Come atteso dagli analisti, l’ultima riunione dell’anno della Banca Centrale Europea conferma i tassi di riferimento a 0% (il principale), 0,25% (quello di rifinanziamento marginale) e a -0,40% (quello di deposito della liquidità non impiegata dalle banche Eurozona presso l’istituto centrale).

Non ancora brillante l’outlook sull’inflazione, prevista ancora distante dal target della Bce al 2% fino al 2020. Confermate anche le indicazioni della precedente riunione di fine ottobre su scadenza “almeno fino al” 30/09/2018 e intensità degli acquisti mensili previsti dal “Quantitative Easing” da 30 (e non più 60) miliardi di euro di obbligazioni governative e societarie a media e lunga scadenza, a partire da gennaio 2018. Riviste al rialzo le stime di crescita economica dell’Eurozona al 2,3% per il 2018 e al 2,1% per il 2019. Sopra le attese i dati della produzione industriale di novembre e la stima flash del Markit Pmi compositi (indici di aspettativa dei comparti manifatturiero e servizi) di dicembre, mentre è parso meno tonico del previsto l’indice di aspettativa economica tedesco Zew e l’indice Ifo della fiducia delle imprese tedesche.

L’ultima, particolarmente attesa, riunione dell’anno della Banca Centrale Statunitense (la Fed) conferma le attese degli analisti di un rialzo di 25 punti base (0,25%) del tasso di riferimento, ora all’1,50%, e di una revisione al rialzo delle proiezioni di crescita economica al 2,5% per il 2018 (dal +2,1% precedentemente stimato) e per il 2019 al nuovo range +1,9/+2,3% (dal precedente +1,7%/2,1%), nonché quelle sul tasso di disoccupazione dal 4% al 3,7%, decretando, di fatto, la “piena occupazione” in un contesto di “crescita sostenuta”, compatibile, secondo gli analisti, con tre (e per alcuni anche quattro …) rialzi graduali dei tassi ufficiali nel 2018. La Fed, tuttavia, ha rimarcato anche che, nonostante una moderata crescita dei salari, l’inflazione corrente e attesa restano ancora deboli e che occorrerà un paio d’anni prima che si stabilizzino intorno al target della Fed del 2%. Al riguardo, il tasso d’inflazione generale (“headline”) al consumo di novembre è cresciuto al 2,2% annuo (rispetto al 2,0% di ottobre), ma il dato “core” ovvero depurato dalle sue più volatili componenti stagionali (energia e alimentari) delude gli analisti con un +1,7% annuo effettivo vs. +1,8% atteso e precedente di ottobre.

Con l’arrivo di “Jay” Powell alla presidenza Fed dal prossimo febbraio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha piazzato una delle prime tessere nel mosaico del nuovo potere politico, economico e finanziario che la Casa Bianca, da ormai oltre un anno, sta cercando di costruire, non senza difficoltà e ostacoli da parte del Congresso. Trump ha ora l’occasione unica per poter designare, nel suo primo anno di presidenza degli Stati Uniti, ben 5 membri (oltre allo stesso Powell) sui 7 del Consiglio Fed (in cui il mandato di ognuno è previsto durare ben 14 anni, proprio per garantire l’indipendenza decisionale dall’influenza politica dei vari Presidenti). Tenuto, quindi, conto che, alla fine, ci sarà un solo membro su sette non nominato dal presidente Trump, gli analisti ritengono che non vi sia nulla di nuovo oggi nell’aumento dei tassi e nelle nuove stime di crescita, disoccupazione e inflazione della Fed, mentre quello che veramente conterà nelle prossime settimane saranno le designazioni dei futuri suoi membri e le possibili ripercussioni sulla futura politica monetaria.

In Cina, in linea con le attese le vendite al dettaglio (+10,3% effettivo), gli investimenti (+7,2%) e la produzione industriale (+6,1%); la Banca Centrale Cinese (Popular Bank of China) ha ritoccato al rialzo (5 punti base) i tassi sulle operazioni di mercato aperto, sempre al fine di scongiurare l’eccesso di leva finanziaria  tuttora presente sui mercati del credito (alcuni analisti, da mesi, parlano di “bolla speculativa pronta a deflagrare”).

Le scarse pressioni inflazionistiche, il buon momentum di crescita delle economie avanzate e l’approccio di politica monetaria ancora paziente delle banche centrali continuano a mantenere molto basse le pressioni sui tassi d’interesse dei titoli governativi decennali (U.S. Treasury sotto il 2,40%, bund tedesco allo 0,30%), nonché la volatilità implicita sui principali indici azionari statunitensi (VIX sull’ S&P500 ai minimi storici in area 9,30%), che sono sempre in prossimità dei massimi storici più volte aggiornati nelle ultime settimane.

Che cosa guardiamo questa settimana

Negli Stati Uniti, attenzione agli sviluppi del dibattito, previsto ormai alle battute finali, sulla riforma fiscale e i conseguenti tagli di tasse (soprattutto, a favore delle imprese) da tempo promessi da Trump: dopo che si è arrivati, la scorsa settimana, alla definizione di un primo accordo formale tra i Repubblicani, sono previste entro Natale (22/12?), le votazioni sia alla Camera che al Senato. A livello di dati macro-economici, si attendono l’indicatore di tendenza (Conference Board) della Fed, gli ordini di beni durevoli (preliminare di novembre), la terza e ultima revisione del Pil III trimestre, la spesa personale e le vendite di case esistenti.

In Eurozona, da seguire le elezioni generali in Catalogna il 21/12.

In Cina, si tiene tra il 18 e il 20 dicembre la Central Economic Work Conference, dalla quale, probabilmente, emergerà l’orientamento delle autorità di politica economica per il prossimo anno.

In Giappone – in analogia con quanto già espresso dalla Bce e dalla Banca Centrale Svizzera (Snb), per la quale, visto il target d’inflazione ben lungi dall’essere raggiunto, i tempi per una normalizzazione della politica monetaria sono ancora prematuri – la banca centrale dovrebbe mantenere i tassi invariati, in forza di un regime di politica monetaria ancora ultra-espansivo.

Sul fronte delle materie prime, i trader specializzati attendono dettagli sull’estensione del guasto subito dal Forties Pipeline System, un sistema di condotti nel Mare del Nord che funge da infrastruttura per il trasporto di circa il 30% del petrolio inglese.

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