Grazie agli ultimi dati economici di conferma di uno scenario a medio termine di moderata accelerazione dell’economia globale, le performance degli indici azionari internazionali da inizio anno si mantengono sostenute, nonostante qualche presa di profitto sui mercati europei e il ribasso, senza contagio alle aree limitrofe, della piazza brasiliana, a seguito dell’improvviso deterioramento della sua situazione politica.

Negli Stati Uniti, dopo l’iniziale delusione di alcune settimane fa (+0,7%), la seconda stima della crescita del Pil del I trimestre è stata rivista al rialzo a +1,2%, oltre le attese dagli analisti (+0,9%) e grazie a una crescita dei consumi (+0,6%) superiore alle attese (+0,4%).

In Eurozona, il miglioramento congiunturale, più volte evidenziato dal presidente Bce Mario Draghi, ha trovato conferme dagli indici Pmi di maggio, con il dato composito (manifatturiero e servizi) di maggio stabile rispetto ad aprile sui massimi storici a quota 56,8 e dall’indice Ifo tedesco, cresciuto a livello sia di aspettative che di situazione corrente. Rallenta, invece, rispetto al mese precedente la crescita dell’aggregato monetario M3, a riprova che, sempre come dichiarato da Draghi, al fine del raggiungimento durevole del target d’inflazione al 2%, la Bce offrirà ancora il necessario supporto monetario.

Sui mercati azionari internazionali, prosegue il recupero dei mercati emergenti (nonostante lo stop del Brasile), tornati a fare meglio di quelli sviluppati. In generale, permane decisamente bassa la volatilità, con il valore ai minimi storici per il Vix sull’indice azionario statunitense S&P500.

Sui mercati obbligazionari internazionali, vi è relativa bonaccia, con un appiattimento della curva dei rendimenti statunitense e il differenziale tra i tassi a 10 e 2 anni a 0,95%, minimo da inizio anno, per l’ormai diffusa sensazione che le riforme fiscali, finanziarie e commerciali promesse dal Presidente Donald Trump richiederanno tempi più lunghi di quanto ipotizzato mesi fa.

Sui mercati valutari, l’euro ha interrotto il suo recente apprezzamento (oltre il 6% da inizio anno) verso le principali divise internazionali, ma il recupero del dollaro statunitense contro euro non convince tutti gli operatori; per altro, un dollaro non troppo forte supporta l’attuale fase economica statunitense e lo stesso debito emergente, ancora in recupero.

Non particolarmente brillante il comparto delle materie prime, con il petrolio che ha cercato di limitare fli effetti (WTI a New York e il Brent di Londra rimasti, rispettivamente, sopra quota 48 e 51 dollari/barile) dell’ultima deludente riunione Opec.

Negli Stati Uniti: il Beige Book Fed (analisi andamento dei principali distretti economici), l’indice Ism manifatturiero di maggio e il numero dei nuovi occupati del comparto non agricolo (atteso in crescita di circa 200 mila unità) e il tasso di disoccupazione di maggio. I dati dovrebbero confermare lo scenario atteso di nuova accelerazione dell’economia statunitense nel II trimestre, dopo il rallentamento del I, e le attese di un nuovo aumento di 25 punti base dei tassi ufficiali della Fed alla sua riunione del 13-14 giugno. Altrettanto seguita sarà la riunione Bce dell’8 giugno, sulle cui decisioni peserà il tasso d’inflazione al consumo di maggio per l’Eurozona, in uscita questa settimana e con il consensus degli analisti a +1,5% (da +1,9% di aprile) per l’indice complessivo e al +1% (da +1,2%) per l’indice “core” depurato delle componenti energia e alimentari; se rispettate le attese, è possibile che la recente fase di apprezzamento dell’euro possa ridimensionarsi.

Nel medio termine, il contesto economico e finanziario globale di moderata crescita economica, bassi tassi d’interesse, inflazione contenuta e bassa volatilità, permane favorevole alle classi di attivo rischiose (azionario, materie prime, obbligazionario “high yield” ed “emergente”), per il cui inserimento in portafoglio gli esperti suggeriscono “piani programmati e periodici di accumulo”.

Nel breve termine, per i mesi estivi (maggio/settembre), gli esperti preferiscono mantenere un approccio complessivamente più tattico e prudente, non escludendo un risveglio della volatilità con implicazioni ribassiste per le azioni (anche europee) e le obbligazioni “high yield” ed “emergenti”: un qualsiasi “event risk” inatteso potrebbe causare un “sell-off” anche significativo.

Da valutare un’ulteriore diversificazione valutaria di portafoglio, visto anche il recente marcato e rapido apprezzamento dell’euro, probabilmente, dovuto a un momentum di crescita dell’Eurozona sorprendentemente robusto e difficilmente replicabile nei prossimi mesi.

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