Un Pd logorato dalle controversie a livello nazionale, da decenni di amministrazione locale e dalle vicissitudini della giunta Doria, una Lega Nord che, per quanto salviniana, non fa più paura, almeno a una parte non trascurabile dell’elettorato. E un M5S probabilmente penalizzato dall’amministrazione Raggi, dalle vicende locali e dalla imprevedibilità di Beppe Grillo e del suo stato maggiore. Sono questi i motivi che possono spiegare i risultati usciti questa notte dalle urne genovesi.

Primo risulta il candidato del centrodestra Marco Bucci con 87.022 voti e il 38,80 % dell’elettorato. I partiti che lo sostengono hanno totalizzato il 36,34%. Spiccano l’affermazione della Lega Nord con il 12,95% e anche di FdI con l’8,08% e il modesto 8,08% di Forza Italia, che ormai si avvicina ai partiti dalle dimensioni minori. Il Carroccio si è affermato in misura abbastanza uniforme nei diversi Municipi, con punte massime nei Municipi Ponente (15%), Medio Ponente (14%) e Genova Ovest (14,16%), e minime nel Centro-Est (10,67%). Guarda caso, i Municipi dove sono più sentiti i problemi indicati dalla Lega, quelli relativi alla sicurezza, al decoro urbano e all’immigrazione. Buona l’affermazione della lista civica, pur improvvisata per sostenere Bucci a queste elezioni, “Vince Genova”, con il 9,75% .

Gianni Crivello ha ottenuto il 33,9% dei voti, poco più del totale delle liste di centrosinistra che lo hanno sostenuto, 33,67%. Il Pd ha totalizzato il 19,83% ma per valutare la performance del partito occorrerà un’analisi dei possibili travasi da una lista all’altra all’interno della coalizione: in particolare bisognerebbe capire quanti dei 20.236 voti (9,46%) raccolti dalla lista “Crivello sindaco” siano in realtà voti del Pd momentanemente traslocati in una casa vicina. Il totale delle liste impegnate a supporto di Crivello deve avvicinarsi molto al potenziale del Pd, anche perché la sinistra radicale ha trovato espressione in “Chiamami Genova” (4,88%), lista di Paolo Putti (4,87%). Gianni Crivello era stato candidato anche per aggregare le forze a sinistra del Pd. L’aggregazione non è riuscita, Possibile e Rete a Sinistra non sono entrate nella coalizione ma Pd e forze vicine hanno sfiorato il 34%.

Luca Pirondini (18,07%) e M5S hanno subito un flop (17,47%), nonostante, rispetto a cinque anni fa, abbia incrementato la percentuale (la lista era al 14,08%), ma ha compiuto un passo indietro rispetto alle regionali, in cui a Genova aveva raccolto ben il 27,62%. Non è un mistero che in tanti si aspettavano numeri più alti, confortati anche da alcuni sondaggi. Le cause possono essere la tormentata vicenda che ha portato Pirondini a diventare candidato sindaco con l’estromissione decisa da Grillo della Cassimatis, uscita vincente dalle “comunarie” interne, le cattive notizie che da mesi arrivano da Roma, dove il sindaco grillino Virginia Raggi non sta offrendo un modello allettante di amministrazione, e le giravolte e le bizzarrie dell’M5S a livello nazionale ed europeo. Difficile capire quanto questi fattori incidano su un elettorato che finora è sembrato incline a votare il “brand” Cinque Stelle a prescindere dalle prestazioni del partito e dal prestigio dei suoi quadri dirigenti. Anche la buona affermazione di Lega Nord e FdI potrebbe avere sottratto voti ai pentastellati. Comunque il risultato è di certo molto inferiore alle attese dell’M5S.

