Coltivatori, imprenditori, commercianti anche in Liguria, dopo la pubblicazione, circa 18 mesi fa, della cosiddetta legge sulla canapa, la 242/2016, si sono impegnati in questo business e, oltre a produrre e commercializzare infiorescenze (la vera e propria marijuana legale), hanno investito in cosmesi, prodotti per il corpo, tisane e altro. Ora le dichiarazioni di questi giorni del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sembrano mettere a rischio i loro investimenti.

Nelle attività legate alla cannabis light risultano particolarmente attive le zone di Sanremo, Ventimiglia e Savona, ma anche altrove, nella regione,  non sono pochi quelli che hanno creduto a questo business, anche perché l’Italia è stata, fin dagli anni Cinquanta, tra i primi produttori di canapa al mondo.

Un caso per tutti è quello di Green’s App, cooperativa agricola di Albenga attiva nel settore, con una coltivazione di 6.500 mq coltivati interamente a canapa light, così come previsto dalla legge. Green’s App non è l’unica azienda agricola sul territorio ligure, e molti di più sono coloro che hanno lanciato marchi in franchising per il proprio brand di cannabis light e che hanno aperto punti vendita.

Per Liguria Business Journal abbiamo intervistato due importanti punti vendita di cannabis light, uno a Genova e l’altro a La Spezia (che è così ben avviato da aver aperto un altro punto vendita). Entrambi gli intervistati ci hanno chiesto di mantenere anonima la loro identità, visto il clima di questi giorni. Temono ritorsioni e chiusure preventive.

Ed entrambi ci hanno confermato una profonda preoccupazione del settore, nonostante il perfetto allineamento con la normativa vigente. Pare che le forze dell’ordine provvedano a sequestri di materiale e a chiusure temporanee dei negozi fino a definitivo accertamento della composizione delle sostanze ritirate. Nonostante la certezza dei negozianti di essere nel giusto, la paura è quella di perdere giornate di vendita. Un altro timore nasce dal fatto che questo tam tam mediatico potrebbe scoraggiare le vendite, perché il possesso stesso potrebbe essere oggetto di controlli delle forze dell’ordine.

La legge

Il 2 dicembre 2016 è stata approvata la cosiddetta legge sulla canapa, la legge 242/2016, pubblicata in gazzetta ufficiale il 30 dicembre. La legge esenta da responsabilità i coltivatori che piantino e ricavino infiorescenze dalla pianta purché il Thc, ovvero il principio psicoattivo della pianta, sia compreso tra lo 0,2 e lo 0,6%. Si tratta di una quantità di principio attivo molto inferiore a quella presente nella cannabis ritenuta illegale, tale infatti da non generare effetti psicoattivi, ma in grado di liberare un’altra sostanza, il cannabinolo, che rilassa e porta una serie di benefici effetti, a sentire coltivatori e venditori. Un ultimo aspetto da tenere in considerazione per quanto riguarda il quadro normativo è che, anche se il coltivatore può produrre canapa entro lo 0,6% di Thc, non si può vendere un prodotto con oltre lo 0,5% di principio attivo. Nonostante questa volontaria semplificazione del quadro normativo, il susseguirsi di regolamenti rende ambigua la legislazione e in questa ambiguità trova linfa l’acceso dibattito di questi giorni.

«Dopo la legge sulla sigaretta elettronica, molti hanno dovuto chiudere per colpa di tasse e adempimenti imprevisti: speriamo che anche in questo caso non si colpisca in modo letale un mercato ancora in fase di startup, con danni enormi per chi si è mosso nella piena legalità», dichiara uno dei due intervistati.

