«Pare ormai prossimo l’epilogo dell’infinita telenovela di Banca Carige. I tempi sono strettissimi. Purtroppo ad oggi la soluzione non è stata ancora individuata. L’atteggiamento ondivago di tutti gli attori in campo non favorisce lo sblocco di una situazione di stallo che si protrae da troppo tempo». È quanto si legge in un comunicato sottoscritto da Massimo Masi, segretario generale nazionale Uilca, e Mauro Corte, segretario generale Gruppo Carige Uilca.

«Sono ormai cinque anni – scrivono Masi e Corte –che la banca si dibatte fra aumenti di capitale bruciati, piani industriali velleitari, il tutto condito da un inusuale carosello di amministratori e manager. Le ragioni di tale anomala situazione, che non ha pari in altre crisi bancarie, che hanno trovato in tempi ragionevoli soluzioni accettabili, va probabilmente ascritta ad alcune peculiarità della banca. Dimensione medio-grande, indigesta per essere inghiottita in un sol boccone da qualche big player; presenza di peso di azionisti privati che, dopo averla salvata, vogliono, legittimamente, continuare a contare; disomogenea distribuzione territoriale, concentrata in alcune regioni; fondamentali buoni e una certa solvibilità che hanno illuso che la banca, a differenza di altre, potesse farcela da sola».

‌«Per scongiurare scenari drammatici occorre che governo, sistema bancario e azionisti facciano la loro parte, senza se e senza ma, concertando una soluzione praticabile che, tenuto conto del quadro normativo vigente, consenta la messa in sicurezza della banca. Ciò che ha fatto più male è stata la girandola di ipotesi puntualmente smentite che si sono succedute in questi ultimi mesi. L’ingresso nel capitale di BlacKRock, di Apollo o di altri fondi tramontato (per fortuna) nel giro di breve tempo, la cordata delle banche italiane che alla fine si sono tirate indietro, aprendo al massimo ad una soluzione tipo “venete”, la nazionalizzazione, estrema ratio, che considerato il ruolo non sistemico della banca, non otterrebbe il placet di Francoforte».

«Non vogliano pensare – conclude la nota – che ci siano malafede o secondi fini da parte di chicchessia. La ragione di tale confusione che certo non giova alla banca, già provata da anni di tribolazioni e difficoltà, risiede probabilmente in una diffusa dose di dilettantismo equamente distribuita fra tutti i soggetti dell’intricata partita. La tarantella è durata sin troppo. Qui c’è in ballo la vita di oltre 4000 dipendenti, i risparmi di un milione di clienti, l’economia di una regione e di alcune aree del Paese. Per questo lanciamo un appello al governo, alle banche italiane, agli azionisti: il tempo è scaduto, fate presto».

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