I fondamentali dell’economia confermano uno scenario di espansione economica sincronizzata nelle principali aree geografiche.

Negli Stati Uniti, nonostante una crescita del pil del I trimestre (+2,2% annuo) inferiore alle attese degli analisti e alla precedente stima (+2,9%), gli ultimi indicatori congiunturali continuano a fornire elementi di ottimismo: il comparto non agricolo ha, infatti, generato a maggio ben 223.000 nuove buste paga (più delle 190.000 previste dal consueto sondaggio Bloomberg ), senza tensioni sul fronte dei salari orari (con buona pace del rendimento del titolo governativo decennale statunitense, tornato in area 2,90%) e con un’ulteriore flessione del tasso di disoccupazione dal 3,9% al 3,8%, minimo dall’aprile 2000. Buoni anche i segnali provenienti dagli indicatori anticipatori ISM dei comparti manifatturiero e servizi. Dunque, per quanto controversa e, a tratti, esuberante e imprevedibile, la politica economica dell’amministrazione Trump pare confermare, dal lato sia del mercato del lavoro che della fiducia di imprese e consumatori statunitensi, le attese scaturite dalle promesse elettorali di due anni fa, pur mantenute le dovute riserve sul fronte della gestione futura del debito e considerato anche che gli Stati Uniti sono ormai entrati nella campagna per il rinnovo del Congresso (elezioni di medio termine) del prossimo 6/11.

In Eurozona, la congiuntura si presenta meno brillante, rispetto alle buone premesse dello scorso I trimestre, anche a causa del protrarsi delle più recenti incertezze politiche.

In Italia, infatti, dopo il non semplice confronto politico e istituzionale per la formazione del nuovo Governo presieduto da Giuseppe Conte, permangono le perplessità degli analisti (anche delle principali agenzie internazionali di rating) e degli investitori sulla sostenibilità, dal punto di vista dell’equilibrio dei conti pubblici e del rispetto dei vincoli di bilancio europei, delle misure di politica economica e finanziaria annunciate dalla coalizione di maggioranza “penta-leghista”, già al lavoro sui temi della “flat tax” (che probabilmente non partirà prima del 2019 per le imprese e del 2020 per le famiglie), del “reddito di cittadinanza da lavoro e da pensione”, dell’abolizione dei vitalizi e dei privilegi da super-pensioni, ma anche delle misure necessarie per scongiurare l’aumento delle aliquote Iva dal prossimo 1° gennaio, per effetto delle clausole automatiche europee di salvaguardia. In ogni caso, lo stress registrato dai nostri titoli di Stato e dal nostro mercato azionario la scorsa settimana è andato riducendosi subito dopo la pubblicazione della lista dei ministri: lo “spread” (differenziale di rendimento) tra titoli decennali governativi italiani (Btp) e tedeschi (Bund) è sceso dagli oltre 300 punti base del 29/05 ai 210-220 dell’ 1/6 e del 4/6, con il rendimento dei Btp a 10 anni calato dal 3,35% del 29/05 al 2,55%-2,60% dell’1/6 e del 4/6 (rendimento del bund a 10 anni sempre in area 0,35%-0,42%) ed anche il principale indice azionario della Borsa di Milano, il Ftse Mib (che nel solo mese di maggio ha perso quasi il 9% della capitalizzazione), è risalito di circa 1.000 punti dai minimi in area 21.250-21.300 del 29/05 a quota 22.350 – 22.400 dell’1/6 e del 4/6. Tuttavia, secondo gli analisti, la volatilità potrebbe ripresentarsi nelle prossime settimane, allorquando gli operatori (e gli speculatori) soppeseranno, di volta in volta, ogni dichiarazione dei leader delle due forze politiche di maggioranza (Movimento Cinque Stelle e Lega) sui vari temi di politica industriale e finanziaria (banche). Non a caso, nei giorni di presentazione del nuovo Governo per la fiducia al Senato (martedì 5) e alla Camera (mercoledì 6), alcune dichiarazioni riferite al comparto bancario italiano hanno fatto immediatamente risalire lo spread nuovamente sopra i 250 punti base.

In Spagna, dopo la caduta del Governo di centro-destra presieduto da Mariano Rajoy e l’immediato avvicendamento con un nuovo Governo presieduto dal 46nne leader socialista Pedro Sanchez, non pare del tutto scongiurato il rischio di un nuovo ritorno alle urne (con l’ascesa sempre più evidente del partito di destra populista “Ciudadanos”).

In un simile contesto non stupiscono il drastico calo dell’indice di fiducia “Sentix”, basato su un campione rappresentativo di 4.500 investitori privati e istituzionali dell’Eurozona e la più contenuta flessione dell’indice di fiducia di consumatori ed imprese calcolato dalla Commissione Europea. Deludenti anche l’indice anticipatore PMI servizi (in cui predominano quelli finanziari) di Italia e Spagna (53,4).

La nostra strategia di allocazione del portafoglio

Nonostante il recente ridimensionamento di alcuni indicatori, i fondamentali dell’economia confermano uno scenario di espansione economica sincronizzata nelle principali aree geografiche, fin tanto che permarrà l’attuale contesto di graduale rimozione da parte delle banche centrali delle rispettive politiche monetarie espansive: l’assenza di particolari tensioni sul fronte dell’inflazione al consumo statunitense consentirà alla banca centrale statunitense (la Fed) di procedere secondo il programma annunciato di quattro rialzi dei tassi ufficiali (da 25 punti base ciascuno) per il 2018 (uno è stato già attuato lo scorso 20-21 marzo e il prossimo, dall’attuale range di 1,50%-1,75%, avverrà, probabilmente, alla prossima riunione del 12-13 giugno), mentre la Bce ha espresso nuovamente cautela a seguito dei dati macro deludenti relativi a crescita e inflazione (al momento, la scadenza del Quantitative Easing BCE è fissata al 30/09).

In ogni caso, il focus dei mercati per le prossime settimane sarà sulle possibili interazioni tra i prezzi del petrolio e conseguenti livelli dell’inflazione attesa e tassi d’interesse a medio-lungo termine, nonché sugli ulteriori sviluppi di possibili nuove tensioni commerciali (conclusi con un nulla di fatto gli incontri della scorsa settimana tra gli emissari di Stati Uniti e Cina), geopolitiche (Medio Oriente) e politiche di alcuni Paesi Membri dell’Eurozona (Italia e Spagna).

Sul comparto azionario, rimaniamo costruttivi, grazie ad incoraggianti segnali tecnici, e lo riteniamo ancora preferibile, in termini relativi, a quello obbligazionario, pur evidenziando che la volatilità da sopportare nei prossimi mesi sarà più elevata rispetto a quella degli ultimi anni.

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