Oltre agli aspetti legati al business e alla legge, gli intervistati sottolineano l’importanza di questa operazione che avrebbe ridotto in modo importante la vendita della sostanza illegale, prodotta e venduta senza controllo e alimentando crimine e malavita. Le loro affermazioni trovano un riscontro con quanto dichiarato a businessinsider.com da Leonardo Madio, ricercatore all’Université Catholique de Louvain. Il ricercatore sostiene che la legge 242/2016 e la diffusione della cannabis light avrebbero fatto perdere ai redditi della criminalità organizzata dai 90 ai 170 milioni all’anno. Questo perché parte dei consumatori avrebbe preferito acquistare un prodotto legale da un canale di vendita lecito piuttosto che rivolgersi al mercato nero controllato dalle mafie. La diffusione della cannabis light, sempre secondo la ricerca di Madio, ha causato anche una riduzione del numero di arresti e di sequestri per reati legati alla vendita di stupefacenti.
Fatti due conti, se l’obiettivo principale è la sicurezza dei cittadini e quello secondario è la crescita economica, è proprio necessario prendersela con questo mercato?

Dall’Istituto Bruno Leoni: Fumo negli occhi. Nelle cose grandi come nelle piccole il governo sembra perseguire un disegno strategico di ostacolo alla creazione di ricchezza

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha minacciato la chiusura dei negozi di cannabis light, cioè quegli esercizi che vendono prodotti a base di canapa con contenuto di tetraidrocannabinolo inferiore allo 0,6 per cento. Forse si tratta di una mera sparata da campagna elettorale, consapevolmente destinata a non produrre alcuna conseguenza concreta: difficilmente si troveranno in Parlamento i numeri per modificare la disciplina in vigore. L’unico atto formale finora assunto, una direttiva degli Interni, prescrive maggiori controlli sugli esercizi esistenti e la filiera a monte, per accertare che rispettino puntualmente le norme, e introduce alcuni limitati vincoli alle nuove aperture (per esempio, una distanza minima di almeno 500 metri da luoghi sensibili quali scuole e ospedali). Ma, prim’ancora che si arrivi a una deliberazione questo è uno dei casi in cui, se a prendere posizione è un autorevole uomo politico con importanti responsabilità di governo, basta la parola. Infatti, chiunque intenda investire nel settore, da oggi sarà indotto a chiedersi se non vi sia un concreto rischio di un cambio della normativa, che scombini i suoi progetti. Inoltre, chi già ha avviato una iniziativa, vedrà sia ridursi il valore delle proprie attività, sia convivere col sospetto che ci sia qualcosa di sporco nel suo business.

Ci sono almeno due ragioni per cui la sortita di Salvini è controproducente. Anzitutto, una ragione specifica: non c’è prova che i prodotti venduti in questi esercizi siano nocivi per la salute. Nel resto del mondo si va anzi nella direzione opposta. Dopo decenni di “guerra alla droga”, si stanno moltiplicando gli esperimenti di depenalizzazione o addirittura liberalizzazione delle cosiddette droghe leggere. Da quando il Colorado ha aperto la strada nel 2012, sono già diventati dieci gli Stati che ammettono la commercializzazione della cannabis a uso ricreativo negli Stati Uniti, a cui si aggiunge il District of Columbia (dove però è lecito solo l’uso, ma non la vendita). La ragione di questa progressiva apertura sta nella presa d’atto che il proibizionismo ha avuto scarso effetto sui consumi, ma ha garantito ottimi profitti alle organizzazioni criminali. La legalizzazione è dunque strumento di controllo delle sostanze commercializzate (come involontariamente dimostra la stessa direttiva Salvini), e di contrasto alla criminalità. Quanto più il ministro ritiene che lo spaccio di cannabis (con Thc superiore allo 0,6 per cento) sia connesso a problemi di ordine pubblico, tanto più dovrebbe valorizzare il ruolo degli esercizi legali. E questo ci porta alla questione più generale: il nostro Paese sta attraversando una congiuntura economica estremamente difficile. Le previsioni per l’anno in corso indicano, se va bene, una fase di ulteriore stagnazione economica. Il governo dovrebbe fare di tutto per stimolare l’attività economica. Invece, dalle chiusure domenicali a quota 100, dal reddito di cittadinanza alla lotta alla cannabis light, nelle cose grandi come nelle piccole il governo sembra perseguire un disegno strategico di ostacolo all’intrapresa, al lavoro e alla creazione di ricchezza. Se l’obiettivo è la decrescita, è difficile che si riveli felice.

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