È certamente la settimana delle banche centrali: mercoledì 13 si riunisce la Fed;giovedì 14 si riuniscono la Bank of England, la Banque Nationale de Suisse e la Bce (previsto dagli analisti il taglio, a suo tempo annunciato dal presidente Mario Draghi, il cui mandato terminerà nella primavera del 2019, degli acquisti mensili di titoli governativi e societari a medio-lungo termine – cosiddetto “Quantitative Easing” – da 60 a 30 miliardi di euro da gennaio 2018, con ulteriori graduali riduzioni nel 2018, fino al termine del programma al momento previsto per il 30/09/2018).

Gli economisti interpellati da Bloomberg Economics ritengono che, a seguito di una accelerazione della crescita globale ritenuta abbastanza robusta da poter generare in futuro pressioni inflazionistiche, le principali banche centrali mondiali porranno in essere la più ampia manovra di restringimento monetario da oltre dieci anni, con una riduzione complessiva degli stimoli monetari (acquisti netti di attività finanziarie ) da 126 a 18 miliardi nel corso del 2018, cifra che diventerà negativa nella prima metà del 2019.

Che cosa  abbiamo visto la scorsa settimana

Sul fronte dei dati economici, dopo la seconda rilevazione del PIL III trimestre al 3,2% tendenziale annuo, rivisto al rialzo dal 3,0% della precedente stima flash, vigoroso anche il dato sulle nuove buste paga create a novembre dal comparto non agricolo: 228.000 unità, contro un consensus degli analisti di 195.000 e con il tasso di disoccupazione fermo al 4,1% e prossimo alla “piena occupazione”; secondo diversi analisti, questi dati, insieme a un livello moderatamente crescente dei salari medi orari e alle più recenti misure di riduzione della pressione fiscale a favore delle imprese (a seguito della riforma fiscale, in corso di definizione, recentemente approvata dal Congresso e fortemente voluta dal presidente Donald Trump), dovrebbero spostare verso l’alto le aspettative d’inflazione a medio termine, con conseguente restringimento delle politiche monetarie della banca centrale statunitense. La Fed mercoledì 13 annuncerà l’ampiamente atteso aumento dei tassi ufficiali da 25 punti base a 1,50% (per il 2018 previsti almeno due, se non tre, ulteriori aumenti dei tassi ufficiali da 25 punti base ciascuno). In questo contesto, il rendimento del titolo governativo statunitense a 2 anni è salito all’1,80%, mentre quello a 10 anni fatica a superare la resistenza del 2,40%, con un differenziale rispetto al titolo a 2 anni che non pare coerente con i robusti dati economici (fiducia dei consumatori sempre sui massimi storici).

Il cambio del dollaro statunitense ha registrato qualche timido recupero sia contro euro (che dal precedente picco settimanale in area 1,193-1,195 si è, poi, riportato di poco sotto area 1,18) che contro yen giapponese (di nuovo superata area 113), in parte derivante dalle nuove tensioni geo-politiche nella già delicata area Medio-Orientale, scatenate dall’annuncio del presidente Trump di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme (riconoscendo quest’ultima, di fatto, come la nuova capitale del Paese). La decisione di Trump è andata ad aumentare le tensioni persistenti con la Corea del Nord (fonte di qualche nervosismo sulle piazze azionarie di Tokyo e Shangai).

In Eurozona, rivisti al rialzo (da Eurostat) i dati tendenziali annui del PIL III trimestre al 2,6% dal 2,5% di fine II trimestre, con qualche primo segnale di rientro delle discrepanze di performances tra i vari Paesi Membri: la Germania si conferma “locomotiva” della crescita di Eurolandia, con un 2,8% di crescita tendenziale annua del PIL III trimestre; la Francia si colloca ad un +2,2%; la Spagna brilla ancora con un +3,1%; l’Italia (dati Istat) si risveglia con un +1,7%, grazie ai comparti industria e servizi e nonostante l’invarianza del comparto agricolo e con il contributo positivo sia della componente “esterna” (esportazioni al netto delle importazioni) – nonostante il forte apprezzamento registrato dall’euro verso le principali divise estere da inizio maggio scorso – che di quella “interna” (consumi delle famiglie e investimenti delle imprese, in particolare, di impianti, macchinari e mezzi di trasporto).

Sui titoli governativi dell’Eurozona, i livelli ancora modesti dell’inflazione attesa a medio termine (dovuti al rafforzamento dell’euro negli ultimi mesi ed al livello ancora presente di “eccesso di capacità” o “output gap”, come ben evidenziato dagli ancora elevati tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, e dagli ancora bassi livelli di sotto-occupazione) comprimono i tassi d’interesse del bund tedesco a 10 anni allo 0,30% e dell’omologo Btp italiano all’1,65% (con lo spread da diversi giorni sotto i 140 punti base e ancora ben distante dal dibattito in corso per le elezioni politiche di marzo/aprile 2018).

Buoni anche i dati cinesi, con l’ulteriore stabilizzazione delle riserve valutarie, una crescita a novembre delle esportazioni del 12,3% e delle importazioni del 17,7% ed un rimbalzo a sorpresa del 9,1% del tasso di crescita della base monetaria M2, anche a seguito di una crescita più sostenuta delle attese dei nuovi prestiti in yuan (più volte, le autorità cinesi di politica economica e monetaria hanno acceso i fari sui rischi di bolla di tale ultimo fenomeno); cala, invece, il tasso di crescita dei prezzi al consumo di novembre da +1,9% a +1,7%.

In ulteriore crescita le borse statunitensi (con gli ennesimi nuovi massimi storici dei tre principali indici azionari e l’indice di volatilità implicita sull’S&P500 di nuovo ai minimi assoluti sotto quota 10) ed europee, (sostenute dal recupero dei comparti bancari ed energetici-petroliferi); dopo la decisione all’ultima riunione Opec della scorsa settimana di estendere gli attuali tagli alla produzione giornaliera di barili dalla precedente scadenza di marzo 2018 a tutto il 2018, i prezzi del greggio WTI e Brent, a parte un breve stop dovuto a scorte settimanali di prodotti raffinati superiori alle attese (anche a causa delle maggiori esportazioni di shale-oil statunitense), sono tornati a salire, con il secondo che ha violato la resistenza dei 65 dollari al barile, massimo da giugno 2015.

 

 

 

 

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here