Dopo l’ennesima settimana positiva per le trimestrali societarie statunitensi (nonostante qualche ombra sui risultati di Google ed Apple), sono attese quelle di Ryanair, Toyota, BNP Paribas, Rio Tinto e, in Italia, quelle delle principali banche italiane.

Negli Usa, mentre alla Fed si insedia il nuovo presidente Jerome Hayden (Jay) Powell, escono l’indice anticipatore ISM non manifatturiero; in Eurozona, i dati sulle vendite al dettaglio di gennaio e, in Cina, quelli delle esportazioni ed importazioni.

Si terranno mercoledì 7/2 la presentazione annuale al Parlamento Europeo del Presidente BCE Mario Draghi e giovedì 8/2 la riunione della Bank of England.

Che cosa abbiamo visto la scorsa settimana

Alla sua prima riunione dell’anno, ultima per la presidente uscente Janeth Yellen, la banca centrale statunitense, la Fed, in linea con le attese, ha lasciato invariati i tassi d’interesse all’1,50% e confermato che l’economia statunitense sarà in grado di assorbire nei prossimi mesi «aggiustamenti graduali della politica monetaria» ovvero un progressivo rialzo dei tassi d’interesse, comunque, mantenendo una traiettoria di crescita moderata, in presenza di un mercato del lavoro solido e un’inflazione in moderato  rialzo.

In effetti, i dati economici statunitensi pubblicati la scorsa settimana hanno confermato tali aspettative: la fiducia dei consumatori è ulteriormente cresciuta, l’indicatore anticipatore ISM manifatturiero ha rallentato meno del previsto e, soprattutto, il mercato del lavoro ha registrato a gennaio nel comparto non agricolo una crescita oltre le attese di ben 200.000 buste paga e dei salari orari medi. Un buon dato che, però, ha scatenato un vero e proprio “sell-off” ovvero massicce vendite sui mercati obbligazionari globali, sia governativi (tanto statunitensi quanto europei, in quest’ultimo caso, soprattutto, “core Europe” ovvero tedeschi, austriaci, olandesi, francesi e belgi) che societari (soprattutto, “investment grade” ovvero con rating “superiore alla tripla B”), a causa dei timori che un’accelerazione superiore al previsto della crescita economica e delle aspettative d’inflazione per i prossimi mesi possa irrigidire oltre le politiche monetarie delle banche centrali dei Paesi sviluppati (Fed, Bce, Bank of Japan, Bank of England, Banca Nazionale Svizzera). Non a caso, immediatamente dopo l’uscita dei dati del mercato del lavoro statunitense, le probabilità di un prossimo aumento dei tassi ufficiali alla prossima riunione Fed del 14-15 marzo sono salite ben al di sopra dell’80% (a questo punto, gli operatori si aspettano dalla Fed per il 2018 tre rialzi dei tassi ufficiali da 25 punti base ciascuno, presumibilmente, uno a metà marzo, uno a metà giugno o fine luglio e un altro ancora a fine ottobre o metà dicembre). I rendimenti dei titoli governativi decennali sono, così, decollati sopra il 2,80% per il Treasury statunitense, lo 0,70% per il bund tedesco e l’1% per l’Oat francese; più tranquillo, invece, il Btp decennale italiano, con il rendimento di poco sopra il 2% e lo spread rispetto all’omologo tedesco sceso addirittura sotto i 130 punti base, grazie soprattutto all’aumentato rendimento del bund e nonostante le incertezze sul fronte politico interno italiano per l’esito dell’importante appuntamento elettorale del 4/3 p.v.).

Lo spostamento così repentino verso l’alto dei tassi a medio-lungo termine sui mercati dei Paesi sviluppati ha inevitabilmente prodotto un aumento dell’avversione al rischio ovvero della volatilità sui principali indici azionari internazionali (in poco meno di due settimane, quella implicita dell’S&P500 è balzata dal 10% al 38,8% della disastrosa seduta di lunedì 5 febbraio, un valore mai toccato dal 2011). Così, i tre più importanti indici azionari di Wall Street – peraltro provenienti da una straordinaria serie di massimi storici consecutivi – non sono riusciti a evitare la peggiore performance settimanale degli ultimi due anni ed una prima correzione (attesa da settimane) del 5% dai massimi assoluti di fine gennaio, a cui ha fatto seguito la drammatica seduta di lunedì 5/2 (la peggiore dal 2011), con un ribasso del 4,60% per l’indice Dow Jones, del 4,10% per l’S&P500 e del 3,78% per l’indice Nasdaq del comparto tecnologico e non finanziario. Sorti analoghe sono, poi, toccate il giorno successivo a ruota ai principali indici azionari asiatici (Hong Kong -5,12%, Shangai -3,35%, Nikkei -4,76%), latino americani e, naturalmente, europei (italiano incluso, con il Ftse Mib di Milano che ha aperto a -3,60%).

Tornando ai dati economici, meno brillanti rispetto a quelli statunitensi, ma in linea con uno scenario atteso di consolidamento della crescita economica, quelli usciti in Eurozona: l’indice di fiducia di consumatori e imprese della Commissione Europea è sceso in modo imprevisto (effettivo a 114,7 vs. 116,2 atteso e 115,3 precedente), probabilmente, risentendo di un certo nervosismo (soprattutto, tra le imprese orientate all’export) per il recente ulteriore apprezzamento dell’euro verso le principali divise estere (a cominciare dal dollaro statunitense); anche il tasso d’inflazione al consumo di gennaio è sceso all’1,3% dall’1,4% di dicembre; stabile, invece, ma ancora elevata in termini assoluti, la disoccupazione all’8,7%.

Sui mercati delle materie prime, in avvio di settimana (lunedì 5/2), in lieve rialzo i prezzi dell’oro in area 1.335-1.345 $/oncia e in tenuta o lieve calo quelli del greggio, con il contratto WTI statunitense in area 63-64 $/barile e il Brent del Mar del Nord in area 66-67 $/barile (da notare l’ulteriore restringimento del differenziale di prezzo tra i due contratti, ora al di sotto dei 3 $ dai 6 $ medi di gran parte del 2017).

Sui mercati valutari, nonostante l’aumentata avversione al rischio sui mercati finanziari globali, l’euro si conferma, almeno per il momento, ancora forte verso il dollaro statunitense in area 1,235-1,25 (più volte superata la scorsa settimana), complici anche i buoni Pmi europei usciti lunedì 5/2; il dollaro statunitense è debole (sotto quota 110) anche nei confronti dello yen giapponese. Infine, per i followers delle criptovalute, ennesimo avvio pesante di settimana per il Bitcoin, sceso al di sotto degli 8.000 dollari.

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