Che cosa  abbiamo visto negli ultimi dieci giorni 

Nella sua ultima riunione dell’anno, il presidente della banca centrale europea Mario Draghi  ha confermato la fine del Quantitative Easing entro il 31/12/2018, ma anche che  «la Bce intende continuare a reinvestire, integralmente, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza». Draghi ha inoltre precisato:  «… nonostante le informazioni più recenti indichino un’evoluzione della crescita economica più debole rispetto alle attese, di riflesso a una domanda estera più contenuta ma anche ad alcuni fattori specifici a livello di paese e settore, il vigore di fondo della domanda interna continua a sorreggere l’espansione dell’area euro e il graduale incremento delle pressioni inflazionistiche» –

Gli analisti, peraltro, non escludono anche la possibilità di ricorso, in caso di eventuali criticità congiunturali o finanziarie di alcuni paesi membri dell’area euro (per esempio, sugli spread sovrani), a particolari strumenti monetari di supporto (come le T.L.T.R.O. già attuate nel 2011 durante le crisi dei debiti sovrani di Grecia, Portogallo e Irlanda).

Nella sua ultima riunione del 2018, la banca centrale statunitense, la Fed, ha alzato, come da attese, i tassi d’interesse di riferimento di 25 punti base per la quarta volta nel 2018, dal range 2,00%-2,25% al nuovo range 2,25%-2,50% e annunciato, con non poco disappunto da parte di Wall Street, di voler proseguire la riduzione graduale del suo attivo di bilancio investito in obbligazioni governative (Treasuries) e societarie statunitensi al ritmo precedentemente programmato di 50 miliardi di dollari al mese, una decisione che – potendo produrre in futuro potenziali nuove pressioni al rialzo dei tassi d’interesse sui mercati secondari – ha, in parte, deluso anche le attese del presidente Usa.

Donald Trump più volte, nelle scorse settimane, aveva chiesto al presidente della Fed Jerome Hayden Powell (peraltro, a suo tempo, indicato dalla Casa Bianca come successore di Janet Yellen) di interrompere o, almeno, rallentare il programma di rialzo dei tassi ufficiali, auspicando che «la Banca centrale evitasse di commettere nuovi errori, ascoltando di più il mercato e leggendo meno i numeri».

La Fed, però, nel comunicato finale successivo alla due giorni di riunioni del Comitato Direttivo di Politica Monetaria (Fomc) ha ribadito che le considerazioni politiche non hanno alcun ruolo sulle discussioni di politica monetaria e riconosciuto le buone condizioni del ciclo di crescita economica e del mercato del lavoro (con un tasso di disoccupazione previsto per il 2019 al 3,5% minimo da quasi 50 anni), nonché il raggiunto obiettivo di un tasso d’inflazione al consumo stabile nel medio periodo al 2% ) e ha ridotto le previsioni di crescita media del pil statunitense per il 2019 al 2,3% (dal 2,5% stimato lo scorso settembre) e al 2,0% nel 2020 e, quindi, da 3 a 2 il numero previsto per il 2019 di interventi al rialzo (da 25 punti base ciascuno) dei tassi ufficiali d’interesse.

La banca centrale Usa ha quindi lasciato intendere un ulteriore intervento al rialzo (sempre da 25 punti base) per il 2020 (riviste al ribasso le previsioni mediane del tasso ufficiale target per il 2019 al 2,9% dal 3,1% di settembre scorso, per il 2020 e 2021 al 3,1% dal 3,4% e per il lungo periodo al 2,8% dal 3,0%).

Permangono aperti i noti dossier politici europei ed extra-europei.

In Gran Bretagna, crescono le probabilità di “Brexit disordinata” ovvero senza la ratifica da parte del Parlamento britannico entro marzo 2019 dell’accordo preliminare sottoscritto con l’Unione Europea dal Governo della premier Theresa May, che, incassata la fiducia dopo l’attacco anche di alcuni membri del suo stesso partito (conservatore), prende atto dell’impraticabilità di un referendum-bis.

