Mina disinnescata. È stato lo stesso Edoardo Rixi, con le sue dimissioni da viceministro, a togliere la carica esplosiva all’ordigno che avrebbe potuto fare saltare in aria il governo. Condannato a tre anni e cinque mesi nell’ambito del processo per le “spese pazze” in consiglio regionale ligure, Rixi rischiava di diventare occasione di scontro tra il suo partito, la Lega, e l’alleato di governo, M5S.

I grillini nei giorni scorsi avevano più volte dichiarato che in caso di condanna non avrebbero tollerato la permanenza al governo del viceministro leghista e oggi, pochi minuti dopo la sentenza, lo hanno ribadito. In effetti, non avrebbero potuto comportarsi diversamente: la pretesa di onestà e l’avversione nei confronti delle grandi opere sono i tratti distintivi del movimento: dopo avere ceduto sul Terzo Valico e il gasdotto pugliese e non essere riusciti a bloccare la ripresa della siderurgia a Taranto, con la prospettiva di dover cedere anche sulla Tav, e dopo avere perso sei milioni di voti in meno di un anno, M5S sarebbe stato obbligato a resistere a qualsiasi costo alle pressioni di Matteo Salvini.

D’altra parte il leader della Lega probabilmente non ha voluto far cadere il governo e magari andare al voto sulla questione Rixi, vale a dire se sia giusto o meno che un sottosegretario condannato, sia pure solo in primo grado, per motivi connessi all’esercizio di funzioni istituzionali, resti in carica. Avrebbe regalato mesi di campagna elettorale a M5S. Se l’alleanza giallo-verde deve esplodere, per Salvini è meglio che questo avvenga su temi come la Tav, dove la posizione leghista è largamente condivisa dall’elettorato, come sembra dimostrare il voto in Piemonte e persino in Val di Susa alle recenti elezioni europee. Non mancheranno le occasioni.

Rixi, quindi, si è dimesso. E ha annunciato di avere consegnato le proprie dimissioni a Salvini, il quale le ha accettate. Senza dubbio le dimissioni del viceministro leghista avverranno secondo l’iter e le procedure previste dalla Costituzione, che sono differenti da quelle prefigurate nelle sue dichiarazioni e in quelle di Salvini. Perché, spiega Lorenzo Cuocolo, professore ordinario di diritto pubblico comparato all’Università di Genova e alla Bocconi di Milano, «secondo la legge 400 del 1988, articolo 10, i sottosegretari di Stato sono nominati con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del consiglio dei ministri, di concerto con il ministro che il sottosegretario è chiamato a coadiuvare, sentito il consiglio dei ministri. Quindi Rixi le dimissioni deve presentarle quanto meno al presidente del consiglio e al capo dello Stato». Il vicepresidente, il ministro dell’Interno e il segretario di un partito non in questo caso non sono previsti dalla Costituzione.

Ma è giusto che un membro dell’esecutivo si dimetta se condannato in primo grado, prima, cioè, che la condanna sia definitiva? «Io farei una distinzione – dichiara Cuocolo – tra i reati che portano alla condanna. Il caso di uno condannato, faccio un esempio, per rissa  è diverso da chi è stato riconosciuto colpevole di resti connessi con l’esercizio delle sue attività istituzionali. E bisogna apprezzare la sensibilità istituzionale di Rixi che ha preferito dimettersi».

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