La congiuntura globale resta sostenuta: negli Usa, il consueto rapporto mensile sullo stato di salute dei principali distretti economici federali (“Beige Book”) evidenzia come le prospettive per il 2018 “rimangono ottimistiche”; in Cina, la stima preliminare del PIL IV trimestre ha segnato un +6,8% contro il +6,7% atteso ed il +6,8% del III trimestre; in Eurozona, il dato “generale” (“headline”) dei prezzi al consumo di dicembre ha visto una crescita dell’1,4%, mentre quello “di fondo” (“core”) ossia depurato delle più volatili componenti stagionali (alimentari ed energia) è rimasto invariato allo 0,9% (distante dal target di politica monetaria Bce del 2%).

Tornando agli Stati Uniti, il focus politico e finanziario, in un contesto di fondo già da diversi mesi decisamente animato (Russiagate, ecc.), è stato certamente sul mancato accordo al Senato (entro lo scorso venerdì 19 gennaio) per il finanziamento delle spese del governo, con conseguente “shutdown” (temporaneo) delle attività (“non strategiche o essenziali”) di gestione del debito federale. L’ultimo shutdown risale al 2013, sotto la presidenza Obama, e durò 13 giorni, costando non oltre lo 0,3% del PIL del IV trimestre. Stavolta, pare sia bastato un solo week end di braccio di ferro tra repubblicani e democratici, per far passare nel tardo lunedì 22 una prima bozza di accordo con la rimozione del blocco alla spesa federale per 17 giorni ovvero fino al 9 febbraio, in attesa che siano meglio definiti entro breve i dettagli operativi in una discussione tra le due avverse parti politiche che potrebbe nuovamente accendersi nei prossimi giorni sui temi-chiave dell’immigrazione (“dreamers”) e dei servizi sanitari.

Sempre sul fronte politico, stavolta europeo, in Germania, il congresso straordinario dei Socialisti (Spd) ha approvato la proposta della Cancelliera uscente Angela Merkel (ormai prossima al suo quarto mandato di fila di premier) di un nuovo Governo di “Grande Coalizione” con i Cristiano-Democratici (Cdu); nonostante non sia stata una decisione facile per i socialisti (e, soprattutto, per i loro più giovani sostenitori, guidati dal ventottenne Kevin Kühnert) e i dubbi di alcuni analisti sulla tenuta di tale nuova “Große Koalition”, si tratta di uno sviluppo positivo per il rafforzamento dell’Unione europea nel suo complesso, nonché per la divisa unica verso le principali divise internazionali (a cominciare dal dollaro statunitense, verso cui l’euro si è nuovamente spinto sopra area 1,225 con obiettivo 1,23) e per i mercati azionari dell’Eurozona (Dax di Francoforte al nuovo massimo storico sopra area 13.500; Ftse Mib di Milano poco sopra 24.000 e a un soffio dai massimi di metà ottobre 2009; Eurostoxx50 di poco sotto il massimo di un anno), con la conseguente nuova fase di compressione della volatilità implicita dei principali indici azionari e di graduale aumento dei tassi d’interesse sui titoli governativi “core” (quello del bund decennale tedesco è salito in area 0,55%-0,58% e quello del Btp decennale italiano in leggero calo all’1,90%, con lo spread verso l’omologo tedesco sotto 140 punti base, a poco meno di 40 giorni dalle elezioni politiche italiane).

Anche oltreoceano, i tre principali indici azionari di Wall Street volano instancabili agli ennesimi massimi storici (Dow Jones sopra 26.200 punti, S&P500 sopra 2.830 e Nasdaq sopra 7.400) in un contesto operativo, in parte, euforico e, in parte, riconducibile al buon andamento degli annunci in corso delle trimestrali societarie: secondo Bloomberg, delle 53 società dell’S&P 500 che hanno già pubblicato i risultati del IV trimestre 2017, l’85% ha battuto le attese sui fatturati e l’87% quelle sugli utili). Sul fronte obbligazionario, invece, le quotazioni del Treasury decennale tendono a calare, seppur gradualmente, con il rendimento del benchmark che ha registrato il suo nuovo massimo degli ultimi 12 mesi al 2,672%, nel timore, espresso da alcuni analisti, che nei prossimi mesi la banca centrale statunitense, la Fed, possa rivelarsi più aggressiva nella politica monetaria, al fine di prevenire eventuali “distorsioni” derivanti dalla riforma fiscale recentemente approvata dall’amministrazione Trump.

Sui mercati internazionali del greggio, i prezzi del WTI statunitense e del Brent londinese non si sono allontanati dai massimi delle ultime due settimane (rispettivamente, a 64,89 e 70,37 dollari/barile), sostenuti dalle dichiarazioni dei leader di Arabia Saudita e Russia, orientati ad estendere oltre al 2018 gli sforzi congiunti per controllare eventuali  eccessi di offerta (ritenuti dagli analisti probabili, soprattutto, da parte dei produttori statunitensi di “shale oil” …); nell’arco delle prossime settimane, potrebbe iniziare a crescere l’attenzione degli investitori sull’evoluzione dei corsi delle materie prime energetiche (e non solo, visto che anche quelle industriali negli ultimi mesi hanno segnato rialzi non trascurabili, per esempio, per i produttori di auto …), al fine di valutarne gli eventuali effetti potenzialmente negativi su crescita, inflazione e mercati finanziari (in tal senso, il rischio di eventuali impennate dei prezzi sul comparto energetico è, però, di fatto, mitigato proprio dall’aumento atteso della produzione di “shale oil” statunitense).

Che cosa guardiamo questa settimana

Molto attese le riunioni delle banche centrali giapponese (22-23 gennaio) ed europea (giovedì 25/1), che dovrebbero enfatizzare i recenti segnali di miglioramento economico, al fine anche di preparare gli operatori ad una graduale normalizzazione delle rispettive politiche monetarie. In particolare, dalla riunione Bce di questa settimana gli operatori non si attendono annunci di rilievo, preferendo puntare sulla successiva dell’8/3 (dopo il voto politico italiano del 4/3).

A Davos (Svizzera) dal 23 al 26 gennaio il World Economic Forum, durante il quale il Fondo Monetario Internazionale pubblicherà un aggiornamento del suo periodico World Economic Outlook.

Dopo l’indice di fiducia Zew tedesco, uscito a 20,4 decisamente oltre le attese di 17,8 e verso 17,4 precedente, saranno comunicati, per Eurozona e Cina, gli indici anticipatori pmi e, per gli Usa, gli indicatori anticipatori, la seconda lettura del PIL del IV trimestre e gli ordini mensili di beni durevoli.

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