I principali dati macro-economici hanno confermato il buon momento della congiuntura globale: negli Usa, lo scorso mese di dicembre, l’inflazione di fondo (“core”) è salita all’1,8% dall’1,7% di novembre e le vendite al dettaglio (ex-auto) dello 0,4%; in Eurozona, lo scorso novembre, la produzione industriale ha accelerato dal 3,1% al 3,2%; in Cina, l’inflazione a dicembre è rimasta contenuta all’1,8% dall’1,7% di novembre e contro l’1,9% previsto.

In Germania, a ormai circa quattro mesi dall’ultimo voto politico, la più concreta prospettiva di un’intesa per un governo di (“quasi grande”) coalizione tra la Cdu (cristiano-democratici) dell’attuale cancelliera tedesca Angela Merkel e la Spd (socialisti) di Martin Schulz (che, in ogni caso, sottoporrà nuovamente a un referendum interno tra tutti gli iscritti alla Spd i punti di un articolato e vincolante programma di governo, anticipato in una bozza di circa 30 pagine) ha, di fatto, rafforzato la credibilità dell’intero progetto dell’Unione Europea e offerto grande forza alla divisa unica nei confronti delle principali divise internazionali, a cominciare dal dollaro statunitense, verso il quale l’euro ha sfiorato in avvio di settimana quota 1,23 (massimo a 1,2299).

A loro volta, anche i verbali dell’ultima riunione di dicembre della Banca centrale europea hanno dato ulteriore spinta all’euro: preso atto delle migliorate condizioni e prospettive economiche del vecchio continente, insieme a una riduzione del rischio politico percepito, alcuni analisti ritengono che alla prossima riunione del 25 gennaio, la Bce possa rivedere ulteriormente, in chiave un po’ meno accomodante e anche attraverso alcuni affinamenti tecnico-procedurali, le attuali misure di politica monetaria espansiva (quantitative easing), caratterizzata da acquisti di obbligazioni governative e societarie “investment grade” a media e lunga scadenza per 30 miliardi di euro al mese fino al 30 settembre 2018. La successiva riunione Bce sarà l’8 marzo ovvero quattro giorni dopo le prossime elezioni politiche italiane.

Oltreoceano, le prossime riunioni della banca centrale statunitense, la Fed, sono calendarizzate per il 30-31 gennaio (ultima per la presidente uscente Janeth Yellen) e 20-21 marzo; al momento, però, a Wall Street gli operatori sono prevalentemente concentrati, oltre che sui dati economici, sulla stagione delle trimestrali ovvero degli utili e dei fatturati dell’ultimo trimestre 2017, con la comunicazione degli outlook per il 2018: l’agenzia Bloomberg rileva che sulle 26 società dell’indice azionario S&P 500 che hanno già pubblicato i risultati, l’81% ha battuto le attese in termini di fatturato e il 77% in termini di utili.

I buoni dati economici (mercato del lavoro, produzione industriale, ecc.) negli Stati Uniti e in Europa e in Asia (Cina e Giappone), insieme a qualche timido segnale di miglioramento sul fronte delle aspettative d’inflazione (tenuto conto anche dei nuovi massimi delle quotazioni sui mercati del greggio – raggiunte quota 70 dollari/ barile sul contratto Wti statunitense e 76 dollari/barile sul londinese Brent – e di altre materie prime industriali) hanno guidato il sensibile ribasso a livello globale del comparto obbligazionario, soprattutto, governativo a media e lunga scadenza (in particolare, “investment grade”): il Treasury statunitense a 10 anni si è avvicinato alla soglia del 2,6% e l’omologo tedesco, il bund, alla soglia dello 0,60% (il nostro Btp, sempre sulla scadenza a 10 anni, ha oscillato intorno al 2%, segnando, però, un massimo intra-day a inizio settimana sopra il 2,10%, pur beneficiando di uno spread stabile o addirittura in miglioramento, nonostante l’avvicinarsi della scadenza elettorale del 4/3, fino a 140 punti base rispetto al bund tedesco).

Che cosa guardiamo questa settimana

Dagli Usa, arrivano i dati della produzione industriale di dicembre, previsti a +0,4% mensile dal precedente +0,2%, il rapporto mensile della Fed (“Beige Book” ) sull’andamento economico dei principali distretti manifatturieri e dei servizi, nonché la stima preliminare di gennaio dell’indice di fiducia dei consumatori redatto dall’Università del Michigan (previsto 97,0 dal precedente 95,9). Da monitorare, inoltre, la scadenza del 19 gennaio che l’amministrazione e il congresso si erano dati per il raggiungimento di un accordo di proroga sul tetto del debito pubblico, in un contesto mediatico nuovamente piuttosto vivace e controverso per l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Al riguardo, voce decisamente fuori dal coro di ottimismo (quasi euforico) delle ultime settimane, il premio Nobel Joseph Stiglitz ha osservato come uno dei principali “rischi politici” del 2018 possa provenire proprio dagli Stati Uniti e che il prevalere di un clima di incertezza potrebbe penalizzare la dinamica futura dell’economia globale.

Sempre negli Usa, attesi i risultati societari delle global big banks, come Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs e Morgan Stanley.

Dalla Cina, saranno pubblicate la prima stima del Pil del IV trimestre (previsto a +6,7% dal +6,8% del precedente trimestre), le vendite al dettaglio di dicembre (previsto +10,2% invariato rispetto a novembre), la produzione industriale (previsto +6,1% invariato) e gli investimenti (previsto +7,1% dal +7,2% del mese precedente).

Posizionamento di portafoglio (Asset allocation)

Pur non escludendo nel breve o brevissimo periodo, date le elevate valutazioni raggiunte, una correzione degli indici azionari, gli esperti continuano a favorire una diversificata esposizione azionaria, nel medio termine, soprattutto, in termini relativi rispetto alle obbligazioni, con un moderato sovrappeso sui mercati azionari europei.

Pur non osservando ancora, nel breve periodo, particolari dinamiche o pressioni inflazionistiche che possano modificare sensibilmente le aspettative sui futuri tassi d’interesse, gli esperti prediligono un approccio difensivo per il comparto obbligazionario, con un sottopeso sulle medio-lunghe scadenze per i comparti obbligazionari governativi statunitense ed europei. Sempre con approccio cauto di duration, restano neutrali sulle obbligazioni societarie in Eurozona, con una preferenza per il comparto del credito.

Restano ancora sotto-pesati sul dollaro statunitense e altre divise contro euro.

In generale, per entrambi i comparti azionario e obbligazionario, si preferiscono strategie e stili di gestione maggiormente flessibili, dinamici e reattivi a eventuali improvvisi cambiamenti di scenario di breve periodo e conseguenti repentine risalite della volatilità.

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