«Abbiamo nelle casse dello Stato 100 miliardi da spendere in opere, se riuscissimo a usare procedure simili a quelle per il ponte di Genova potremmo sbloccarne molti». Lo ha detto il viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Edoardo Rixi al convegno nazionale dei giovani Ance questa mattina a Genova.

«Grazie alle procedure straordinarie e ai commissari – ha spiegato Rixi – con il ponte di Genova in quattro mesi di scartoffie abbiamo fatto quello che in un cantiere normale dura 34 mesi, siamo riusciti a tagliare di 30 mesi la burocrazia. Non dico di avere commissari per tutto ma sui corridoi europei, sui valichi alpini e sulle opere strategiche incompiute ci consentirebbe di accelerare i lavori, riuscendo a spendere quegli oltre 100 miliardi di euro che sono fermi nelle casse dello Stato. Non è importante quanto metto oggi nelle opere, ma quanto spendo perché abbiamo questi 100 miliardi che ci fanno debito pubblico ma non ci fanno Pil. Perché banalmente sono fermi nelle casse e non vengono erogati alle imprese».

Sulle grandi opere la posizione di Rixi è chiara: «Deve esserci, da parte dello Stato, il rispetto dei territori: dare regole di tempi certi. Un tema mai contemplato nel sistema legislativo. Dobbiamo capire che, se vogliamo ripartire, occorre ricucire la frattura che si è creata tra aziende, Stato e territorio».

Rixi è categorico: «Voglio finire le opere che si devono finire, anche nel rispetto degli accordi internazionali – il riferimento è anche alla Tav – se tengo aperto per 25 anni un cantiere, probabilmente qualcuno si arrabbia. Ho strade che vanno terminate da ben 15 anni».

Il viceministro evidenzia anche una verità che spesso viene sottovalutata, sul Terzo valico dei Giovi: «Se viene terminato nel 2023, ma non è collegato al porto di Genova e a Milano, non ci passerà nessun treno, è fondamentale poi che ci sia un collegamento internazionale. Oggi verso la Francia usiamo il traforo del Frejus che ha problemi anche di sicurezza e lavora grazie a delle deroghe, non esiste. Occorre risolverli. Purtroppo abbiamo visto sulla nostra pelle cosa succede in caso di grave problema a un’arteria nevralgica com’è stato il ponte Morandi».

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