La nostra strategia di allocazione del portafoglio

Pur monitorando con attenzione la ricerca in atto di un nuovo equilibrio dei tassi d’interesse, soprattutto, statunitensi, continuiamo a favorire il comparto azionario, che, grazie alla più recente correzione dei corsi, presenta valutazioni più attraenti; suggeriamo di costruire le posizioni con gradualità, ricorrendo ai cosiddetti “piani di accumulo” o, comunque, a “investimenti programmati” nelle fasi di maggiore volatilità/avversione al rischio.

Poiché il percorso di normalizzazione (aumento) dei tassi d’interesse è ormai avviato negli Usa ed è destinato a iniziare in Eurozona a partire dalla seconda metà del 2019, preferiamo un approccio difensivo per le obbligazioni governative e societarie dei Paesi sviluppati, rimanendo “sotto-pesati” e preferendo le scadenze più brevi (in deroga, per gli investitori più aggressivi/speculativi, suggeriamo il comparto delle obbligazioni bancarie “subordinate” dell’Eurozona); per i comparti azionario e obbligazionario dei Paesi emergenti restiamo “neutrali”, ma pronti a cogliere le opportunità offerte dagli attuali elevati rendimenti, non appena si saranno stabilizzato il cambio del dollaro statunitense e raggiunti nuovi equilibri sul commercio internazionale (fine guerra dei dazi).

Pur rimanendo “neutrali” verso le valute, riconosciamo al dollaro statunitense (dati la forza della sua economia e gli elevati rendimenti) e allo yen giapponese la valenza di diversificazione del portafoglio e di paracadute/protezione nelle fasi di maggiore volatilità/avversione al rischio sui mercati.

Che cosa  abbiamo visto la scorsa settimana

Negli Stati Uniti, i prezzi al consumo (“headline”) sono aumentati in ottobre dello 0,3% mensile e del 2,5% annuo (dal +2,3% di settembre), mentre il dato (“core” o “di fondo”) depurato delle variazioni dei prezzi di alimentari ed energia ha segnato il passo a +2,1% (dal +2,2% di settembre), supportando, insieme a un pil solido (+3,5% annuo l’ultima stima al III trimestre) e  a tassi di disoccupazione ai minimi da quasi 50 anni (3,7% in ottobre), la previsione di una futura politica monetaria della banca centrale statunitense, la Fed, di graduali aumenti dei tassi d’interesse ufficiali (25 punti base al range 2,25%-2,50% per la prossima riunione del 18-19/12 e almeno altri tre da 25 punti base nel 2019).

In Eurozona, come previsto, il pil del III trimestre è cresciuto dell’1,7% annuo, ma il pil tedesco esce clamorosamente a -0,2% (non accadeva da marzo 2015), a causa della frenata dell’export e dei consumi privati (comparto auto) parzialmente compensata dagli investimenti delle imprese e dal comparto costruzioni; in deciso calo anche le aspettative economiche misurate dal sondaggio mensile ZEW di ottobre a 58,2 punti dai 70,1 di settembre: le imprese, non solamente tedesche, da mesi temono un’escalation del botta e risposta tra Usa e Cina (e non solo) di dazi e sanzioni, che rischiano di contrarre il commercio internazionale ed aumentare la probabilità di una recessione economica globale. Il prossimo G20 del 30/11 appare, pertanto, cruciale, con l’auspicio che il presidente Usa Donald Trump e il presidente cinese Xi-Jinpin, con i rispettivi emissari al lavoro da inizio settembre, raggiungano un accordo.

Sui mercati obbligazionari, il rendimento dei titoli governativi del Tesoro statunitense (Treasuries) a 10 anni, dopo il picco degli ultimi 4 anni a metà ottobre al 3,261%, è sceso in area 3,03%-3,08% (anche sulla scadenza a 2 anni il rendimento è calato leggermente al 2,78%-2,83% dal massimo di metà ottobre al 2,977%); in scia, il rendimento dell’omologo tedesco (bund) è calato allo 0,37%.

Sui mercati valutari, complice il clima generale d’incertezza e avversione al rischio a livello globale (indice di volatilità implicita VIX sull’S&P500 “a pronti” ancora sopra quota 20% a 20,80% e “a termine” a 20,15%), nonché l’ennesimo forte calo dei prezzi del greggio (minimi del 20/11 per il WTI a 53 U$D/barile e per il Brent a 62), il cambio del dollaro statunitense si è mantenuto volitivo contro lo yen giapponese in area 112,60-113,00 e contro l’euro, sceso sotto quota 1,14. Al contrario, la sterlina inglese paga le crescenti incertezze politiche derivanti dall’approvazione di una bozza di accordo tra il Governo presieduto dalla sempre più in bilico Theresa May e l’Unione Europea per una “soft Brexit” che sembra, però, essere più favorevole all’Unione (Eur/Gbp in salita a 0,89).

Nonostante la buona dinamica delle ultime trimestrali societarie (su 464 società dichiaranti al 16/11 u.s. dello S&P 500, quasi l’83% ha battuto le attese, fonte Bloomberg), i titoli “growth” (“ciclici”) e, in particolare, tecnologici, semiconduttori e industriali (auto compresa, su cui ha pesato il clamoroso arresto per frode fiscale del presidente del gruppo Nissan/Renault Carlos Ghosn) hanno registrato vistosi ribassi e il quintetto “F.A.A.N.G.” (Facebook, Apple, Amazon, Nextflix e Google) ha perso oltre 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione dai massimi storici di fine settembre/inizio ottobre. Alle chiusure del 20/11, i tre principali indici azionari statunitensi (Dow Jones sotto i 24.500 punti, S&P500 sotto i 2.650 e Nasdaq sotto i 6.900 … rispettivamente, circa 2.500, 300 e 1.000 punti sotto i massimi storici di fine settembre/inizio ottobre 2018) hanno nuovamente azzerato i guadagni del 2018, mentre in Europa, il Dax di Francoforte, l’Eurostoxx50 ed il Ftse Mib di Milano hanno aggiornato i nuovi minimi dell’anno (rispettivamente, a 11.000, 3100 e 18.450 ossia circa 2.600, 600 e 6.000 punti sotto i massimi 2018).

A preoccupare i listini europei, è arrivata puntuale il 21 novembre, la bocciatura da parte della Commissione Europea della manovra di Bilancio 2019 presentata dal Governo italiano, con il conseguente avvio della procedura d’infrazione “per eccesso di debito” (più severa di quella per “eccesso di deficit”), che potrebbe costare al nostro Paese sanzioni fino a 9 miliardi di euro ovvero “il carbone nella calza della Befana 2019” piuttosto che i regali da ricevere con la “lettera a Babbo Natale” più gradita a qualche esponente dell’attuale Governo. Il differenziale di rendimento (spread) tra titolo di Stato italiano (Btp) a 10 anni (3,74% il picco di mercoledì 21/11) e omologo tedesco (bund a 0,36%) è, così, salito a 338 punti base, per poi scendere (a sorpresa) a 312, grazie anche alle ricoperture di alcuni hedge fund (circolano da giorni voci di possibili misure del Governo per vietare la perniciosa pratica delle vendite allo scoperto sui nostri titoli di Stato, anche in un clima di generale scetticismo nei confronti dell’ultima emissione di Btp Italia a 4 anni, andata semi-deserta). Per ora trascurate dagli operatori le dichiarazioni del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi sulla necessità di ulteriori riflessioni a dicembre prima di dichiarare concluso dal 1° gennaio 2019 l’attuale Quantitative Easing.

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