Attesi in settimana dati macro da Usa, Germania, Giappone e Cina. Su questo si focalizza l’attenzione degli operatori della Banca Cesare Ponti.

Dagli Stati Uniti sono attesi i dati sulle vendite al dettaglio di ottobre (previste in fisiologico assestamento, dopo il balzo di settembre) e quelli sulla produzione industriale (prevista a +0,5% mensile dal +0,3% del mese precedente), nonché l’indicatore di tendenza del Conference Board di ottobre, previsto in recupero (+0,5% mensile), dopo la flessione (-0,2%) di settembre.

In Eurozona e in Germania, l’indice ZEW di novembre (per la Germania previsto 19,5 dal precedente 17,6).

In Giappone, il pil del III trimestre, previsto in leggero rallentamento rispetto  al periodo aprile/giugno (consensus 0,6%; precedente 0,4%).

In Cina, le vendite al dettaglio (previsione + 10,4% da precedente +10,45%) e sulla produzione industriale (previsto +6,3% da precedente +6,6%) di ottobre.

La scorsa settimana

Negli Stati Uniti, rallenta a sorpresa l’indice di fiducia dei consumatori redatto dall’Università del Michigan, che, in ogni caso, pur volatile, si mantiene ancora al di sopra del minimo di ottobre 2016, inducendo pertanto a mantenere un certo ottimismo sull’evoluzione delle abitudini dei consumatori americani.

In Eurozona, i dati sulle vendite al dettaglio di ottobre sono usciti decisamente meglio delle attese (effettivo +3,7% annuo da +2,8% previsto e +2,3% del mese precedente).

In Cina, in rialzo per il nono mese consecutivo le riserve valutarie (effettivo a 3.109,2 miliardi di dollari, da 3.110 previsti e 3.108,5 precedente); in linea con le attese, ma in rallentamento in ottobre le esportazioni (effettivo +6,9% da +7,1% previsto e +8,0% di settembre) e le importazioni (effettivo +17,2% da +17,0% previsto e +18,6% di settembre); accelera, invece, l’inflazione al consumo di ottobre con un +1,9% annuo (contro il +1,8% atteso e il +1,6% di settembre).

Terminata la stagione delle trimestrali statunitensi, su ben 457 società dell’S&P500 il 76,81% (fonte Bloomberg) ha battuto le attese sugli utili (il 90% per il comparto tecnologico).

Dopo la breve fiammata delle passate sedute, rispettivamente, verso area 2,40% e 0,48%, scendono nuovamente i rendimenti dei titoli governativi decennali statunitense e tedesco, rispettivamente, in area 2,30% e 0,32-0,33%. Nel vivo del dibattito politico successivo al voto regionale siciliano e con le prime conseguenti analisi interne ai principali partiti e movimenti politici in vista delle prossime elezioni politiche di primavera 2018, il rendimento del titolo governativo decennale italiano riesce a scendere ancora in area 1,80%, migliorando lo spread verso l’omologo tedesco a 145 punti base.

I più recenti dati sull’inflazione al consumo, soprattutto, in Europa e le attese ancora contenute per l’inflazione a medio termine, sia in Europa che negli Stati Uniti e in Giappone, mantengono i rendimenti dei titoli governativi e societari, sia a breve che a medio e lungo termine, su livelli scarsamente appetibili, senza poi trascurare il rischio di prezzo/duration, in caso di accelerazioni dell’inflazione a seguito di un eventuale più deciso aumento dei salari medi e in presenza di un calo dei tassi di sotto-occupazione: uno scenario che, evidentemente, i mercati però ritengono ancora oggi poco probabile, anche perché il solo aumento del prezzo del greggio appare non sufficiente a elevare le aspettative dell’inflazione a medio termine, in quanto non sufficientemente affidabile ovvero dipendente, non solamente dalle previsioni della domanda globale di materie prime energetiche, ma anche e soprattutto da decisioni di ordine geo-politico (Opec).

Peraltro, dopo avere toccato i nuovi massimi dall’estate 2015 verso area 64 e 58 dollari al barile, rispettivamente, le quotazioni del greggio WTI statunitense e del Brent londinese sono entrambe scese negli ultimi giorni in area 60/61 e 55, per le prese di profitto, nonostante permanga viva l’attesa alla riunione Opec del 30 novembre di una proroga oltre marzo 2018 dei tagli alla produzione giornaliera di barili.

Inevitabili, così, le vendite globali delle azioni dei comparti petrolifero e materie prime, a cui si sono aggiunte – ancora insistenti, ormai da alcune settimane, soprattutto, in Europea e in Italia – quelle sul comparto bancario, nella sempre più nervosa attesa che meglio e più chiaramente siano definite entro fine anno dalle autorità di vigilanza bancaria unica europea le nuove regole di gestione a partire dal 1° gennaio 2018 dei futuri nuovi crediti deteriorati (non perfoming loans o npl); in merito, resta sempre aperto il dibattito tra autorità di vigilanza, settore bancario e governi nazionali, con il Parlamento europeo che rivendic la sua competenza legislativa in una materia sicuramente complessa e delicata, non solo per il settore bancario diretto interessato, ma anche per l’intera economia europea, a maggior ragione, nell’attuale fase di ripresa appena iniziata e da rafforzare il prossimo anno.

Il nervosismo dei principali indici azionari internazionali, nel contesto di una possibile fase di correzione tecnica (da tempo allertata) dai massimi storici delle ultime due settimane, è anche testimoniato da un sensibile incremento della volatilità implicita (Vix S&P 500 verso area 13-14% dal 10% o poco sopra della scorsa settimana); i valori medi della volatilità azionaria globale potrebbero così risalire, per poi stabilizzarsi su livelli più coerenti con le medie di lungo periodo, senza compromettere l’attuale trend positivo di medio termine sui mercati azionari globali, visti anche i rendimenti insoddisfacenti delle principali categorie obbligazionarie e gli ancora buoni dividendi attesi per il prossimo anno.

Sui mercati valutari, lo stallo perdurante al Congresso statunitense della riforma fiscale da tempo annunciata dal presidente Trump penalizza il dollaro sia contro yen (nuovamente verso area 112 da 114 di due settimane fa) che contro euro (tornato verso area 1,185). Sull’onda dei negoziati Brexit si indebolisce nuovamente la sterlina inglese (con l’euro di nuovo verso quota 0,90). Da notare anche il rafforzamento dell’euro verso 1,17 contro il franco svizzero.

 

 

 

 

 

 

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