Offerte vincolanti in aprile, assemblea dei soci in maggio e aggregazione in giugno. La tabella di marcia di Carige, confermata ufficialmente dai commissari straordinari, è incalzante, e presuppone un’intensa attività in questi giorni, da parte della banca ligure, impegnata a perseguire gli obiettivi indicati nel piano industriale.

Dopo avere chiuso l’esercizio 2018 con un risultato netto in perdita di 272,8 milioni di euro Carige punta a raggiungere il break-even nel 2020. Il risultato negativo dell’anno scorso è stato condizionato dal costo del rischio di credito (pari a 205 bps) che a sua volta sconta il recepimento della verifica effettuata sul portafoglio impieghi e la cessione di posizioni deteriorate che hanno determinato la contabilizzazione di 321,4 milioni di euro tra rettifiche di valore su crediti verso clientela e perdite da cessione. L’obiettivo, quindi, non è velleitario, ma il punto di pareggio, secondo il business plan, dovrà fare da volano a un nuovo modello di business, concentrato sulla gestione del risparmio della clientela con l’obiettivo di creare una wealth management company. Il bagaglio ingombrante dei crediti deteriorati, oggi al 22% del totale crediti e prossimo a subire un taglio importante di 1,9 miliardi, dovrà alleggerirsi fino raggiungere il 6%. Si procederà a un aumento di capitale di 630 milioni. Carige, nelle intenzioni dei commissari, diventerà una banca agile e veloce come un motoscafo, garantita dal rafforzamento patrimoniale ed esemplare dal punto di vista della qualità del credito. Soltanto così potrà essere appetibile agli occhi dei potenziali partner. Perché il piano industriale è stato pensato proprio nella prospettiva di una business combination, considerata indispensabile da Bce, Banca d’Italia e analisti come quelli di Moody’s.

Entro giugno questa trasformazione non sarà realizzata compiutamente ma potrà essere in atto, in modo da rendere appetibile la banca, che può contare anche su un altro fattore di attrazione: eventuali partner – banche di grandi dimensioni – potrebbero guadagnare fino a due miliardi dai vantaggi sulle imposte differite, i rating interni e le risorse liberate dagli add-on patrimoniali della banca ligure.

I possibili partner stanno studiando il dossier Carige già ora. Chi sono?

Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener su questo capitolo mantengono un comprensibile, strettissimo riserbo. Pure, in questi giorni, dal buio stanno emergendo le linee di contorno dei candidati al matrimonio. L’ora della verità si avvicina.

Intanto, la decisione dei commissari di lasciare aperta a tutto aprile l’offerta vincolante di Sga per l’acquisto del pacchetto di crediti deteriorati, in modo che l’eventuale partner possa scegliere se acquistare la banca “pulita” oppure con il pacchetto di npe da rivendere, fa capire che in questa vicenda i fondi possono giocare un ruolo importante. Sono i gruppi specializzati nel private equity,  più che le banche, a essere interessati alle operazioni sugli npe.

In Italia gli istituzionali non hanno una grande tradizione di protagonismo nel risiko bancario. Ma le cose cambiano e pochi giorni fa, per esempio, i fondi hanno imposto un cambio al vertice in Creval (credito Valtellinese), con la fuoriuscita dell’ad Mauro Selvetti, sostituito da Luigi Lovaglio. Il rinnovamento del vertice di Creval, tra l’altro, è considerato da alcuni analisti, anticipatore di una strategia di m&a.

Per quanto riguarda l’interesse dei fondi nei confronti di Carige da tempo si parla di Blackrock, Apollo, Värde Partners e Barents. Secondo voci ricorrenti alcuni di essi avrebbero già inviato a Genova offerte non vincolanti. Apollo potrebbe essere il maggior indiziato, sia perché già una volta si era offerto di entrare in Carige sia perché con un’aggregazione potrebbe tutelare la joint venture stretta con la banca ligure in Amissima. È anche vero che il contenzioso in atto tra il fondo americano e la famiglia Malacalza (con il suo 27,5% decisiva nelle votazioni dell’assemblea dei soci) non depone a favore di una soluzione Apollo.

