punti di vistaIl reddito di cittadinanza, a parte considerazioni di altro tipo, sembra discutibile sotto il profilo della realizzabilità. Vediamo da vicino come stanno le cose.

Una premessa. Il progetto, molto ambizioso e complesso, è  intitolato in modo forse poco appropriato: non è un reddito di cittadinanza, ma un sostegno reddituale minimo riconosciuto a chi è in possesso di determinati requisiti e rispetta alcune regole. La definizione più diffusa e condivisa del reddito di cittadinanza è quella data dal Bien, associazione internazionale per la divulgazione del reddito in questione, in base alla quale il reddito di cittadinanza è quello erogato in modo incondizionato a tutti, su base individuale, senza verifica delle condizioni economiche o richieste di disponibilità a lavorare. È quindi universale, individuale e incondizionato, senza alcun obbligo di lavorare o dimostrare la volontà di cercare occupazione.

Questo l’iter previsto. Entro il prossimo 31 dicembre dovranno essere approvate la legge di Bilancio 2019 e con essa le norme sul reddito di cittadinanza. Poi, entro i primi mesi del 2019, dovranno essere emanati i primi decreti attuativi del progetto che si pone l’obiettivo di contrastare la povertà. Infine, e non oltre il 1° aprile 2019, inizierà l’erogazione del nuovo reddito a favore degli aventi diritto. Molto semplice, in apparenza, se realtà e tempo non esistessero.

L’utopico progetto, a prescindere dal suo nome di battesimo e poiché non rivolto al riconoscimento di un reddito di cittadinanza, ma di altra natura, richiede una procedura realizzativa multiforme e intricata.

In sequenza:

Il suo finanziamento sarà costituito anche da risorse oggi dedicate e provenienti da contributi europei (garanzia giovani), dal bonus Renzi e da quello destinato agli studenti, da Naspi, Asdi e DisColl, e dall’attuale Rei, reddito di inclusione sociale.

 

 

 

 

Reddito di cittadinanza, centri per l’impiego, Rei: numeri ed effetti della misura in Liguria

Gli investimenti saranno, in via prioritaria, dedicati alla riforma dei Centri per l’impiego, obiettivo essenziale per la realizzazione dell’intero progetto.

Il fine è di garantire l’espansione di una serie di prestazioni di base personalizzate, offerte dai Cpi riformati, mirati all’accoglienza, all’orientamento, all’intermediazione e all’avviamento alle politiche attive del lavoro.

Sono preventivati il rafforzamento e la crescita professionale dell’organico dei Cpi attraverso aumento del personale, percorsi formativi a loro riservati (resta da capire chi forma chi), acquisizione di tecnologie informatiche adeguate alle nuove funzioni che tali centri si troveranno a ricoprire.

Sarà progettata, prodotta e distribuita, ai circa sei milioni di beneficiari, una carta elettronica sulla quale verrà erogato il contributo mensile. Non è ancora chiaro se la carta apparterrà al circuito Bancomat oppure se, trattandosi di soggetti in condizione di povertà assoluta che potrebbero non essere in possesso di un conto corrente, si riconoscerà una carta ad hoc.

Verrà progettata, prodotta e diffusa una nuova applicazione (app io.italia.it) per consentire ai beneficiari del sostegno di eseguire bonifici tramite lo smartphone (per quanto lo stesso, a oggi, pare appartenere alla categoria degli acquisti immorali).

Il sottosegretario Laura Castelli ha confermato che il governo sta operando per sviluppare le migliori tecnologie per l’uso dell’app e del bancomat, anche allo scopo di monitorare ogni spesa fatta dal percettore del sussidio al fine di renderla tracciabile; al riguardo è stato costituito un team specializzato nel settore e guidato dall’ex numero 2 di Amazon Diego Piacentini, impegnato a garantire il buon esito del progetto informatico.

Per la creazione del software, che dovrà gestire e condividere la banca dati Inps, Centri per l’impiego, Comuni e Centri di formazione professionale, sono previsti tempi di attesa molto più lunghi. La finalità, forse un po’ prematura, è quella di creare una piattaforma informativa centralizzata nella quale far confluire, in un’unica banca dati accessibile dalla pubblica amministrazione, il fascicolo personale e il libretto formativo elettronico.

Per ricevere dal 1° aprile il sussidio non sarà necessario presentare una domanda, poiché pare che questo sarà erogato in via automatica, forse dall’Inps. A chi verrà erogato non è noto, fatta eccezione per gli odierni percettori del reddito di inclusione, circa due milioni di persone. Residuano da individuare gli altri quattro milioni.

Non sarà necessario, come detto, presentare una domanda: la verifica sul diritto sarà compiuta sulla base dei redditi Isee presentati dai cittadini nel biennio 2017/2018, confidando sull’affidabilità delle banche dati e sorvolando sul fatto che dai controlli effettuati dalla Guardia di Finanza su soggetti a rischio sei su dieci non sono risultati in regola con la fruizione delle prestazioni sociali.

Per gli anni successivi non è ancora noto se la domanda sarà da inoltrare o no, fermo restando il dovere di dotarsi della dichiarazione Isee e con quello che tale onere comporterà per i Caf e gli altri soggetti abilitati.

Le spese sostenibili sono quelle definite di prima necessità, non viene precisato quali possano essere definite morali e quali immorali, ma si ricorda che tutti i beni di prima necessità acquistati devono essere prodotti in Italia, per quanto tale obbligo possa forse contenere qualche profilo d’illegittimità.

Il beneficiario si dovrà inoltre attivare per cercare un lavoro, pena la perdita del sussidio, poiché l’erogazione dello stesso è condizionata all’iscrizione presso il Centro per l’impiego, allo svolgimento di un imprecisato (al momento) numero di ore settimanali di volontariato nel Comune dove risiede, alla frequenza obbligatoria dei corsi di formazione organizzati dai Centri per l’Impiego e all’accettazione di un’offerta di lavoro rispetto alle tre ricevute, la prima delle quali dovrà essere nel luogo di residenza.

Ci sarà un po’ di tempo per individuare i criteri in base ai quali la domanda e l’offerta di lavoro potranno trovare un punto d’incontro, che rappresenteranno il risultato ottenuto dal governo rispetto all’entità dell’investimento scelto.

In sostanza, il progetto appare visionario, tanto più che sembra nato più da un desiderio o da una promessa che non da una costruzione politica condivisa. La prudenza potrebbe consigliare di rimandare la sua attuazione, implementando lo strumento già esistente, rodato e funzionante, del Reddito di inclusione.

Nel frattempo pensiamo a investire nelle scuole pubbliche, di ogni ordine e grado.

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