Secondo il segretario del Pd genovese, Alessandro Terrile, la sgradevole novità del secondo posto del centrosinistra a Genova ha diverse cause, tra le quali non mancano fattori nazionali. «Il fatto di esserer indietro – dice Terrile – è senza dubbio deludente, e credo sia il segno di un clima politico che va oltre oltre Genova. Prendiamo Cairo Montenotte, dove ha vinto il centrodestra, prendiamo La Spezia, dove andiamo al ballottaggio con il 25% e il Pd al 15,%, c’è un po’ di sofferenza nel Pd ed è un dato su cui bisogna riflettere. Certo ci sono fattori locali, come il tema del rapporto tra il Pd e questa amministrazione che dovrà essere analizzato meglio, ma c’è il fatto che costruire un centrosinistra è stata un’operazione difficile, e se mentre lo si costruisce qualcuno cerca di disfarlo – e sia chiaro che non penso a nessun nome in particolare – a livello sia locale sia nazionale, tutto diventa più difficile. E quando un partito costruisce alleanze su più tavoli poi rischia di pagare un prezzo per poca coerenza, poca chiarezza. Anche su questo, sulla politica delle alleanze, credo che prima o poi un punto globale a livello nazionale bisognerà farlo. Quando si lascia a ogni territorio la facoltà di vedere un po’ cosa si può fare, si rischia di pagare un prezzo, soprattutto nelle grandi città». Per quanto riguarda l’esito del ballottaggio, secondo Terrile «del crollo dei Cinque Stelle si è avvantaggiato soprattutto Bucci, ora bisogna capire se Bucci ha già fatto il pieno in quell’area o se c’è il rischio  che sia ancora attrattivo»

«È la vittoria del modello Toti – osserva Simone Regazzoni, che intendeva candidarsi alle primarie del Pd e ha poi rinunciato di fronte alla scelta del partito di presentare la candidatura unitaria di Gianni Crivello – il modello del centrodestra unito e a trazione leghista, un  modello che a livello nazionale secondo me non è applicabile ma in Liguria funziona. A livello nazionale Berlusconi si muove verso un modello Macron, in Liguria è diverso, non si pongono problemi come l’Europa e l’euro, e non funziona agitare da sinistra lo spauracchio Salvini. Qui c’è gente come Rixi, che non è estremista. E poi – prosegue – non si può sempre gridare al fascismo per prendere voti, abbiamo combattutto una battaglia elettorale per amministrare Genova nel 2017 con argomenti da anni Settanta».

Anche secondo Daniele Bo, operatore della comunicazione, «a sinistra hanno cercato di presentare Bucci come una specie di Le Pen locale ma l’operazione non è riuscita, sia perché Bucci è con tutta evidenza molto diverso dalla figura di un estremista di destra sia perché lo spauracchio della destra fascista non funziona più. All’elettorato bisogna rivolgersi con proposte o denunce che tocchino i suoi problemi reali». Anche una certa delusione per i cinque anni della giunta Doria possono avere avuto un peso. «Credo di sì – aggiunge Bo – la sua cristallina inanità ha fatto emergere vecchi, grossi problemi. Il fatto è che questa è una città sonnolenta, che ha attraversato crisi epocali facendo conto soprattutto su aiuti e ammortizzatori sociali forniti dallo Stato e sulla buona tenuta di alcune grandi aziende e nella sua sonnolenza sembra avvviata al declino. Ma ogni tanto ha dei sussulti e ci riserva delle sorprese. E le sorprese – conclude Bo – sono sempre possibili a Genova come altrove anche perché ormai l’elettorato è mobile, è difficile da prevedere nei suoi comportamenti, specialmente per i partititi di oggi che non hanno  strutture  attrezzate per captare i sommovimenti dell’opinione pubblica». Quando al risultato deludente raccolto da Pirondini, secondo Bo «influiscono di certo le voci che arrivano da Roma ma anche le bizzarrie di tutto il movimento, a partire da quelle di Grillo. Su un elettorato disgustato dai partiti tradizionali questi  fattori non agiscono immediatamente ma con il tempo si fanno sentire».

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