La mesciua (pronuncia mes-ciùa) nello spezzino è molto popolare, quasi come il pesto di basilico nel genovesato, nelle altre province liguri meno, anche se i suoi ingredienti si trovano ormai anche al supermercato, messi tutti insieme nelle confezioni. Proviamo a farcela in casa, visto che è buona, richiede poco lavoro (molto tempo, sì, ma poco lavoro effettivo) e i suoi ingredienti, come vedremo, è meglio averli distinti anziché alla rinfusa nei sacchetti.

Prima di  passare alla ricetta, però, vediamo di toglierci un dubbio. La mesciua sarà davvero una minestra, come riportato nel nostro titolo, o è una zuppa? I due termini di solito vengono adoperati un po’ come fossero sinonimi. Chi li distingue tende a definire la minestra un piatto liquido che può contenere verdure, legumi, riso o pasta. Nella zuppa invece non compaiono né riso né pasta, ma spesso il pane, in crostini o a pezzi (vedi ribollita).  Poiché la nostra mesciua  non contiene né riso, né pasta né pane  ma  grano tenero (o farro od orzo) che possiamo assimilare alla pasta, optiamo per il termine minestra, e chi non è d’accordo la chiami come vuole, basta che ci intendiamo.

Ingredienti per quattro-sei persone: fagioli cannellini secchi, ceci, grano tenero, in tutto otto etti; acqua, olio d’oliva extravergine, sale e pepe. Le proporzioni cambiano in pratica da famiglia a famiglia. A noi piace così: tre etti di fagioli, tre  di ceci e due  di grano. I fagioli sono quelli bianchi toscani, i cannellini, il grano può essere sostituito da farro perlato oppure orzo. Alcuni aggiungono fave secche e cicerchie, variante minoritaria ma comprensibile visto che la mesciua deve essere nata come una mescolanza di cereali e legumi non tanto scelti quanto raccolti o recuperati secondo la loro disponibilità.

Preparazione. L’unica difficoltà di questo piatto sta nei tempi di cottura. Ceci, fagioli e grano richiedono tempi molto diversi: c’è chi parla di tre ore per i ceci, due per i fagioli e una per il grano ma la variabilità è molto alta. Quindi: o conoscete i tempi esatti di cottura del materiale che avete a disposizione e allora mettete a cuocere tutti gli ingredienti insieme ma in tempi differenziati: per esempio prima i ceci, dopo un’ora i fagioli, dopo un’altra ora il grano, oppure usate tre pentole diverse. La prima procedura è senz’altro da preferire perché produce un brodo con il sapore e i profumi di ceci, fagioli e grano, e un po’ della loro sfarinatura. In caso di  cotture differenziate potete procedere come segue.

La sera prima mettete ad ammollare in acqua a temperatura ambiente, in tre diversi recipienti, ceci, fagioli e grano. L’ammollo deve durare almeno dodici ore. Meglio di più ma non oltre le ventiquattro ore, altrimenti i ceci riassorbono acqua e tornano a indurirsi. Quindi, calcoliamo dodici-sedici ore di ammollo, durante le quali bisogna cambiare l’acqua almeno una volta. Poi si scolano bene legumi e cereali e si passa alla cottura. Partendo con acqua a bollore per i ceci, fredda per i fagioli e il grano. Per tutti fuoco basso e niente sale. Cotti che siano i nostri ingredienti, li mettiamo insieme, ciascuno accompagnato da un po’ della sua acqua di cottura. Si aggiunge il sale necessario e si fa sobbollire dieci minuti. Il risultato dovrebbe essere un brodo saporito come se la cottura fosse stata comune, con legumi e cereali morbidi, ben cotti ma integri. E la mesciua è pronta. La serviamo più o meno brodosa secondo i gusti, con olio extravergine ligure, magari della riviera di levante e una bella spruzzata di pepe.

Quale sarà il vino più adatto per la nostra mesciua? Provate un Cinque Terre bianco.

Placet experiri!

2 COMMENTI

    • Grazie per la segnalazione, gentile lettore, in verità anche nelle confezioni dei supermercati con i ceci e i fagioli troviamo il farro. Che nell’articolo è pure indicato ma come possibile variante. Il fatto è che, a quanto ci risulta, il farro, coltivato fin dal neolitico, nel corso dei secoli in Italia è stato sostituito in larga misura dal grano, che richiede una lavorazione più semplice e di conseguenza produce costi minori. È tornato a essere una presenza comune sulle nostre tavole di recente, sull’onda delle nuove tendenze nutrizionali. Anche perché oggi abbiamo più soldi da spendere rispetto alle generazioni precedenti. Per questo lo abbiamo forse un po’ sottovalutato. Del resto, lo spirito di questa rubrica è quello di provare ricette o varianti di ricette liguri poco conosciute o cadute in disuso. Non per nulla il nostro motto è “placet experiri!”
      G.B. Berodo

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