La scorsa settimana si è tenuto il primo incontro tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il neo presidente francese Emmanuel Macron, la cui nomina ha certamente mantenuto elevata la propensione degli investitori a favore dei mercati azionari globali e, in modo particolare, europei, con il riassorbimento del rischio politico dell’area.

Dopo i forti cali delle scorse settimane, sostenuto il rimbalzo del prezzo del petrolio: a Londra il Brent rivede e supera i 50 $ al barile, dopo il minimo a 45,52 del 4 maggio, sull’ottimismo del raggiungimento di un accordo tra i Paesi Opec per il mantenimento del taglio all’offerta lungo tutto il 2017.

Decisamente vigoroso il rialzo dei mercati azionari emergenti, con l’indice FTSE Emerging TR in euro a +2,78%, supportato dal recupero di Cina, America Latina e materie prime, anche qui dopo i cali delle passate settimane.

Negli Stati Uniti, nonostante i deboli dati di crescita delle vendite al dettaglio inferiori alle attese e di rallentamento superiore al previsto del tasso d’inflazione al consumo, l’ulteriore calo delle richieste settimanali di sussidi alla disoccupazione e il rialzo dell’indice di fiducia dell’Università del Michigan giustificano il mantenimento di un cauto ottimismo.

In Cina, i dati inferiori alle attese di vendite al dettaglio, produzione industriale, tasso di crescita M2 e interscambio con l’estero, appaiono compatibili con un progressivo rallentamento dal 6,9% al 6,7%/6,5% del tasso di crescita del Pil atteso per i prossimi trimestri.

Secondo gli esperti, ci troviamo probabilmente di fronte a una pausa della fase di accelerazione dell’economia globale, dovuta al rallentamento in aprile del tasso di espansione degli Stati Uniti e delle economie emergenti. Anche l’accelerazione in atto nell’Eurozona, con l’indice Pmi composito aggregato sui massimi dal 2014, non esclude, per i prossimi mesi, qualche fisiologico rallentamento (già visibile nell’indice Eurocoin di fine aprile).

Nonostante l’appiattimento della performance del mercato azionario e della curva dei rendimenti obbligazionari statunitensi evidenzi un quadro di moderazione dell’attività economica, le probabilità di recessione a 12 mesi rimangono basse (7,01%, secondo la Fed di New York) e, anzi, gli ultimi indicatori di tendenza del Conference Board supportano l’ipotesi di una possibile nuova accelerazione, dopo il modesto 1,9% del I trimestre. E anche le ultime stime Fmi, più conservative rispetto alle precedenti di fine 2016, evidenziano che l’economia statunitense potrebbe raggiungere il potenziale di crescita non prima del 2018.

Questa settimana, per gli Stati Uniti sono attese le consuete indagini regionali di maggio con l’indice manifattura di New York e il Philly Fed (distretto industriale di Philadelphia) a precedere il più seguito indice Ism per l’intera economia; in arrivo anche i dati su scorte, produzione industriale e tasso di utilizzo degli impianti. In Eurozona, il dato più atteso è il sondaggio “Zew” sulle aspettative di crescita dell’economia tedesca e altrettanto seguito sarà un intervento del presidente della Bce Mario Draghi a Tel Aviv, nel quale si cercheranno indicazioni sulle future azioni di politica monetaria della Bce.

In ottica “tattica” ovvero per il periodo maggio/settembre di stagionalità statisticamente meno favorevole, gli esperti continuano a ritenere opportuno un atteggiamento nel complesso prudente verso gli investimenti più rischiosi, come l’azionario, la cui intensità di apprezzamento dovrebbe progressivamente ridursi, a fronte anche di un aumento tendenziale della volatilità implicita, tuttora ai minimi storici.

In ottica “strategica” (orizzonte temporale di 12/18 mesi) si mantiene, invece, una view costruttiva sul comparto azionario, pianificando, invece, su quello obbligazionario, una progressiva riduzione della duration.

L’esigenza di diversificazione dei portafogli, la ricerca di extra-rendimenti sui mercati obbligazionari, una ripresa moderata dell’economia globale e un atteggiamento ancora benigno di politica monetaria da parte delle principali banche centrali a livello globale, supportano ancora un’esposizione selettiva e “tattica” a favore delle obbligazioni high yield e dei Paesi emergenti.

Per il comparto materie prime, si ritiene il sell-off delle scorse settimane come un’interessante possibilità d’investimento in ottica di medio periodo (nel breve periodo, l’elevata correlazione con i mercati azionari e le dinamiche più aleatorie delle decisioni “di cartello” potrebbero ancora esercitare pressioni negative).

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