La via da percorrere per salvare Carige è stretta e accidentata ma ben visibile. Con la rinuncia in extremis di BlackRock a presentare un’offerta vincolante per il controllo della banca  è improvvisamente sparito il traguardo che sembrava quasi raggiunto ma gli attori in campo hanno chiari l’obiettivo, i modi possibili e i mezzi a disposizione. E hanno anche il tempo necessario.

Il fattore tempo, fino a pochi giorni fa considerato determinante circa l’esito della vicenda, è passato in secondo piano. Bce e commissari non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali ma la scadenza per la presentazione di un ‘offerta vincolante fissata al 17 maggio sembra sia stata prorogata. Fino a quando? Forse addirittura fino al 30 settembre, data di scadenza del mandato dei commissari della banca ligure, del resto anch’esso prorogabile.

Perché tanta duttilità, dote generalmente non riconosciuta alla Banca centrale europea? Perché senza proroga non sarebbe rimasta altra strada che la ricapitalizzazione da parte dello Stato italiano, e Francoforte non vede volentieri questa soluzione, densa di incognite di carattere giuridico e di inconvenienti di carattere politico. Del resto nessuno, nemmeno a Bruxelles e a Roma, la vede volentieri, e questo è un punto fermo.

La norma per l’ingresso dello Stato in Carige ci sarebbe già. Il capo II del Decreto Carige del gennaio scorso è la riproduzione delle norme concordate a fine 2016 dal governo Gentiloni per Mps. I soldi non mancherebbero, è disponibile un miliardo di euro preso dal fondo Gentiloni. Però la procedura per l’aumento di capitale precauzionale da parte dello Stato è complicata e l’esito a oggi non prevedibile.

Si parte con una richiesta di aiuto dei commissari indirizzata al ministero dell’Economia e della Finanza, alla Banca d’Italia e all’Unione europea. Condizioni indispensabili perché la richiesta possa essere esaminata è che la banca sia solvibile e che abbia un rilievo sistemico, vale a dire che la sua risoluzione possa mettere in crisi il sistema bancario nazionale. E questa rilevanza sistemica deve essere riconosciuta dal Single Resolution Board della Ue. Nel caso delle banche venete il Board disse di no, anche perché le due banche operavano solo in una parte del Paese. Teniamo presente che Carige, in termini di raccolta, è più piccola di PopVicenza.

Ci sono poi motivi politici che sconsigliano un intervento pubblico. A pochi giorni dalle elezioni europee nessuno sente il bisogno di sottoporre al giudizio degli elettori una misura del genere. Neppure in Italia, e questo è uno dei pochissimi temi su cui gli esponenti del Governo sembrano tutti d’accordo. La cosa potrebbe stupire, perché in genere gli amministratori politici amano comparire nel ruolo dei salvatori, utilizzando denaro altrui. E nel paese che ha inventato l’Iri l’intervento della mano pubblica trova pochi oppositori. Ma per i due partiti che formano il Governo e per buona parte dei loro elettori “salvare una banca” non è un merito, è una colpa.

Commissari di Carige e funzionari del Mef lavorano quindi senza ostacoli alle altre soluzioni possibili. Che esistono, non sono vicine e facili da raggiungere, ma esistono. Lo certifica una fonte autorevole, Moody’s. La decisione di Blackrock, secondo l’agenzia di rating, «non lascia buoni presagi» ma rimangono ancora aperti «altri scenari» e tra questi è inclusa una «combinazione con un partner più forte, anche se «le ragioni che hanno indotto BlackRock a lasciare potrebbero scoraggiare altri investitori».

C’è da domandarsi, prima di valutare la concretezza di questi «altri scenari», quali siano state le ragioni che hanno bloccato il colosso di Wall Street. BlackRock e commissari non hanno rilasciato spiegazioni in proposito, qualcosa, però, giorno dopo giorno, è filtrato da varie fonti.

I funzionari di BlackRock che, assistiti da quelli di Mediobanca e dai legali dello Studio Grimaldi, hanno lavorato 45 giorni al dossier Carige, sembra fossero soddisfatti delle condizioni ottenute: lo Schema Volontario del Fitd aveva accettato, contrariamente alle sue intenzioni iniziali, di restare nell’azionariato della banca ligure fornendo 312,8 milioni di nuovo capitale attraverso la conversione del bond subordinato sottoscritto d’urgenza nel novembre scorso. BlackRock con un investimento di 400 milioni avrebbe ottenuto il controllo e la gestione di Carige.

