Situazione economica e prospettive globali: permangono timori sul futuro del commercio internazionale

Dagli Stati Uniti, usciti dati economici contrastati su novembre: indice fiducia consumatori Conference board in calo a 135,7 punti dai 137,9 di ottobre; Ism manifatturiero (sondaggio mensile tra i direttori di stabilimento delle aspettative a 3-6 mesi) in rialzo a 59,3 punti contro i 57,6 attesi ed i 57,7 di ottobre (sopra 50 indica “espansione”); spesa per costruzioni in calo a ottobre per il 3° mese consecutivo (resiste un +4,9% annuo). Particolarmente attesi, venerdì 7, i dati di novembre del mercato del lavoro (nuove buste paga non agricole, tasso disoccupazione e variazione salari orari).

In Eurozona, dati economici ancora deludenti a novembre: indice fiducia economica Commissione Europea in calo per l’undicesimo mese di fila a 109,5 punti dai 109,7 di ottobre; si ridimensiona la crescita dei prezzi al consumo, con l’inflazione “headline” a +2,0% dal +2,2% di ottobre e quella “core” (“di fondo” al netto delle variazioni stagionali dei prezzi di energia, trasporti ed alimentari) a +1,0% dal +1,1% di ottobre.

In Cina, continua (da mesi) il rallentamento congiunturale; a novembre, Pmi (sondaggio mensile tra i direttori acquisti sulle prospettive economiche a 3-6 mesi) in calo su entrambi i comparti manifatturiero (50 punti dai già deboli 50,2 di ottobre) e servizi (53,4 punti dai 53,9 di ottobre). Molto attesi i dati di novembre delle riserve valutarie e della bilancia commerciale (esportazioni e importazioni).

Permangono a livello economico globale i timori, specie del comparto manifatturiero, sull’andamento futuro della domanda, con i rischi di contrazione dei flussi del commercio internazionale scatenati dalla cosiddetta “guerra dei dazi” tra Usa e Cina non ancora scongiurati nemmeno dall’ultimo G20 di Buenos Aires, in cui il presidente Usa Donald Trump e il presidente cinese Xi-Jin-Pin hanno concordato una “tregua”: in pratica, gli Usa – con un’enfasi mediatica che, però, non ha avuto eguale riscontro dai media cinesi – hanno annunciato la sospensione per 90 giorni ovvero fino al 1° marzo 2019 del programmato aumento dal 10% al 25% a partire dal 1° gennaio 2019 dei dazi su oltre 200 miliardi di prodotti cinesi.

Alla comprensibile reazione rialzista “liberatoria” (quasi “euforica”) dei mercati azionari globali alla riapertura delle negoziazioni il successivo lunedì 3, ha fatto seguito martedì 4 lo scetticismo tra gli operatori, preoccupati dall’eventualità di un mancato accordo entro il 1° marzo 2019 e da alcune dichiarazioni del presidente Trump, sarcasticamente auto-dichiaratosi “l’uomo dei dazi” pronto a lanciare nuove sanzioni contro la Cina in caso di mancato raggiungimento di un accordo: i quattro principali indici azionari Dow Jones, S&P500, Nasdaq (comparto tecnologici e non finanziari) e Russell 2000 (small cap) sono scesi, rispettivamente, del 3,1, 3,24%, 3,8% e 4,28%, con le vendite (amplificate dal trading “tecnico” e “tattico” sviluppato con strumenti derivati/a leva e con sofisticati, quanto potenti e istantanei, sistemi di trading algoritmico ad elevata frequenza) che hanno colpito i comparti ciclici, industriali e tecnologici, più esposti alle dinamiche del commercio internazionale (volatilità implicita VIX sull’S&P500 tornata verso quota 21% “a pronti” e 20% “a termine” dal 16% della vigilia).

