L’ospedale San Martino di Genova è il primo della Liguria per numero di parti, 1.523 nel corso del 2017, seguito dall’ospedale Gaslini (1.241) e dal Galliera (1.094). I dati emergono dal Programma Nazionale Esiti 2017, gestito dall’Agenas per conto del ministero della Salute, e diffuso sul portale www.doveecomemicuro.it.

«Le autorità ministeriali hanno stabilito alcuni punti fermi che consentano di valutare la bontà di una struttura − Elena Azzolini, medico specialista in Sanità Pubblica e membro del comitato scientifico di Doveecomemicuro − In base all’accordo Stato Regioni del 2010, i punti nascita devono eseguire almeno mille parti annui. I volumi di attività possono avere un rilevante impatto sull’efficacia degli interventi e sull’esito delle cure, come dimostrato dalle evidenze scientifiche. Altro elemento importante è la giusta proporzione di tagli cesarei, indice di adeguatezza delle cure. Il parto cesareo rispetto a quello naturale comporta maggiori rischi per la donna e per il bambino e dovrebbe essere effettuato solo in presenza di indicazioni specifiche. I valori massimi fissati dal ministero della Salute, al riguardo, sono il 25%, per i punti nascita che effettuano più di mille parti all’anno, e 15% per quelli che ne eseguono meno di mille».

In Liguria le strutture pubbliche o private accreditate che nella regione effettuano parti sono 11: oltre a San Martino, Gaslini e Galliera, a Genova anche il Villa Scassi e l’Evangelico di Voltri. Nel resto del territorio, il Polo del Tigullio a Lavagna, il Sant’Andrea alla Spezia, il San Paolo di Savona, il Santa Corona a Pietra Ligure, l’ospedale di Sanremo, l’ospedale di Imperia. Il 27% rispetta il valore di riferimento fissato a mille parti e non ci sono strutture che effettuano meno di 500 parti l’anno. L’ospedale Sant’Andrea della Spezia (914 parti) e l’ospedale San Paolo di Savona (809), che per pochi parti non raggiungono il valore di riferimento stabilito di mille parti l’anno, vantano però percentuali di tagli cesarei tra le più basse nella regione.

La fotografia nazionale

In base al Pne 2017, delle 461 strutture che eseguono parti, solo il 38% effettua almeno i mille parti annui richiesti: il 43% si trova al nord, il 22% al centro e il 34% al sud. Di quelli che raggiungono la quota minima stabilita, poi, solamente il 58% rispetta anche il valore di riferimento per quanto concerne la percentuale di tagli cesarei (che dev’essere inferiore-uguale al 25%): il 63% si trova al Nord, il 19% al Centro e il 18% al Sud. Del resto, l’Italia è tra i Paesi europei che ne eseguono di più, anche se negli ultimi anni la situazione è migliorata: i tagli cesarei primari sono passati dal 29% del 2010 al 24,5% del 2016, il che si traduce in 58.500 donne a cui è stato evitato l’intervento. D’altra parte, resta un notevole divario tra Nord e Sud, con le regioni meridionali che faticano maggiormente a rispettare i valori soglia fissati dalle autorità ministeriali. A fronte del dato medio nazionale del 24,5% si osserva, inoltre, una notevole variabilità intra e interregionale, con valori per struttura che vanno da un minimo del 6% a un massimo del 92%.

Ancora troppi i punti nascita sotto i 500 parti annui

Altro tasto dolente riguarda il numero di punti nascita che eseguono meno di 500 parti all’anno e che, in base all’accordo Stato-Regioni del 2010, dovrebbero essere già chiusi. Sebbene siano calati di numero (passando da 155 nel 2010 a 97 del 2016) sono ancora il 21% del totale (dal conteggio sono state escluse le strutture che effettuano meno di 10 parti annui): il 37% si trova al Nord, il 20% al Centro e il 43% al Sud.
Queste strutture eseguono appena il 5,7% dei parti e, in proporzione, effettuano un numero di tagli cesarei più elevato rispetto ai grandi centri: solo il 7% rispetta il valore di riferimento per quanto concerne le percentuali di interventi (che dovrebbe mantenersi inferiore-uguale al 15%): l’86% si trova al nord, il 14% al centro e lo 0% al sud.

«La valutazione rischi-benefici, in situazioni svantaggiate come queste, può giustificare un maggior numero di cesarei. Detto questo, l’ideale sarebbe accorpare i punti nascita che eseguono meno di 500 parti all’anno, offrendo servizi più ampi e maggiori garanzie alle donne che devono partorire − dice Luigi Frigerio, primario di Ostetricia e ginecologia e direttore del Dipartimento materno infantile pediatrico dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, struttura che oltre a eseguire un alto numero di parti annui vanta anche una bassa percentuale di tagli cesarei − Certamente vanno considerate alcune lodevoli eccezioni rappresentate da alcuni ospedali situati nelle valli o in montagna, con i quali la politica sanitaria deve inevitabilmente fare i conti».

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