Nelle ultime settimane si sono registrati un lieve rallentamento della crescita economica globale e i primi segnali di orientamento maggiormente restrittivo delle banche centrali statunitense (Fed), cinese (Pboc) ed europea (Bce).

Eurozona: sale ancora l’indice ZEW delle aspettative di crescita economica, con l’insolita eccezione del dato tedesco, in calo oltre le previsioni, probabilmente, su attese meno brillanti per l’export, a seguito del rallentamento della domanda globale e del più recente rafforzamento dell’euro verso dollaro e altre divise.

Cina: mediamente in linea con le attese i dati di produzione industriale e vendite al dettaglio, in deciso calo, a causa del tentativo delle autorità di politica economica e monetaria di raffreddare i mercati del credito, la crescita della base monetaria M2, spesso, utilizzata come indicatore dell’attività economica futura.

Stati Uniti: al di sotto delle attese i dati di maggio dell’inflazione – con l’indice generale (“headline”) a +1,9% anno su anno (contro attese per un +2,0% e dal +2,2% di aprile) e quello depurato dalle più volatili componenti energia e alimentari (“core”) a +1,7% a/a (contro attese per un +1,9% e dal +1,9% di aprile) – e delle vendite al dettaglio, scese dello 0,3% rispetto ad aprile (contro attese per una valore nullo ed il +0,4% di aprile).

Gli esperti di Banca Cesare Ponti ritengono che il recente rallentamento della crescita congiunturale globale, associato ad un flusso di dati inferiori alle attese che potrebbe protrarsi anche nei mesi estivi, sia solo temporaneo e che gli Stati Uniti saranno tra le aree che evidenzieranno per prime segnali di ripresa, facendo da volano per le altre aree, in un contesto economico-finanziario che permane favorevole, anche in quelle ad elevato tasso di sviluppo, dove il riavvio del processo di accumulo di riserve ne riduce la vulnerabilità ai futuri rialzi annunciati dalla Fed.

Nella sua riunione del 14/06 la Fed, in linea con le attese, ha proseguito il suo percorso di “graduale normalizzazione” (“graduale aumento dei tassi ufficiali”) di politica monetaria, alzando i tassi di riferimento di 25 punti base (dal range 0,75%-1,00% di marzo al range 1,00%-1,25%), valutato anche “temporaneo”  il rallentamento dell’inflazione (ridotte le stime per il 2017 a +1,6% da +1,9% previsto a marzo e lasciate invariate a +2,0% quelle per il 2018 ed il 2019). Dopo avere alzato le previsioni di crescita del PIL statunitense per il 2017 al 2,2% (dal 2,1% previsto a marzo), lasciato invariate quelle per il 2018 a +2,1% e per il 2019 a +1,9%, e rivisto in meglio quelle sul tasso di disoccupazione per il 2017 al 4,3% e al 4,2% per il 2018 ed il 2019 (dal 4,5% previsto a marzo), la Fed ha confermato le attese di un aumento dei tassi ufficiali di 25 bps (al range 1,25%-1,50%) entro la fine dell’anno e ulteriori tre aumenti (sempre da 25 bps ciascuno) nel 2018 (fino al range 2,00%-2,25%) e nel 2019 (fino al range 2,75%-3,00%).

La Fed ha, poi, svelato, almeno in linea generale, il suo piano di “exit strategy” (“tapering”) ossia di riduzione dei circa 4.500 miliardi di dollari di assets in bilancio (2.500 sono titoli del Tesoro statunitense e circa 1.800 titoli garantiti da mutui e municipalità), mediante una riduzione graduale dei rinnovi e degli acquisti a partire da 10 miliardi di dollari al mese (di cui 6 di titoli del Tesoro e 4 di titoli delle agenzie) e via via intensificando tale riduzione di 10 miliardi di dollari ogni tre mesi, fino ad arrivare ad un ritmo regolare di riduzione di 50 miliardi di dollari al mese (di cui 30 di titoli del Tesoro e 20 di titoli delle agenzie). La Fed non ha, però, annunciato la data di avvio di tale manovra (gli analisti ritengono più probabile verso fine anno, quando i tassi ufficiali sono previsti all’1,5% ovvero metà del livello del 3% ritenuto “neutrale” dalla Fed), mentre, riguardo all’obiettivo finale di bilancio, si è limitata a dichiarare che la manovra proseguirà fino a quando l’ammontare dei titoli in bilancio non risulterà “nettamente inferiore rispetto agli attuali livelli”.

Questa settimana

Negli Usa, l’indicatore di tendenza del Conference Board (22/6) è atteso fornire i primi segnali di ri-accelerazione congiunturale; previsti anche gli ordini di  beni durevoli e diversi interventi pubblici di membri della Fed, dai quali si cercheranno indicazioni sulla data di avvio e sulle dimensioni/target del citato “tapering”.

In Germania, il seguitissimo sondaggio IFO (26/6) è previsto fornire ulteriori segnali di moderazione nella traiettoria di ripresa economica dell’economia tedesca.

L’asset allocation degli esperti della Banca Cesare Ponti

Nel medio termine, il contesto economico e finanziario globale di moderata crescita economica, bassi tassi d’interesse, inflazione benigna e bassa volatilità rimane favorevole alle classi di attivo rischiose (azionario, materie prime, obbligazionario “high yield” ed “emergente”), per il cui inserimento in portafoglio suggeriamo “piani programmati e periodici di accumulo”.

Tuttavia, nel breve termine e, in particolare, per i mesi estivi (maggio/settembre), gli esperti preferiscono mantenere un approccio complessivamente più tattico e prudente, non escludendo un ritorno della volatilità, con implicazioni ribassiste, repentine e di una certa entità, per gli strumenti d’investimento più rischiosi, come le azioni (anche europee) e le obbligazioni societarie “high yield” e del debito emergente, anche a seguito di un eventuale evento inatteso (per esempio, un inasprimento del dossier sulle vicende “Trump-Russia-gate”).

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