Attesa tra gli operatori  per il nuovo presidente della Federal Reserve. Gli Stati Uniti tornano protagonisti, con l’atteso annuncio del presidente Usa Donald Trump del nome del successore di Janeth Yellen alla presidenza della Fed, la banca centrale statunitense; tra i candidati più quotati l’economista di Stanford John Taylor e Jerome Hayden Powell, membro dal 2012 del Board of Governors della banca centrale e, in passato, esponente di spicco di alcuni importanti fondi globali di private equity.

Sempre negli Usa, molto seguita la riunione Fed di inizio novembre, da cui gli operatori attendono tassi di riferimento invariati; sarà, inoltre, rilasciato l’indice anticipatore Ism del comparto manifatturiero di ottobre (atteso in fisiologico ritracciamento, dopo il valore eccezionalmente elevato di 60,8 toccato a settembre); infine, probabilmente, l’appuntamento più importante dell’agenda macro-economica della settimana, venerdì 3/11, la pubblicazione del report sull’occupazione ovvero i nuovi posti di lavoro creati in ottobre dal comparto non agricolo: gli analisti prevedono un vigoroso rimbalzo (consensus Bloomberg: 312.0000 unità), dopo la contrazione (33.000 unità) rilevata a settembre e principalmente attribuita agli effetti (ritenuti temporanei) degli uragani estivi.

Riguardo alle trimestrali societarie, in uscita i risultati di Apple, Tesla, Sony, Facebook, Alibaba , Credit Suisse, HSBC e Société Générale.

Che cosa abbiamo visto la scorsa settimana

Nella sua attesissima riunione dello scorso 26/10 la Banca Centrale Europea ha annunciato la riduzione dal 1° gennaio 2018 da 60 a 30 miliardi di euro degli acquisti mensili di titoli governativi e societari a media e lunga scadenza (rating minimo “investment grade), ma anche l’estensione temporale di tali acquisti di ben 9 mesi ovvero fino al 30 settembre 2018. Con un approccio decisamente “flessibile” per le sue future politiche di rientro (“tapering”) dall’attuale fase di espansione monetaria “non convenzionale” (Quantitative Easing), la Bce si è riservata la facoltà di proseguire il Q.E. residuale anche oltre la scadenza del 30/09/2018: difatti, i reinvestimenti delle cedole e dei nominali in scadenza potranno estendersi fino al 2019, arrivando, così, a produrre effetti fino al 2020. Invariati i tre tassi di riferimento ovvero il tasso base a 0%, quello di rifinanziamento marginale a 0,25% e quello dei depositi delle banche presso l’istituto centrale a -0,40%.

Diversi sono i fattori che hanno influito su tali decisioni:

l’eccessivo rafforzamento del cambio dell’euro, avvenuto, in particolare, tra maggio a settembre nei confronti delle principali divise internazionali (a cominciare dal dollaro statunitense, verso il quale la divisa unica era decollata da 1,085 a 1,209);

il ciclo di ripresa in atto per l’economia dell’Eurozona, che, però, deve anche confrontarsi con un andamento ancora non convincente del mercato del lavoro, non solo a causa di un tasso di disoccupazione mediamente elevato, ma anche di un livello eccessivo del tasso di sotto-occupazione (18%), a riprova della fragilità del ciclo di ripresa in corso (negli Usa, per esempio, con un tasso di disoccupazione ormai prossimo al 4% ovvero alla piena occupazione, il tasso di sotto-occupazione non va oltre il 9%);

escludendo l’andamento più volatile e stagionale dei prezzi dei comparti energia ed alimentari, il tasso d’inflazione (“core”) al consumo (di poco superiore all’1% in media per l’intera Eurozona) rimane ben distante dal target di medio termine della banca centrale (2%);

la necessità di mantenere ancora bassi i tassi d’interesse sui titoli governativi, per meglio assecondare il ciclo in atto di ripresa dell’economia europea, insieme al contestuale rientro graduale dai debiti sovrani (in particolare, nei Paesi periferici dell’Eurozona).

Nel complesso, l’annuncio della Bce, in linea per ammontare e tempistiche con quanto atteso dagli analisti, è stato interpretato dai mercati come un segno di continuità della politica monetaria ancora complessivamente ultra-espansiva. Di conseguenza, la loro reazione non poteva che essere estremamente positiva su tutti i fronti: il cambio euro/dollaro statunitense ha, in due sole sedute, rotto al ribasso area 1,16 (con un minimo tra giovedì e venerdì in area 1,158-1,159 che non si registrava dalla scorsa metà estate e successivamente solo parzialmente negato in area 1,165 nell’ultima seduta di ottobre); le borse europee sono andate subito a caccia di nuovi massimi assoluti (Dax di Francoforte ben sopra i 13.200 punti) o di periodo (Ftse Mib a 22.899); i titoli governativi e, soprattutto, societari (in particolare, dei paesi membri periferici dell’Eurozona) sono andati in rally (con il rendimento del Btp decennale appoggiatosi poca sopra l’1,80% e lo spread rispetto all’omologo tedesco sceso al di sotto dei 150 punti base) … insomma, uno scenario a dir poco idilliaco, se non quasi euforico, corroborato, per altro, dal flusso di trimestrali societarie ancora decisamente positive da Oltreoceano (in particolare, dal super-tech-trio Amazon, Microsoft e Google): sulle 273 società dell’S&P500 che hanno già riportato, secondo i dati Bloomberg, il 78% ha battuto le attese sugli utili (nel comparto della tecnologia, si sale addirittura al 92% … non dimentichiamo, però, che alcuni analisti nei giorni passati avevano anche evidenziato che gli obiettivi da superare in questo III trimestre erano assai meno ambiziosi di quelli fissati nei passati trimestri e, dunque, non difficili da superare …). Immancabili, così, nuovi massimi assoluti per i tre principali indici azionari statunitensi (Dow Jones a 23.485 punti, S&P500 a 2.583, Nasdaq a 6.727), in un contesto di volatilità implicita persistentemente su minimi storici, probabilmente, non sostenibili nel medio termine.

Guardando ai dati economici: in Europa, l’indice di fiducia economica della Commissione Europea ha toccato, ad ottobre, i massimi da giugno 2007; negli Usa, robusta la crescita del Pil del III trimestre del 3% annuo (stima “flash” ben oltre le attese degli analisti a +2,6%, ma anche oggetto di inevitabili revisioni nelle prossime settimane), supportata anche da una buona dinamica dei consumi (+2,4% effettivo vs. +2,1% atteso).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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