Dopo che il presidente della banca centrale statunitense, Jerome Powell, ha dichiarato che la Fed procederà al previsto aumento da 25 punti base dei tassi ufficiali d’interesse (dal 2,00%-2,25% a 2,25%-2,50%) nella prossima riunione del 18-19/12, mantenendo per il 2019 un approccio un po’ più graduale e dipendente dai dati economici in uscita, le previsioni degli analisti per il 2019 hanno oscillato tra i tre (marzo, giugno e settembre) e i due (marzo e settembre) rialzi (sempre da 25 punti base ciascuno). Così, sui mercati obbligazionari statunitensi, diffusasi una paura – che, al momento, ci appare ingiustificata – di un’imminente recessione nel 2019, il differenziale di rendimento tra i titoli del Tesoro statunitense (Treasuries) a 10 anni (tornato sotto il 3% in area 2,90%-2,92%) e a 2 anni (in area 2,80%) è sceso allo 0,10% (minimo degli ultimi 10 anni) e quello tra i 5 (2,79%) e i 2 anni (2,80%) a -0,01% (minimo dal 2007).

Il dollaro statunitense è calato contro lo yen (da area 114 ad area 112,80/113) e le principali valute emergenti (real brasiliano, peso messicano, won sudcoreano, rupia indonesiana), ma non contro l’euro (rimasto ben sotto quota 1,14), a causa dell’incertezza sugli esiti del voto del Parlamento britannico dell’11/12 alla “soft Brexit” (sottoscritta da Governo May e Commissione europea) e del confronto, aperto fino al 17/12, tra Governo italiano e Commissione europea (scettica sulla previsione del Governo di una crescita economica del pil italiano per il 2019 pari a +1,5%) per la riduzione del deficit programmato di bilancio 2019 dal 2,4% originario al 2%, tetto massimo tollerato da Bruxelles (pena le sanzioni per “eccesso di debito” tra i 4 ed i 5 miliardi di euro all’anno) ed un auspicato ribilanciamento tra misure di assistenza pensionistica (quota 100) e sussistenza (reddito e pensione di cittadinanza) e misure per la crescita e il rilancio degli investimenti. In calo poco sotto i 280 punti base (mercoledì 4) lo spread (differenziale di rendimento) tra Btp e bund tedesco decennali (al 3,07% e 0,28%, rispettivamente).

Sul comparto delle materie prime, grande attesa per la riunione Opec (il cartello dei paesi produttori ed esportatori di petrolio) di oggi, giovedì 6, a Vienna, preceduta dall’uscita a sorpresa del Qatar; previsto un taglio di un milione di barili giornalieri della produzione, non ancora scontato dai futures WTI di Chicago e Brent di Londra (rispettivamente, in area 53 e 62 dollari/barile, con il wti che ha violato al ribasso per alcune ore la soglia dei 50 dollari, sia “psicologica” che di “pareggio” per svariati operatori “shale oil”).

La  nostra strategia di allocazione del portafoglio

Pur monitorando attentamente la tenuta di alcuni importanti supporti tecnici (per esempio, area 2.600 per l’indice azionario statunitense S&P500), continuiamo a favorire il comparto azionario, che, grazie alla recente correzione, presenta valutazioni più attraenti e suggeriamo di entrare con gradualità, mediante “piani di accumulo” o “investimenti programmati” nelle fasi di maggiore volatilità/avversione al rischio.

Poiché il percorso di normalizzazione (aumento) dei tassi d’interesse è ormai avviato negli Usa ed è destinato ad iniziare in Eurozona dalla seconda metà del 2019, preferiamo un approccio difensivo per le obbligazioni governative e societarie dei Paesi sviluppati, rimanendo “sotto-pesati” e preferendo le scadenze più brevi (in deroga, per gli Investitori più aggressivi, suggeriamo il più speculativo comparto delle obbligazioni bancarie subordinate); per i comparti azionario ed obbligazionario Emergenti restiamo “neutrali”, ma pronti a cogliere le opportunità degli attuali elevati rendimenti, non appena stabilizzatosi il cambio del dollaro statunitense e raggiunti nuovi equilibri sul commercio internazionale (fine guerra dei dazi).

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