Le più recenti indagini campionarie hanno evidenziato, a livello aggregato, che l’economia mondiale gode di un favorevole momentum di crescita anche nei primi mesi del 2018.

Negli Stati Uniti, i dati nettamente superiori alle attese delle nuove buste paga create a febbraio dal comparto non agricolo (313.000 unità contro le 205.000 previste e le 239.000 di gennaio, con un incremento moderato dei salari medi orari, in linea con le previsioni e non ancora fonte di preoccupazione per eventuali rischi di pressioni inflazionistiche) e l’indicatore anticipatore ISM del comparto non manifatturiero (effettivo a 59,5 vs. 59 previsto e 59,9 precedente) hanno confermato il buon stato di salute dell’economia.

In Eurozona, l’analisi della  Banca Centrale Europea ha confermato i segnali positivi circa il recupero macroeconomico in atto, in un contesto di politica monetaria che si mantiene comunque ancora moderatamente espansiva, dati i livelli ancora insoddisfacenti dell’inflazione al consumo “core” ovvero depurata delle componenti stagionali e/o più volatili di energia e alimentari (ben distante dal target stabile prossimo al 2%).

In Cina, si registra in febbraio un’eccezionale crescita delle esportazioni (effettivo +44,5% vs. +11% previsto e +11,2% precedente), ma anche un’inattesa accelerazione dell’aggregato monetario ampio M2 (effettivo +8,8% vs. +8,7% previsto e +8,6% precedente); al contrario, rallentano le riserve valutarie, scese da 3.161,46 a 3.134,48 miliardi di dollari, ma anche i nuovi prestiti in yuan, in deciso calo da 2.900 a 839,3 miliardi.

I segnali positivi del report sull’occupazione statunitense di febbraio hanno riportato in alto, seppur con velocità e nervosismo decisamente inferiori a quelli riscontrati tra fine gennaio e inizio febbraio scorsi, a un nuovo rialzo del  rendimento del governativo decennale (U.S. Treasury) in area 2,90%; al contrario, più tranquilli i rendimenti del titolo governativo decennale tedesco (bund), in area 0,65-0,68%, e dell’omologo italiano (Btp) in area 2,00%, nonostante le incertezze e la temuta empasse per la formazione del prossimo Governo, dopo l’ultimo voto politico italiano.

Il buon andamento macroeconomico globale, in particolare, statunitense, e le indicazioni positive provenienti dalla stagione delle trimestrali societarie hanno guidato un’ulteriore compressione della volatilità implicita sui principali indici azionari internazionali: il Vix “a pronti” sul principale indice azionario statunitense è rientrato in area 15-16%, ma si segnala anche che il contratto “a termine” (sulla scadenza a 3 mesi) marca ora lo stesso valore percentuale (o di poco superiore), a riprova che i mercati sono, comunque, chiamati per i prossimi mesi a convivere con un contesto di volatilità di fondo decisamente più elevato di quello che si registrava nel 2017. Naturalmente, non si possono escludere nuovi exploit della volatilità nelle prossime settimane, soprattutto, in caso di eventuali sorprese maggiormente restrittive sul fronte delle politiche monetarie delle banche centrali (per esempio, della Fed) oppure di un’eventuale nuova fase di inasprimento delle guerre commerciali tra Stati Uniti e resto del mondo, a cominciare da Unione Europea e Cina (al momento, dagli ultimi dazi statunitensi annunciati dal Presidente Donald Trump contro le produzioni estere di acciaio sono stati esentati Canada, Messico e Australia).

In un contesto di diminuita volatilità, la maggior parte dei listini azionari dei Paesi sviluppati (così come rilevati dai principali indici benchmark redatti da Morgan Stanley) ha potuto riprendere la via del rialzo: area euro +3,02%; Ftse Mib Italia +3,79% aiutato da auto, Telecom, banche e utilities; Usa +3,48 %; emergenti +1,44%; unica eccezione il listino azionario giapponese, con il Nikkei che ha fatto -1,04%.

Sul fronte delle divise estere, ancora “laterale”, ovvero privo di significativa direzionalità, il cambio euro-dollaro, in area 1,23; il cambio usd/yen ha tentato di riportarsi sopra area 107, ma senza esito o forza convincenti; euro/franco svizzero tornato sopra 1,17 (in attesa della riunione della Banca Nazionale Svizzera che si terrà questa settimana); il cambio euro/sterlina inglese si è mantenuto di poco sopra 0,89.

Nel comparto materie prime, oro ancora in area 1.315-1.325 dollari/oncia e contratti futures (per consegna aprile) del greggio Wti statunitense e del Brent del Mar del Nord in area 61-62 e 65-66 dollari/barile, rispettivamente.

Che cosa guardiamo questa settimana

Dagli Usa, molto seguiti (per meglio comprendere i futuri orientamenti di politica monetaria della Fed, anche in occasione della sua prossima riunione del 20-21 marzo) saranno i dati sul tasso di inflazione dei prezzi al consumo di febbraio (consensus Bloomberg a +2,2% vs. +2,1% precedente) e sulle vendite al dettaglio, previste in ripresa, dopo la flessione congiunturale registrata a gennaio. Inoltre, saranno da monitorare con particolare attenzione, visti gli strappi al rialzo dei tassi d’interesse da inizio anno, alcune importanti aste di titoli del Tesoro.

Anche dall’Unione Europea sono attesi i dati sui prezzi al consumo di febbraio a livello sia aggregato che di singoli Paesi membri.

Dalla Cina, in arrivo i dati sulla produzione industriale di febbraio, prevista in rallentamento al 6,2% dal 6,6% di gennaio, e sulle vendite al dettaglio, anche in questo caso, attese in rallentamento al 9,8% dal 10,2% di gennaio.

Strategia d’investimento

I solidi fondamentali in tutte le principali aree geografiche possono continuare a supportare la crescita globale.

Sui mercati azionari, preferiamo rimanere “neutrali”, in quanto non possiamo escludere per le prossime settimane ulteriori episodi di volatilità. Dal punto di vista dell’analisi tecnica, al fine di una ripresa più duratura e affidabile dei principali indici azionari, occorrerebbe un nuovo test di tenuta dei minimi di inizio febbraio.

Sui mercati obbligazionari, considerato che i tassi d’interesse, ormai entrati in fase di normalizzazione, tenderanno ad aumentare, suggeriamo in generale scadenze molto brevi. La velocità dei rialzi dei rendimenti, di fatto, influenzerà anche il livello della volatilità sui mercati azionari, oltre che, naturalmente su quelli obbligazionari.

Sui mercati valutari, rimaniamo in generale prudenti e attendisti, a causa dell’aumentata complessità delle variabili, soprattutto, in ambito politico (sia statunitense che europeo) e geo-politico.

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