Tra i due presidenti, lo statunitense Donald Trump e il cinese Xi-Jinping, sono in corso trattative (Xi-Jinping durante le celebrazioni dei 40 anni di apertura della Cina ai mercati internazionali ha promesso un imminente nuovo miracolo economico, ammonendo anche che nessun Paese deve dettare alla Cina alcuna linea di comportamento), trattative faticosamente riavviate all’ultimo G20 di Buenos Aires, per un accordo sostenibile, tale da evitare quell’escalation sui dazi nel commercio internazionale dei mesi passati, che, oggi sta, di fatto, compromettendo le aspettative di analisti, investitori e imprenditori sulla crescita globale prevista nel 2019.

Restano cauti gli analisti e alcuni esponenti politici europei verso la manovra di bilancio italiana per il 2019, con l’ultima versione riveduta e corretta dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, finalmente, approvata dalla Commissione europea; evitata, almeno per ora, la temuta procedura di infrazione per debito eccessivo, dopo lunghe settimane di accesi dibattiti e polemiche (compresa quella con la Francia, in pieno caos per le clamorose proteste di piazza del movimento dei cosiddetti “gilet gialli” contro il caro-benzina-vita, e con il commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, francese).

Dibattiti e polemiche hanno avuto come conseguenza i costi derivanti dall’aumento dello spread ovvero dei tassi d’interesse alle ultime aste dei mesi di settembre, ottobre e novembre scorsi di collocamento titoli di Stato italiani a breve, media e lunga scadenza; in attesa di ulteriori dettagli alla Commissione Bilancio del Senato (probabilmente, chiamato agli straordinari pre- e, forse, anche post- natalizi per approvare il maxi-emendamento entro il 31/12 al fine di evitare l’esercizio provvisorio di bilancio), si sa solo che il valore della Legge di Bilancio è calato dai 37 della prima bozza a circa 30 miliardi di euro, per un rapporto previsto del deficit/pil pari al 2,04% (dal 2,40% della prima bozza) e una crescita prevista del pil nel 2019 rivista a +1,0% (dal +1,5% della prima bozza), allineandosi, così, alla maggioranza delle più accreditate previsioni di analisti, centri studi e agenzie di rating. Pochi i dettagli anche sui due cavalli di battaglia delle due forze politiche di Governo, ovvero “reddito di cittadinanza” per il M5S e “quota 100” per la Lega, entrambi, però, confermati dai due vicepremier Di Maio (M5S) e Salvini (Lega).

In questo contesto, continuano sui mercati finanziari l’aumento dell’avversione al rischio, misurata dalla volatilità implicita (VIX) calcolata sul principale indice azionario statunitense S&P500, al 26,64% “a pronti” (picco del 5/2/2018 al 37,3%) e al 22,33% “a termine” (picco del 5/2 al 33,2%) e i conseguenti forti ribassi e nuovi minimi dell’anno per i principali indici azionari statunitensi, al termine della seduta nel giorno del comunicato Fed: 2.488,96 punti l’S&P500; 23.162,64 il Dow Jones; 6.284,72 il Nasdaq (comparto tecnologico e non finanziario); 1.344,14 il Russell 2000 (piccole e medie capitalizzazioni).

Sui mercati valutari, non entusiasma, anche dopo il comunicato Fed, il cambio del dollaro statunitense a 112,30-112,50 contro yen (euro risalito da 1,128 a 1,1387); male la sterlina inglese, sia contro dollaro statunitense che contro euro (a 0,9025).

Sui mercati delle materie prime, il taglio di 1.200.000 barili della produzione giornaliera di greggio deciso alla riunione Opec di Vienna dello scorso 6/12 basta a sostenere o far ripartire le quotazioni dei futures sul greggio (scese verso i 46 dollari al barile per il WTI di New York e i 56 per il Brent di Londra, oltre il 40% in meno dai massimi di ottobre); si difende l’oro, verso i 1.250 dollari/oncia, probabilmente, pronto per attaccare nelle prossime sedute la resistenza dei 1.300.

Sui mercati obbligazionari, persiste il fenomeno dell’appiattimento (“flattening”) della curva dei rendimenti, con il calo al 2,65% e 2,62% dei tassi dei governativi statunitensi (Treasuries) a 2 e 5 anni (differenziale di rendimento a -3 punti base) e al 2,76% per quella a 10 anni (differenziale di rendimento tra 2 e 10 anni a -11 punti base), tedesco (bund decennale 0,25%), e italiano (btp decennale al 2,80% – spread btp/bund in deciso calo a 255 punti base dopo il via libera di Bruxelles alla manovra di bilancio italiana 2019).

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