La settimana scorsa.

Sui mercati azionari internazionali si è continuato a registrare un cauto ritorno della propensione globale al rischio, con il valore “a pronti” dell’indice di volatilità implicita calcolato sul principale indice azionario internazionale, l’S&P500 di New York, sceso (di poco) anche sotto i 15 punti (quello “a termine” rimane, però, in area 16), con conseguente prosecuzione del recupero dei corsi azionari, supportati anche dall’ancora buona dinamica degli utili aziendali (Bloomberg riporta che, sulle 411 società quotate dell’S&P500 che hanno riportato, il 77,02% ha battuto le stime degli analisti). Positive le performance settimanali dei principali listini, con la sola eccezione delle aree emergenti, probabilmente, a causa di un dollaro in rafforzamento verso le principali divise internazionali, a cominciare dall’euro, sceso anche al di sotto di quota 1,19 in avvio della seconda settimana di maggio.

Sui mercati obbligazionari governativi, il decennale statunitense (Treasury) si è riportato leggermente al di sotto della soglia del 3%, mentre l’omologo tedesco (Bund) si è mantenuto in area 0,54-0,57%. Il rendimento del Btp decennale italiano è, invece, risalito di oltre 10 punti base da area 1,75% a oltre 1,85% e, conseguentemente, lo spread rispetto al bund da area 118-122 ad area 130-133 punti base, preso atto dell’esito decisamente deludente dei tre round di consultazioni (a oltre due mesi dalle ultime elezioni politiche) per la formazione del nuovo Governo, con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella costretto a proporre, tra le alternative istituzionali possibili, un “governo neutrale di tregua” da qui a fine anno/inizio 2019 – per mettere al sicuro i necessari provvedimenti economici e finanziari (di bilancio pubblico) e scongiurare l’innesco automatico delle clausole di garanzia europee ovvero dell’aumento dell’Iva (dall’1/1/2019), con evidenti rischi di contrazione dei consumi, nonché per porre in essere una legge elettorale più equilibrata prima di una nuova consultazione politica entro la primavera del 2019 – oppure il “ritorno al voto” in data da definire: la prospettiva di una data troppo ravvicinata (al momento, M5S e Lega chiedono che sia il 22 luglio) ha iniziato a innervosire non poco la Borsa di Milano e, soprattutto, il comparto dei titoli finanziari e, appunto, dei titoli di Stato domestici; altre forze politiche sembrerebbero più orientate a tornare al voto dopo l’approvazione della legge di bilancio ovvero non prima di ottobre, ma sul tavolo resterebbe sempre da sciogliere il nodo politico della necessaria riforma della legge elettorale, per evitare il ripetersi dell’attuale situazione di stallo.

In Usa, l’attesa riunione della Federal Reserve, la banca centrale , pur mantenendo i tassi di riferimento invariati, come da attese, nel range 1,50-1,75%, è parsa un po’ più “aggressiva” rispetto alla precedente riunione di fine marzo, evidenziando, nel consueto comunicato, un netto miglioramento delle prospettive dell’inflazione, avvicinatasi al target di politica monetaria del 2%. Gli analisti prevedono graduali rialzi dei tassi ufficiali: il prossimo appuntamento del 13 giugno, quando sono previste la conferenza stampa del nuovo presidente Jerome Hayden Powell e la pubblicazione delle nuove stime di crescita per il 2018 e 2019, potrebbe essere la data del prossimo rialzo da 25 punti base. Del resto, a parte il rallentamento del I trimestre, l’economia statunitense continua a macinare consumi e investimenti, registrando anche un miglioramento (rispetto alla prima stima) del tasso di crescita del pil del 2,3% nel I trimestre (con il dato di spesa personale a +0,4% praticamente raddoppiato rispetto al dato precedente) ed un tasso di disoccupazione ad aprile sceso al 3,9% (meglio del 4% atteso dagli analisti e registrato a marzo). Ciò nonostante, è parso più cauto l’indice anticipatore (sondaggio ISM) del comparto manifatturiero, a 57,3 punti dai precedenti 59,3 e contro una previsione a 58,5.

In Eurozona, il pil destagionalizzato è risultato in linea con le attese a +2,5%, ma in rallentamento rispetto al 2,7% precedente, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto invariato all’8,5%. Da segnalare il brusco rallentamento al 3,7% (dal 4,2%) dell’aggregato monetario M3, segno (evidente) che la crescita economica del Vecchio Continente avrebbe ancora bisogno di supporti di politica monetaria da parte della Bce.

In Italia, calo a sorpresa dell’inflazione allo 0,6% (da 0,9%), a cui fanno eco un pur lieve aumento del tasso generale di disoccupazione dal 10,9% all’11,0% (in miglioramento, invece, il dato della disoccupazione giovanile tra i soggetti di età compresa tra i 16 ed i 24 anni) ed una revisione in linea con le attese della crescita del pil a 1,4%.

La nostra strategia di allocazione del portafoglio

Riteniamo che i solidi fondamentali economici in tutte le principali aree geografiche possano continuare a supportare la crescita globale e, conseguentemente, i mercati azionari durante il 2018.

Sul comparto azionario, manteniamo, tuttavia, una “neutralità”, tenuto conto delle possibili ricorrenti incursioni della volatilità nel breve periodo.

Sul comparto obbligazionario, poiché i tassi d’interesse, ormai entrati nella fase da tempo annunciata dalle banche centrali di graduale normalizzazione delle rispettive politiche monetarie, tenderanno a salire, seppur con gradualità, suggeriamo un approccio cauto, basato su scadenze brevi, gestione flessibile della duration e rigorosa selezione qualitativa degli emittenti e dei settori.

Sul comparto valutario, restiamo ancora prudenti, tenuto anche conto dell’attuale situazione geo-politica (Siria/Medio Oriente) e delle più recenti tensioni sul fronte del commercio internazionale.

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