” sia finalmente giunta a termine e che si possa guardare al futuro senza timori di ulteriori cessioni e con maggiore serenità.

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