Si avvicina il 30 giugno, giorno spartiacque per l’Ilva, e le certezze sul futuro del colosso siderurgico sono sempre meno: i commissari hanno in cassa risorse fino a quella data, dopo la quale non si sa se riusciranno a pagare stipendi, forniture, manutenzioni e acquisti. Il colosso siderurgico, secondo quanto aveva detto a suo tempo l’allora ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, brucia 30 milioni di euro al mese. Il 30 giugno, inoltre, scade il vincolo per Am Investco Italy, aggiudicataria dell’asta per rilevare l’Ilva, dopo di che la cordata guidata da ArcelorMittal potrebbe rinunciare all’impresa senza dover pagare penali. D’altra parte la società e i sindacati in otto mesi non sono riusciti a trovare un accordo sull’occupazione degli stabilimenti Ilva e ora è arrivata l’incognita del nuovo Governo M5S.

Mario Ghini

«La preoccupazione c’è, non si può negare, anche considerato quello che M5S ha detto a Taranto durante tutta la campagna elettorale» dichiara a Liguria Business Journal Mario Ghini, segretario generale della Uil Liguria. «Preoccupa l’atteggiamento di M5S – prosegue Ghini, e preoccupa quanto scritto sul Contratto di Governo a proposito dell’Ilva: cosa vuol dire riconvertire la produzione dello stabilimento di Taranto all’economia green? Ce lo devono spiegare, e ci devono spiegare come pensano di mantenere l’occupazione di 14 mila dipendenti. È vero che la Lega, l’altro partito al Governo, ha sempre difeso le attività produttive ma per ora l’orientamento dell’esecutivo non è affatto chiaro».

«Oggi – prosegue Ghini – doveva esserci un incontro tra sindacati e società che però ha rimandato la riunione. Non c’è una comunicazione ufficiale sul motivo ma è chiaro che vogliono capirci di più, dopo tutto quello che è stato detto a proposito di fonti inquinanti e chiusura del sito di Taranto. Probabilmente chiederanno un incontro con il nuovo ministro dello Sviluppo economico».

Chiudere l’Ilva per il Paese sarebbe un disastro: secondo l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, vorebbe dire rinunciare a un punto di pil e perdere 900 milioni di euro. E naturalmente bruciare migliaia di posti di lavoro. «Si arriverebbe – precisa Ghini – a circa 20 mila posti perduti, considerando l’indotto. Sarebbe paradossale, nel 2006 lo stabilimento di Taranto ha prodotto più di 10 milioni di tonnellate, dispone di impianti tuttora all’avanguardia, e dovremmo rinunciare a una risorsa del genere?»

«Tra pochi giorni – conclude il segretario ligure della Uil – le cose sapremo di più. Intanto noi stiamo lavorando per trovare una soluzione al problema dell’occupazione».

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