Negli Stati Uniti, le seguitissime indagini campionarie nazionali (Ism) di settembre hanno offerto segnali complessivamente molto positivi, con un’ulteriore accelerazione oltre le attese per entrambi i comparti manifatturiero e servizi e, in agosto, sono andati bene anche gli ordini di fabbrica (effettivo +1,2%; consensus Bloomberg +1,0%; precedente -3,3%) e quelli di beni durevoli (+2% definitivo dal provvisorio di +1,7%).

Al contrario, meno entusiasmante il report sull’occupazione del comparto non agricolo: se, da un lato, il calo del tasso di disoccupazione dal 4,4% di agosto al 4,2% di settembre e la crescita del 2,9% annuo del salario medio orario forniscono elementi di cauto ottimismo, dall’altro, il dato più squisitamente “market mover” dei nuovi posti di lavoro ha evidenziato una contrazione di ben 33 mila unità, anziché l’aumento di 95 mila unità previsto dagli analisti, prevalentemente, a causa delle devastazioni, con conseguenti chiusure di attività economiche, provocate dai tre violenti uragani sull’East Coast; tuttavia, supportati anche da un report similare redatto dalla società d’indagine Adp per il solo settore privato e uscito più in linea con le attese degli analisti, riteniamo “temporanei” tali effetti statistici.

Anche i principali indicatori economici pubblicati per le altre aree geografiche confermano i recenti segnali di ripresa a livello globale: oltre le attese degli analisti, la crescita del 7,8% annuo (consensus 4,7%; dato precedente rivisto al rialzo dal 5% al 5,4%) degli ordini di fabbrica tedeschi, come pure quella degli indici manifatturieri giapponesi (rapporto Tankan).

Permangono dunque elevati la propensione a investire sui cosiddetti “risky assets” (azioni, materie prime, obbligazioni societarie speculative o “high yield”, obbligazioni governative e societarie delle aree emergenti) e l’ottimismo sui mercati finanziari globali, come anche evidenziato dagli ennesimi massimi storici per tutti e tre i principali indici azionari statunitensi (Dow Jones, S&P500 e Nasdaq) e, conseguentemente, decisamente compressa sui minimi storici la volatilità implicita dei principali indici azionari (S&P500 Vix a quota 10,03%). Inevitabile, tenuto conto delle migliorate condizioni economiche e della conseguente prospettiva di un rialzo dei tassi di riferimento della Fed da 25 punti base entro la fine dell’anno e di ulteriori tre rialzi (sempre da 25 punti base ciascuno) attesi per il 2018, la prosecuzione del trend (iniziato lo scorso 7 settembre) di graduale aumento del tasso di rendimento del titolo governativo decennale statunitense fino al 2,36% di venerdì scorso.

Sui mercati valutari, sono, però, tornati a indebolirsi la sterlina inglese (con l’euro rivisto sopra quota 0,89) e, seppur in misura più graduale, il dollaro statunitense (con l’euro rimbalzato al test di area 1,18). Il cambio del dollaro statunitense verso le principali divise internazionali rimane un vigilato speciale per gli investitori, particolarmente attenti all’esito del dibattito politico in corso al Congresso statunitense per la tanto sofferta approvazione, a oggi non pervenuta, della più volte considerata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump come la “riforma delle riforme” ovvero della “riforma fiscale”: un taglio eccessivo delle tasse a famiglie e imprese potrebbe avere effetti negativi certi sul bilancio e sul debito federali superiori ai benefici – possibili, ma non scontati – sul fronte della maggiore crescita economica. Il dibattito politico e sociale, ma anche economico e finanziario è acceso e anche negli Stati Uniti (e non solamente nel Vecchio Continente), vi sono (soprattutto, tra i Repubblicani “doc”)  i cultori ortodossi irriducibili del pareggio di bilancio a tutti i costi.

Rimanendo sempre sulla “variabile politica”, ma passando dagli Stati Uniti all’Unione Europea, resta alta l’attenzione degli investitori sugli ulteriori sviluppi dopo l’esito del referendum indipendentista della Catalogna, senza dubbio, regione trainante del Pil spagnolo, ma anche probabilmente impreparata a gestire l’enorme responsabilità economica e sociale di un’eventuale decisione del suo presidente Carles Puigdemont di dichiarare unilateralmente l’indipendenza, prima dell’ulteriore necessario confronto politico interno, reclamato a gran voce da più parti e dalle stesse istituzioni europee che, pur con un certo ritardo, hanno preso maggiore coscienza della rilevanza del tema.

In Italia, invece, proseguono, su percorsi necessariamente separati, il dibattito politico per la legge di Stabilità 2018 e quello per la legge elettorale, con il relativo testo “misto proporzionale e maggioritario” approdato alla richiesta di fiducia da parte del governo. Al momento, il rendimento del nostro Btp decennale gira intorno al 2,20%, con lo spread rispetto all’omologo tedesco in area 175 punti base.

Che cosa guardiamo questa settimana

Negli Usa, oltre all’avvio della stagione delle trimestrali societarie con le banche subito sotto i riflettori (JPMorgan, Citigroup, Bank of America, Wells Fargo), sono attesi i verbali dell’ultima riunione Fomc (il braccio operativo di politica monetaria della banca centrale statunitense la Fed) del 20 settembre, nonché i dati di settembre su vendite al dettaglio e tasso d’inflazione (prevista un’accelerazione da +1,9% a +2,3%).

Dalla Cina, sono attesi i dati sull’interscambio con l’estero (prevista un’ulteriore accelerazione rispetto ai dati di agosto, in cui le importazioni sono cresciute del 13,5% e le esportazioni del 5,6%), sul tasso di crescita annuo dei prezzi al consumo (attualmente pari all’1,8%) e sull’aggregato monetario ampio M2 (dopo diversi mesi di discesa, dovrebbe essersi assestato sul +8,9% di agosto, dal +14% del gennaio 2016), nonché quello sui nuovi prestiti, attesi ancora in crescita a settembre rispetto ai 1.090 miliardi di yuan segnati ad agosto.

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