Il percorso si sarebbe bloccato al livello più alto, per l’opposizione del numero 1, Larry Fink, e di altri investitori, restii a impegnarsi in una banca italiana. A prevalere su tutto sarebbe stata la valutazione del rischio politico, il cosiddetto rischio Paese. La non alta credibilità che l’Italia ha all’estero è attestata dallo spread (che oggi intorno alle 13 sfiora i 290 punti base).

Larry Fink

E Fink e soci hanno qualche motivo in più per muoversi con cautela dalle nostre parti. L’agosto scorso BlackRock deteneva circa il 5% del capitale di Atlantia quando il titolo, in un giorno, ha perso il 22,26% di capitalizzazione (circa 4 miliardi) dopo che il Governo italiano ha annunciato di voler revocare, a causa della tragedia di Ponte Morandi, la concessione ad Autostrade (controllata da Atlantia) senza attendere le risultanze delle inchieste giudiziarie e neppure delle indagini della commissione ministeriale. I successivi interventi sulla vicenda da parte di esponenti della maggioranza non devono avere rafforzato la fiducia degli americani nel sistema italiano.

In ogni caso resta il fatto che il maggiore investitore mondiale ha lasciato cadere il dossier Carige. Forse il tempo c’è, ma ci sono le condizioni perché qualcun altro si faccia avanti?

Salvatore Maccarone

Intanto la banca, grazie all’intervento del Fitd è in condizioni di stabilità finanziaria. È solida e ha mantenuto una liquidità consistente. I suoi punti deboli sono i costi e l’incidenza degli npl sul totale dei crediti deteriorati, oggi al 22%. Gli npl, però, sono destinati a scendere al 10% grazie a un’offerta vincolante di Sga e nei piani dei commissari dovrebbero arrivare presto al 6-7%, soglia ottimale. Quanto ai costi, il piano di ristrutturazione e il nuovo modello di business messi a punto dal vertice di Carige avevano convinto, almeno in prima istanza, l’interlocutore americano. Il lavoro di questi mesi di Modiano, Innocenzi e Lener non è andato perduto con il ritiro di BlackRock, resta come base per la ricerca del nuovo partner. E il Fondo interbancario non è scomparso.

Lo Schema Volontario del Fondo ribadisce anzi la volontà di intervenire a sostegno di Banca Carige. Il presidente del Fitd, Salvatore Maccarone, ha spiegato che la rinuncia a convertire il bond da 312,8 milioni di Banca Carige è stata determinata soltanto dal venir meno del presupposto dell’operazione, cioè l’ingresso di BlackRock nella banca. Una “soluzione di sistema” è ancora possibile, e lo conferma uno dei maggiori esponenti di tale sistema: il ceo di UniCredit Jean Pierre Mustier, ha dichiarato: «Se ci sono necessità del sistema bancario siamo sempre pronti a sostenere il Paese su basi eque e proporzionali».

Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener

Un potenziale piano prevederebbe la partecipazione di tutte le banche in proporzione alla quota di mercato tramite l’intervento del Fondo interbancario, in cui lo schema obbligatorio si affiancherebbe alla conversione del prestito dello schema volontario. Non sarà facile, ci sono ostacoli procedurali e normativi da superare, tra l’altro la cosiddetta “sentenza Tercas” del 19 marzo scorso, con cui la Corte di giustizia europea ha annullato la valutazione della Commissione Ue sui fondi concessi dal Fondo interbancario alla Popolare di Bari per il salvataggio di Banca Tercas nel 2014, non è ancora esecutiva, la Commissione Ue potrebbe fare ricorso (ha tempo fino al 19 maggio).

Insomma, un bel ginepraio ma se ne può venire a capo. La disponibilità del sistema bancario italiano è la base su cui costruire la “business combination”. Forse a questa solidarietà alludevano Innocenzi, Modiano e Lener quando, nella lettera indirizzata ai dipendenti il 9 maggio scorso, annunciando di essere al lavoro per esplorare tutte le possibilità di dare vita comunque a una soluzione privata, «all’altezza del potenziale della nostra banca», hanno precisato: «e non siano soli».

Manca solo il “cavaliere bianco”. A interpretare questa parte, secondo fonti di ambiente finanziario, potrebbe essere Warburg Pincus, un altro fondo di private equity Usa con sedi in Europa che da qualche anno cerca opportunità nel settore bancario.

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