Una cabina di regia per ottimizzare al meglio l’utilizzo dei fondi europei indiretti (ossia coloro che vengono gestiti dai Paesi membri attraverso i Programmi operativi nazionali e i Piani operativi regionali, che in Italia vengono gestiti dalle Regioni). L’idea è rilanciata dal Movimento 5 Stelle che ha presentato un’analisi dettagliata sul tema, mostrando dove si stanno riscontrando le maggiori carenze sulla reale efficacia dell’utilizzo di questi fondi.

«I fondi indiretti sono uno strumento importante che può iniettare liquidità e denaro nella nostra Regione – afferma il consigliere regionale Andrea Melis – ma spesso i fondi non sono completamente utilizzati o comunque non fanno ottenere grandi risultati».

Lo studio è circostanziato e ricco di fonti e si concentra soprattutto sul Fondo sociale europeo e sul Psr, il Programma di sviluppo rurale.

Per quanto riguarda l’Fse, l’aspetto principale riguarda i corsi di formazione che dovrebbero consentire alle persone di trovare un impiego.

«Ci siamo basati sul report Alfa, l’agenzia regionale per il lavoro, la formazione e l’accreditamento, che è il soggetto deputato a raccogliere le statistiche – dice Melis – facendo emergere il primo problema: i questionari sono posti dallo stesso ente formatore, quindi il controllore e il controllato coincidono».

Il report si riferisce al settennato 2007-2013: «Hanno risposto ai questionari il 75% del totale delle persone coinvolte – sottolinea Melis – di questi, a distanza di 12 mesi dal termine del corso, solo il 54,6% risultava occupato e di questa percentuale, solo poco più della metà aveva trovato un lavoro coerente con quanto studiato al corso».

La media degli esiti occupazionali sui 4 assi prioritari dello scorso settennato (Adattabilità, occupabilità, inclusione sociale, capitale umano e transnazionalità) a 12 mesi dalla chiusura dei corsi è stata del 54,6%.

Gli assi del Fse

Rappresentano l’ossatura da cui poi si diramano i vari bandi su specifici argomenti, pubblicati e accessibili dai siti di Regione Liguria, Filse e Arsel. In particolare i temi riguardano la lotta alla disoccupazione giovanile, le politiche verso i disoccupati di lunga data, la lotta all’esclusione sociale e alla dispersione scolastica.

Per quanto riguarda i costi, la media artimetica del costo sostenuto a persona formata/qualificata, cambia a seconda degli assi e dei progetti presentati: per l’asse 1 Adattabilità è stato di 885,46 euro, per l’asse 2 Occupabilità 2.549 euro, per l’asse 3 Inclusione sociale 1.397 euro, per l’asse 4 Capitale umano addirittura 18.680,68 euro, per l’asse 5 Transazionalità e interregionalità 17.952,99 euro.

Dall’analisi dei dati relativi al 2014 emerge che in generale, solo il 3% delle persone riesce a trovare uno sbocco occupazionale grazie ai centri per l’impiego. La durata media di giorni di ricerca è di 114. Il 65% delle persone ha avuto almeno un’esperienza lavorativa post corso, ma la durata media degli impieghi è stata di 4 mesi.

Il canale migliore per trovare lavoro resta ancora il passaparola.

Per quanto riguarda i settori, la sanità (operatori sanitari) è quella che garantisce un lavoro stabile al maggior numero di persone: il 27,7%. Gli altri settori fanno peggio.

«Probabilmente questi corsi non erano allineati con le richieste del territorio – ipotizza Melis – c’è anche da tenere conto che i bandi sono piuttosto macchinosi da attivare».

Il problema rilevato dal Movimento 5 Stelle è che anche in questo nuovo settennato si stanno verificando ritardi nel raggiungimento degli obiettivi prefissati per il 2023. Analizzando i dati relativi a fine 2017, per esempio (ne citiamo solo alcuni) sono meno del previsto i disoccupati che hanno partecipato a iniziative del Por Fse in ambito asse 1 Occupazione: 3468 su 18 mila, con un obiettivo intermedio al 2018 di 10 mila unità. Le persone che hanno trovato lavoro a sei mesi dalla partecipazione al bando è del 7,89% rispetto al 100% come obiettivo. Le persone inattive che hanno partecipato alle iniziative dell’asse 1 sono circa il 2% rispetto all’obiettivo del 100%.

Il Psr, il rischio della decurtazione dei fondi disponibili

Il consigliere regionale lancia anche un allarme: «Siamo consapevoli del fatto che la piattaforma Siar, Sistema informativo agricolo nazionale, ha avuto dei problemi, ma oggi la Regione Liguria è fanalino di coda per utilizzo dei fondi del Psr, il rischio è la decurtazione di 15 milioni in quota Fears, ossia il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale».

Il meccanismo è sempre lo stesso: chi non spende avrà diritto a meno. «C’è da dire che il fatto di spenderli – mette in guardia Melis – non significhi che si spendano bene».

Al 5 luglio l’Agea, Agenzia per le erogazioni in agricoltura, aveva certificato una spesa di 21,7 milioni di cui 9,3 in quota Fears. Mancavano parecchi milioni per arrivare alla cifra che si dovrebbe sostenere antro il 31 dicembre 2018: 15,1 milioni di quota Fears. L’avanzamento della spesa sostenuta è solo al 47,28% rispetto all’impegno di spesa 2015.

«Al 31 agosto – evidenzia Melis – la spesa complessivamente sostenuta è di 24,5 milioni, di cui 10,5 in quota Feasr. Il rischio di disimpegno ammonta a 12,4 milioni. Per evitarlo occorre sostenere una quota di 14,1 milioni, una cifra comunque importante e che rischia di essere raggiunta magari con bandi realizzati in modo frettoloso e poco utile. La spesa pubblica da sostenere entro il 31/12 è di 28,8 milioni, per cui la spesa complessiva è di 43 milioni».

Per questo, secondo il Movimento 5 Stelle, una cabina di regia potrebbe supportare gli enti locali nella preparazione e gestione dei bandi: «Pensiamo ai piccoli comuni che magari hanno solo un geometra a disposizione per tutto»· Inoltre tanti piccoli imprenditori o professionisti spesso rinunciano a partecipare proprio per le difficoltà burocratiche nella modalità di accesso.

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