Si è completato, in Senato, l’iter di conversione in legge del Dl dignità e anche se l’iniziativa parlamentare non è valutabile, a priori, poiché solo fra qualche mese i numeri potranno individuare correttamente l’esito del provvedimento, la lettura del testo legittima  qualche dubbio e perplessità. È l’opinione del consulente del lavoro Giulio Dapelo, titolare dell’omonimo studio genovese.

Giulio Dapelo

«Non pare – dichiara Dapelo a Liguria Business Journal – un’iniziata innovativa perché non inserisce nulla di nuovo, si limita a mescolare fra loro, senza modificarle nel contenuto e nella forma, precedenti norme di legge. Fonda, di fatto, la sua necessità sul presupposto che contrastare o disincentivare i rapporti a termine genererà un incremento di quelli a tempo indeterminato. Si tratta di un salto ideologico nel passato che ignora l’inarrestabile e mutevole dinamica dell’economia internazionale con i suoi mille volti».

Quali saranno gli effetti ora prevedibili del Decreto Dignità? «Il provvedimento provocherà, inevitabilmente, un crollo dei rapporti a termine che fino a oggi, per quanto poco possano valere, costituiscono comunque dignitosa occupazione priva di costi sociali poiché non sponsorizzata da decontribuzioni. La contrazione dei rapporti a termine potrà forse, in parte e nel breve periodo essere compensata dall’instaurazione di contratti a tempo indeterminato, che neppure loro hanno nulla di nuovo. Si tratta dei soliti triti e ritriti contratti, parenti stretti di quelli già ideati nel lontano 1990 dalla legge n. 407, che giustificano la loro esistenza sulla base delle anacronistiche decontribuzioni, cioè degli ingannevoli effetti speciali che le generazioni future scopriranno non essere gratuiti».

In conclusione? «C’è qualcosa di vecchio e già amaramente vissuto in questa legge, che non suscita impulsi rassicuranti nei confronti del futuro. Il lavoro è la priorità, non più il posto lavoro, che piaccia o no, priorità che va colta con fiducia e senza paura, ripartendo a progettare dai banchi delle scuole elementari».

 

 

 

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