Il quadro della situazione è allarmante. Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme, Centro di ricerche di mercato, servizi per chi opera nel mondo delle costruzioni e dell’edilizia, sciorina i numeri che gli amministratori e i politici liguri dovrebbero stamparsi e appendere nei loro uffici: pur essendoci un trend di popolazione mondiale in aumento, con centri urbani destinati a crescere, parte dell’Italia, Liguria compresa, sta invece tornando indietro.

Lo studio è presentato al convegno “Le Città del futuro: Liguria un laboratorio di idee“, seconda tappa del percorso di avvicinamento all’ottavo congresso nazionale degli architetti italiani che si terrà a Roma dal 5 al 7 luglio prossimi.

Dal 2014 la Liguria ha cominciato a perdere popolazione, tra il 2013 e il 2016 ha perso 26.632 abitanti. Lo scenario previsionale al 2036, se il trend non si dovesse modificare porterebbe a una perdita di popolazione di 184.000 abitanti: è come se Imperia (42.328 abitanti), Savona (62.219 abitanti), La Spezia (93.569 abitanti) sparissero. Tornerebbe alla popolazione del 1911.

Genova, nel confronto con le città capoluogo è quella all’ultimo posto della classifica, ha perso 14.582 abitanti. Anche la provincia sta andando in crisi. Al contrario poli come Milano e Roma guidano le classifiche per incremento di popolazione, con +27 mila e +10 mila.

La demografia della Liguria evidenzia uno scenario di flessione della popolazione in età compresa tra 0-14 anni: negli ultimi 10 anni i giovani hanno segnato 1.344 unità in più ma nei prossimi 20 anni ne mancheranno poco meno di 34 mila, passando dai 178 mila di oggi ai 143 mila del 2036 (-19%). Mentre i giovani caleranno, gli anziani cresceranno: oggi gli abitanti con oltre 64 anni sono 444 mila, 19 mila in più del 2006; nel 2036 saranno 489 mila, il 10,2% in più di oggi. Nel 2036 la popolazione con oltre 64 anni sarà il 65,4% di quella in età lavorativa, nel 2006 era il 43,8%.

Neanche gli stranieri restano in Liguria: c’è chi diventa cittadino italiano, ma soprattutto anche chi decide di tornare al proprio Paese.

Il sindaco Marco Bucci ha evidenziato come, per attrarre persone, occorra una buona qualità della vita e soprattutto lavoro. Al momento la Liguria sta crecendo meno rispetto al resto d’Italia, trovare lavoro è complicato, anche perché spesso le aziende non trovano quello che cercano.

Il Pil della Liguria nel 2016 è quantificato in 48,7 miliardi a valore corrente (il 2,9% del totale italiano), confermando gli stessi livelli di un anno prima. Dopo la crescita del 2014, ha fatto seguito un biennio di crescita zero per la produzione regionale, in un contesto di consumi delle famiglie in ripresa. Il Pil regionale è diminuito dello 0,1% nel 2015, contro una crescita dello 1,0% a livello nazionale; nel 2016 è diminuito dello 0,4% contro una crescita nazionale dello 0,9%. Nel 2017 le attese sono comunque di una dinamica meno positiva di quella nazionale. A frenare l’economia sono stati gli scarsi investimenti e la spesa pubblica.

«Fuori dall’Italia – spiega Bellicini – è in atto una competizione che consentirà di affrontare in modo sensato la sfida dell’incremento della popolazione: alcune città sono al lavoro per lo sviluppo della mobilità, per ridurre la produzione di Co2, per la digitalizzazione dei processi, tutto nell’ottica di una migliore qualità della vita.

In italia si parla di crisi delle città, altrove invece di processo di urbanizzazione, di ritorno alle città.

«Tutto si giocherà sulla capacità di attrarre i giovani – dice Bellicini – Oslo tra il 2004 e il 2014 è cresciuta del 25%, Stoccolma del 20%, Londra del 18%, Copenhagen 16%. Cresceranno ancora di più. Alcune non cresceranno, anzi le previsioni di mancata crescita sono anche sottostimate. L’area mediterranea è in crisi a causa della crisi economica: Madrid, Atene, Barcellona… esiste un problema di competitività».

In Italia – è quanto emerge dal dibattito – manca ancora una visione strategica sulle città, mentre permane, invece, la logica dei finanziamenti estemporanei, come quelli sulle periferie che sono stati – e sono – erogati a pioggia ai Comuni senza prevedere investimenti che generino plusvalore e, soprattutto, senza una strategia che metta al centro le persone. Ripensare le città in una prospettiva di lungo periodo significa migliorare l’habitat, cambiare sistema di trasporti, creare ambienti dove si vive bene, contenere il consumo di suolo e quello energetico. Significa avere città compatte, sane vivibili. Per gli architetti il riferimento alle politiche urbane sembra essere assente dai programmi della politica e dalla campagna elettorale segnando così, ancora una volta, una distanza tra le città del nostro Paese e quelle dei più avanzati Paesi europei e del mondo dove sono in atto importanti trasformazioni che riguardano la vita quotidiana delle comunità ed un significativo rinnovamento culturale, economico, sociale e ambientale.

L’esempio di Amburgo, Londra, Lubiana, Parigi

Bellicini porta l’esempio di quattro città diverse, ma che stanno cambiando per essere ancora più attrattive e a misura d’uomo.

Amburgo non può espandersi per questioni geografiche, per questo ha reinventato porto e waterfront, diventando una città inclusiva ed ecologica. Il Comune gestisce direttamente gli investimenti, che per l’80% arrivano da capitale privato. L’ente richiede che i concorsi vengano fatti almeno con tre architetti, la prassi è una gara per ogni palazzo. Per rimediare all’inondazione che colpisce la città ogni 10 anni e per rispondere all’innalzamento delle acque a causa del cambiamento climatico: due livelli, uno solo pedonale (che fa da cuscinetto) e uno superiore a un’altezza di 7,5 metri.

Londra: grazie alle opportunità studio e lavoro che offre, oggi conta 9 milioni di abitanti, il punto più alto della propria storia, nel 2050 avrà una crescita di altri tre milioni. “Bigger and better”, il London infrastructure plan al 2050 prevede investimenti per un totale di 1.324 miliardi di sterline (!): potenziare la rete dei trasporti, digitalizzare i servizi, avere come obiettivo il consumo di poca Co2, investire in fonti energetiche rinnovabili, gestire meglio l’acqua piovana, ragionare secondo la green economy, aprire 600 tra nuove scuole e college. Il programma ha anche una filosofia di maggiore trasparenza: garantire l’accesso agli open data, garantire la banda larga alle pmi, garantire l’accesso ai servizi. Una città così moderna sta risolvendo solo in questi anni il grande problema della rete fognaria risalente all’età vittoriana, che mette la città a rischio allagamento a ogni precipitazione: un collettore del diametro di 7 metri che mette al riparo dal rischio idrogeologico.

Parigi: il progetto di modernizzazione Grand Paris prevede la realizzazione di un sistema metropolitano senza guidatore per 205 km, portando lo standard del centro nell’area metropolitana. 72 le nuove stazioni, distanti al massimo 2 km da ogni quartiere periferico, che, negli obiettivi del progetto, dovrebbe tornare a essere più vivibile e attivo.

Lubiana: è rimasta fedele al piano regolatore di 100 anni fa. Il centro, chiuso al traffico, è particolarmente vivibile, l’obiettivo è ampliare la qualità della vita anche alle periferie.

 

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