Veniamo alle banche. Nessuna ha mai pubblicamente dichiarato interesse per Carige e alcune lo hanno negato esplicitamente. Ma questo fa parte del gioco. Il nuovo modello di banca perseguito dai commissari sicuramente interessa i gruppi bancari, tanto più se possono approfittare dei vantaggi su imposte differite, rating interni e add-on. Se nelle prossime settimane il processo messo in moto da Modiano, Innocenzi e Lener sarà visibile, le offerte, questa volta vincolanti, dovrebbero arrivare. Indiziati sono i gruppi con scarsa o nulla presenza nei territori in cui Carige è più radicata e una cultura aziendale vicina a quella tipica di una cassa di risparmio, fatta di vicinanza al territorio e velocità di risposta alle domande di credito, e quindi di autonomia degli istituti aggregati e delle filiali. Alcuni dei nomi circolati nei giorni scorsi potrebbero rispondere a questi requisiti. Come quello di Cassa Centrale, radicata nel Nord Est ed espressione di casse di credito cooperativo e banche rurali.

E di Bper. Quest’ultima, non presente in Liguria, ha pubblicato giorni fa  il nuovo piano industriale 2019-2021, che poggia sul recente acquisto di Unipol Banca e delle quote di minoranza del Banco di Sardegna e del controllo di Arca Holding. L’ad Alessandro Vandelli ha spiegato in conference call agli analisti che nel 2021 nel gruppo ci saranno solo due banche commerciali, Bper e Banco di Sardegna, con una profonda semplificazione della struttura societaria. Si partirà con l’incorporazione in Bper Banca di Unipol Banca, Cassa di Risparmio di Bra e Cassa di Risparmio di Saluzzo. Seguirà l’incorporazione di Bper Services in Bper Banca e poi l’integrazione delle società minori. Un progetto impegnativo, che però non sembra precludere ulteriori impegni, poiché Vandelli ha aggiunto: «ricordo che la nostra è una storia di m&a. Pensiamo sia importante avere l’impegno di aumentare ulteriormente le dimensioni del gruppo, anche se al livello in cui siamo, se si ha l’approccio giusto, è possibile condurre il business con risultati positivi. Siamo aperti a valutare opportunità per aumentare le nostre dimensioni, ma oggi il focus è su questo business plan. Vedremo se sarà possibile avere un’altra opportunità, nel caso la esamineremo nel prossimo futuro». E se l’opportunità fosse proprio Carige?

Crédit Agricole Italia in Liguria, attraverso CA Carispezia è presente ma soprattutto nello spezzino. CA Carispezia è ormai una banca  ligure,  il suo baricentro però rimane nel levante e non è escluso che possa integrarsi con con Carige. Si formerebbe un gruppo bancario forte in una fascia comprendente Liguria, Emilia, Toscana, Veneto, Friuli. Il colosso francese è nato da una federazione di casse, con una tradizione di vicinanza al territorio. E in Italia vanta un rating Moody’s A3, al livello più alto del sistema bancario nazionale.

Comunque, i commissari preparano il terreno ma a decidere sarà, in maggio l’assemblea. Dove   Malacalza Investimenti è decisiva. Bisogna vedere che cosa sceglierà. È anche vero che le possibilità di scelta, per Carige e i suoi attuali azionisti, non sono molte. Se l’aumento di capitale non riuscirà o le offerte non arriveranno o non saranno giudicate soddisfacenti dagli azionisti, si aprirà la strada all’intervento dello Stato. All’orizzonte di Carige apparirà la figura di Tria e dietro la sua quella di Di Maio. Uno scenario inquietante, per la banca, i suoi dipendenti, l’economia italiana. E che probabilmente non entusiasmerebbe neppure i soci di Carige.

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