«Non siamo un partito ma lavoriamo a un progetto politico» ha detto Giovanni Toti alla riunione degli arancioni convocata ieri negli uffici della Regione. Ma qual è il progetto politico? Alla riunione erano stati invitati, tra gli altri,  gli arancioni comunali della lista “Vince Genova”, che ha sostenuto Marco Bucci nella battaglia vittoriosa per la conquista della guida di Palazzo Tursi. Erano presenti anche gli assessori comunali Elisa Serafini e Pietro Piciocchi, i consiglieri dei Vince Genova (assenti Simone Ferrero e Ubaldo Santi), Lilli Lauro di Forza Italia, l’assessore regionale Ilaria Cavo.

A quanto risulta a Liguria Business Journal, molti tra i presenti hanno chiesto un manifesto politico per far emergere in modo chiaro il posizionamento degli arancioni, in modo da definire la loro fisionomia rispetto alla Lega. L’obiettivo principale è intercettare un elettorato che non si riconosce nei partiti ma potrebbe riconoscersi in un progetto politico in vista delle prossime regionali e, forse, già delle europee.

“Vince Genova” è stata elemento fondamentale nel successo elettorale di Marco Bucci e di questo gli arancioni sono ben consapevoli e vorranno trarre le conseguenze, specialmente i loro “cavalli di razza”. Ma queste sono dinamiche inevitabili in un processo politico, che certo non sorprendono il governatore ligure. Il discorso si fa più complesso se guardiamo all’insieme delle forze in campo. Innanzi tutto il discorso di intercettare un parte dell’elettorato di centrodestra che altrimenti andrebbe alla Lega è certamente razionale ma va considerato alla luce del fatto che questo sarebbe precisamente il compito di Forza Italia. Il partito di Berlusconi, in evidente declino, si troverà preso in una forbice, in cui le cui lame sono gli arancioni da una parte e la Lega dall’altra. Una sorte poco invidiabile.

D’altra parte, proviamo a considerare la scacchiera dal punto di vista di Toti. Come potrà lo stratega del centrodestra ligure portare avanti il suo progetto regionale, e il suo “modello nazionale” di cui parla sempre, senza una massa di manovra su cui poter contare? Forza Italia non soltanto è in declino ma non è affatto a sua disposizione, sicuramente non a livello nazionale. Il meteo  di Arcore è troppo variabile per azzardare previsioni ma Toti non sembra essere il delfino di Berlusconi. Lo è stato e forse tornerà a esserlo ma al momento brilla la stella di Antonio Tajani, che propone un modello politico diverso da quello del governatore ligure.

D’altra parte la Lega è una falange chiusa – come è nella natura della falange! – difficile che lasci posto a estranei, per quanto amici, nella sua prima fila. Non rimane che farsi il proprio partito. Chiamare a raccolta gli arancioni della Liguria, non solo di Genova, e aggregare altre forze. Il processo, però, non è privo di ostacoli. Il primo è costituito dal fatto che gli arancioni non sono un’invenzione di Toti, gli arancioni genovesi sono una formazione nata per sostenere Bucci e cresciuta su un progetto di Sandro Biasotti.

Si può portare avanti il processo e guidarne le forze eterogenee ma intanto sul disegno del governatore si stanno allungando ombre minacciose che fanno apparire problematico il travaso di forze, o la sinergia, tra Forza Italia e arancioni. Per almeno una parte di Forza Italia vale la dichiarazione rilasciata da Claudio Scajola a Liguria Business Journal: «Da quando si parla di modello Toti Forza Italia è sparita». Non solo. La contrarietà di parte di Forza Italia ligure al modello Toti è alimentata anche dall’orgoglio e dal desiderio di autonomia dei dirigenti locali.

Non era pensabile che Claudio Scajola, ex ministro dell’Interno, ex ministro dello Sviluppo economico, di fatto artefice della struttura del partito di Berlusconi, si ritirasse in un cantuccio su ordine di Toti. Come non era pensabile che un politico del seguito di Marco Melgrati rinunciasse a candidarsi sindaco della sua città, Alassio, perché la sua candidatura non rientrava nel gioco di scacchi del governatore. Ultimo segnale, il sindaco di Savona, Ilaria Caprioglio, ha proceduto a un rimpasto in giunta senza consultare il governatore. Non era affatto tenuta a consultarlo, in base alle regole istituzionali. Avrebbe potuto farlo in base ai rapporti di forza. Ma non l’ha fatto.

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